L'analisi

«Mosca non attaccherà l’Europa, ma vuole spezzarne l’unità»

Lo storico Andrea Romano spiega perché sbaglia chi pensa che la pace sarebbe più vicina se finisse il sostegno a Kiev - Crisi della sinistra e ritorno dei nazionalismi compongono uno scenario di possibile mutamento - L’assenza d’alternativa al putinismo rende difficile il cambio di regime a Mosca
Il sistema di potere del Cremlino è consolidato e non facilita un possibile ricambio ai vertici. E la forza militare di Mosca continua a fare paura. ©YURI KOCHETKOV
Dario Campione
16.10.2026 06:00

È giusto o no avere paura della Russia di Vladimir Putin? Andrea Romano, associato di Storia contemporanea all’Università di Roma Tor Vergata e studioso del putinismo, prova a rispondere a una domanda che molti, in Europa, continuano a considerare paradossale, se non provocatoria.

«La preoccupazione è reale - dice Romano al Corriere del Ticino - anche se non riguarda l’eventualità di un intervento militare tradizionale di Mosca contro i Paesi europei: una strategia per una vera e propria offensiva militare russa esiste, ma neanche una leadership così distruttiva come quella di Putin arriverebbe ad attaccare un Paese della NATO, pure se continua a testarne la reattività degli apparati di sicurezza. Il punto è un altro: da molti anni, il putinismo associa l’invasione e gli attacchi all’Ucraina con una serie di iniziative volte a dividere le opinioni pubbliche europee e a instillare nelle stesse l’idea che sostenere Kiev sia rischioso per la nostra quotidianità».

Il nostro, dice ancora Romano, «è un tempo di guerra. Bisogna prenderne atto. E continuare a rispondere a Mosca così come stiamo rispondendo, ovvero proseguendo a sostenere l’Ucraina e spiegando alle opinioni pubbliche perché è giusto farlo. Oggi la politica, come sempre accade nelle crisi internazionali, ha un ruolo importantissimo: non cedere alla propaganda. Difendere la pace, renderla solida, significa aumentare la capacità di deterrenza dell’Europa e non premiare mai l’aggressore. E contestare chi insiste a dirci che non aiutare l’Ucraina significherebbe immediatamente la pace. È vero esattamente il contrario: soprattutto in presenza di un progetto come quello putiniano che, ricordiamolo sempre, è esplicitamente rivolto contro l’Europa come spazio di libertà, di civiltà, di pluralismo».

Aiutare l’Ucraina ha, però, un costo economico. Bisogna pagare un prezzo, anche elettoralmente. «Tutti vorremmo destinare quelle risorse in modo diverso - ammette Romano - magari a migliorare i nostri parchi pubblici. Ma dico sempre che in Ucraina, purtroppo, non possono più occuparsi dei parchi pubblici perché hanno un problema più urgente: difendere la propria vita dall’attacco russo».

Le oscillazioni USA

In un contesto complesso, spiccano le oscillazioni politiche degli Stati Uniti e di Donald Trump le quali provocano sconcerto, oltre a impedire la risposta univoca dell’Occidente liberale. «La barra di Trump - sostiene però Romano - è sempre stata orientata verso Putin. Trump è sempre stato un sostenitore del presidente russo e del putinismo, anche per il legame economico molto forte e molto solido che ha con Mosca. Quindi, ha sempre cercato di aiutare Putin. La democrazia statunitense, tuttavia, non gliel’ha fatto fare: gli Stati Uniti non sono soltanto Trump, sono anche gli apparati di sicurezza, gli apparati di intelligence, gli apparati della difesa, il Congresso. Un sistema che ha impedito al presidente americano di agire liberamente, anche se non sempre. Trump ce l’ha fatta soltanto in alcuni frangenti: in Alaska, nell’agosto 2025. E con il disgraziatissimo accordo sul diesel, firmato l’altro giorno nonostante tutti gli dicessero che era un grave errore».

A fronte di tutto ciò, c’è un dato positivo: messa davanti alla terribile esperienza del trumpismo, l’Europa è stata «costretta - dice Romano - a fare subito quello che forse avrebbe fatto in 20 o 30 anni. Trump ha costretto l’Europa a prendere coscienza di sé e ad accelerare la propria trasformazione, avviando ad esempio il processo di difesa comune. Diceva Friedrich Engels che ci sono, a volte, giorni che valgono anni e decenni che invece valgono un giorno. I nostri sono giorni che valgono anni. L’allentamento del legame tra Europa e Stati Uniti non è un’invenzione di Trump, era in corso già dagli anni precedenti e durerà ancora. Trump lo ha accelerato moltissimo, e l’Europa ha risposto».

Un’Europa alle prese, tuttavia, con il ritorno delle destre radicali e nazionaliste. Destre che potrebbero mettere in discussione l’unità del Continente. A novembre si vota in Spagna, poi nel 2027 in Francia, in Italia e in Polonia. Le cose potrebbero cambiare. «Naturalmente, lo scenario di una destra radicale prevalente sarebbe una pessima notizia per gli europeisti - dice Andrea Romano - AfD in Germania, Vox in Spagna, Le Pen in Francia sono un grande punto interrogativo. A ciò si aggiunge una sinistra in difficoltà: c’è una parte della sinistra europea che purtroppo insegue la velleità dell’isolamento e continua a inseguire fantasmi tipo la lotta all’imperialismo americano che non c’è più. O meglio, che è diverso, molto simile a quello putiniano».

Sullo sfondo di questa crisi resta una Russia governata dispoticamente da Putin, nonostante parvenze di democrazia elettorale. Una Russia nella quale, nonostante quasi 5 anni di guerra, non emergono elementi di rivolta sociale, di contrasto al potere. «È vero - dice Romano - ma è difficile ribellarsi in assenza di un’alternativa. Io penso sempre all’Italia fascista, che si rivoltò contro il regime quando questo entrò in crisi. Gli antifascisti c’erano anche negli anni ’30, però erano una piccola minoranza. I totalitarismi - e il putinismo è un totalitarismo - sono molto abili nel soffocare le alternative. Va aggiunto un altro punto: il putinismo non è solo Putin. È un gruppo dirigente, un sistema di potere molto ampio, composto in parte da uomini degli apparati, in parte da persone della politica, e in parte dai componenti dell’amministrazione presidenziale. Un gruppo compattamente putiniano».