L'intervista

Nadia Urbinati: «Difficilmente le elezioni di midterm cambieranno lo scenario politico degli Stati Uniti»

La politologa della Columbia University analizza la situazione a poco più di un mese dal voto per il rinnovo del Congresso: «Se vincono, ciò che i democratici possono fare è correggere le politiche di Donald Trump, non tornare indietro»
Le elezioni di midterm potrebbero mettere in difficoltà l'amministrazione Trump. ©Alex Brandon
Dario Campione
18.09.2026 06:00

Nadia Urbinati, 71 anni, originaria di Rimini, è Kyriakos Tsakopoulos Professor of Political Theory nel Dipartimento di Scienze politiche della Columbia University di New York. Tra i più noti analisti della politica americana, ha scritto decine di volumi sull'argomento.

Professoressa Urbinati, pochi giorni fa il mondo ha ricordato la tragedia delle Torri gemelle. Volgendo lo sguardo al voto di midterm, che significato ha avuto l’anniversario dell’attentato nell’America di oggi?
«L’11 settembre ha radicalizzato alcune tendenze già in corso. I rapporti tra il governo americano - allora c’era Bush figlio - e il mondo islamico erano difficili, per via del legame con Israele e non solo. Sempre di più le relazioni internazionali erano state calibrate sulle identificazioni nazionalistiche o culturali: cristiane invece che musulmane, occidentali invece che orientali. Questa radicalizzazione cresciuta con la fine della Guerra fredda, dopo l’11 settembre si è estremizzata, facendo esplodere una tensione in corso da tempo».

Si può dire che l’11 settembre ha accentuato la politica dell’Occidente in chiave securitaria e anti-islamista sviando dal cambiamento in atto più profondo, la crescita politico-economica della Cina?
«Non credo. Se guardiamo la produzione scientifica sulla crisi della democrazia, vediamo che a un certo momento, negli anni ’90, si comincia a sottolineare come la fine della Guerra fredda significhi la fine delle ideologie e la loro sostituzione  con le religioni. Le religioni prendono il posto delle ideologie nel creare identificazioni non semplicemente nazionali, ma geografiche ampie: Occidente e Oriente - pensiamo al saggio di Samuel Huntington The Clash of Civilization (1993). È vero che si è accavallato il tema prorompente dell’emergere della Cina come superpotenza, cominciato prima e poi rivelato nella sua piena grandezza tecnologica, economica e territoriale. Però non direi che una cosa ha nascosto l’altra. Dopo l’11 settembre, l’aspetto ideologico-nazionalista di tipo quasi antico (cioè con un carattere religioso) è diventato molto più preponderante. È come se alla lotta dualistica tra mondo sovietico comunista e mondo - allora si diceva - libero, se ne fosse sovrapposta un’altra, con identiche caratteristiche manichee: un mondo congelato su privilegi maschili, fideista, e un mondo libero e pluralista, che poi tanto pluralista non era. Quindi, io insisterei a tenere separate le cose e a dare all’11 settembre, una sua specificità, perché poi ha cambiato davvero il mondo».

È esagerato dire che Donald Trump, nella sua complessità, è anche figlio dell’11 settembre?
«Non mi sento di fare una simile  affermazione,  decisamente semplicistica. Tuttavia, l’11 settembre ha introdotto un elemento nuovo negli USA - “nuovo” non vuol dire che non l’avessero già provato prima, ma che è stato rielaborato in maniera nuova. Mi riferisco all’applicazione all’interno dell’idea di nemico, generalmente assegnata a nemici esterni, e quindi all’adozione di poteri emergenziali ed eccezionali. Per la prima volta, dal tempo della caccia ai comunisti, Washington ha cercato nemici dentro casa. La legge non ha permesso a Bush di aprire sul territorio statunitense una prigione al di fuori di ogni regola dello Stato di diritto: così, lo ha fatto a Guantánamo, il lembo di Cuba sotto tutela americana. La stessa prigione di Guantánamo che Barack Obama aveva promesso di chiudere senza mai farlo. Guantánamo è il segno di un mutamento radicale nella politica USA. Cui sono seguiti fenomeni di cui non si parla mai abbastanza».

Quali?
«Ad esempio, l’uragano Katrina a New Orleans, che ha messo in moto lo stesso meccanismo emergenziale usato nei confronti dell’islamismo radicale. In sostanza, si è iniziato a praticare l’arte dell’eccezione e della violazione dello Stato di diritto in modo sistematico. Sfociata, oggi, nell’ICE, una polizia totalmente fuori dalla legge e dipendente dalla volontà del presidente - ma non istituita da Trump, così com’era anche Guántanamo. In questo senso, l’11 settembre ha aperto negli USA un mutamento non di regime, che è un termine estremo, ma certamente di graduale manomissione dello Stato di diritto in alcune aree e per alcune fasce di popolazione significative, poi applicato all’immigrazione - anche in questo caso, prima di Trump».

Stato di diritto poi ulteriormente picconato proprio da Trump. Secondo lei, siamo a un punto di non ritorno?
«È paradossale che per noi Bush figlio sia quasi un personaggio mitico rispetto a Donald Trump. Ma è stato Bush a cominciare la manomissione  dello Stato di diritto. Non bisogna mai dimenticarlo: Bush ha usato l’ONU in maniera arbitraria per giustificare l’attacco all’Iraq e ha creato le condizioni per un nuovo terrorismo. Trump è arrivato dopo; è in qualche modo un suo epigono, che certo sta toccando vette stratosferiche: siamo arrivati al punto in cui il presidente degli Stati Uniti, in maniera esplicita, dice che l’ONU è finito, che la Groenlandia è roba sua, che fa ciò che vuole nei Paesi del Centro America, e via discorrendo».

Pensa che una vittoria dei democratici potrebbe cambiare qualcosa? O è ormai insito nel sistema americano questo superamento delle vecchie regole dello Stato di diritto?
«I democratici si presentano al mondo, e prima di tutto ai propri elettori, come restauratori della democrazia. Però, quale democrazia? Quanto indietro si deve andare per trovare una base solida in cui lo Stato di diritto e la considerazione del diritto internazionale abbiano sostanziale valore? Anche durante la Guerra fredda gli Stati Uniti hanno fatto un po’ a modo loro. Qual è, dunque, il momento più ideale cui tornare? Questo non è per niente chiaro. Io credo che, in ogni caso, indietro non si possa tornare. Anche perché l’economia americana oggi è trascinata dall’high tech, una forma di capitalismo aggressivo e di conquista. Un sistema che, per noi oggi, sembra arduo fermare, a meno di avviare altre radicali innovazioni normative e tecnologiche. Ciò che i democratici possono fare, se riescono a vincere, non è andare indietro al pre-Trump, ma correggere ciò che Trump ha fatto per restaurare lo Stato di diritto ma nel contempo avviare politiche sociali».

In che senso?
«Dopo l’11 settembre, c’è stata la crisi economica e finanziaria del 2008. Il modo in cui Obama affrontò quella crisi ebbe due corni: uno, l’uso massiccio dei soldi pubblici per salvare gli istituti finanziari; due, l’aiuto economico federale a quella che poi è diventata la Silicon Valley, costruita anche dallo Stato federale, non semplicemente dai privati. Diversi di quei personaggi che noi oggi definiamo oligarchi hanno usufruito di borse di studio dello Stato federale. Obama adorava questa industria perché la riteneva capace di alleviare le fatiche e le sofferenze umane, di portare facilmente le popolazioni a un livello più elevato di istruzione e conoscenza. E invece, così non è stato. Anche questo va considerato quando si parla di trasformazione degli USA».

L’Europa sembra oggi stretta nella morsa della crisi della democrazia. Pensa che questa crisi sia il risultato dell’onda lunga dell’11 settembre? Oppure ci sono altri motivi?
«L’Europa non è mai stata autonoma, indipendente dagli USA, e riflette quanto avviene oltreoceano: l’11 settembre, così come la crisi del 2008. Ma un impatto forte e diretto sul nostro continente ha avuto soprattutto la trasformazione dell’Unione Sovietica in Russia e, poi, in Russia oligarchica. Lo vediamo in questi giorni: uno degli attori sotterranei delle trasformazioni antidemocratiche europee è Mosca».

È possibile un riscatto dell’Europa?
«La situazione europea è paradossale: dai deboli, qualche volta, proprio perché devono reagire e sopravvivere, si può avere virtù e coraggio, e per necessità dar vita inaspettatamente a una rinascita. Io lo spero, perché l’UE, in questo momento, è lo scampolo di mondo basato sui diritti, sulle regole, sulle istituzioni che noi avevamo considerato, dal 1945 in poi, una delle più grandi conquiste del mondo occidentale. Dipende dalle leadership, dalla capacità di opporsi ai nuovi oligarchi, e soprattutto dalla capacità di creare propria alta tecnologia e innovazione nel campo del clima ed energetico per esempio. L’Europa può farlo, ha le conoscenze, le risorse e la necessità; però, non le viene concesso. Trump non vuole che l’Europa abbia una forza high tech autonoma».

A quasi 200 anni dal Viaggio in America di Alexis de Tocqueville, l’Occidente è ancora in grado di produrre quella forza trainante che ha cambiato il destino dei popoli dentro la democrazia, o siamo in una fase crepuscolare, nella quale il più forte, il tiranno, è destinato a prendere il sopravvento?
«I tiranni possono vincere, ma hanno un tempo limitato di vita, perché vogliono troppo dai propri subalterni; e quindi sono aggressivi e vampireschi. Generano debolezze e, anche, una reazione contro di esse. La tirannia non dura. Tocqueville era stato profetico: nell’ultimo capitolo del secondo volume di Democrazia in America immaginò che la democrazia potesse generare una forma di dispotismo “dolce” laddove i governi democratici non avessero avuto i contrappesi dei poteri, politici e sociali.  “Dolce” perché retto dalla stessa opinione dei sudditi, che sono anche cittadini. Questo, secondo me, ci deve preoccupare più delle forme tradizionali di tirannia: essere dentro un circuito di opinioni che ci intrappolano e ci fanno praticamente perdere il senso dell’indipendenza e dell’autonomia critiche, dell’idea di senso e di opposizione. Viviamo in un mondo in cui subiamo limitazioni della nostra capacità e della nostra libertà senza rendercene conto, perché siamo corresponsabili del mondo dell’opinione nel quale siamo immersi. Mi sembra che questo sia uno dei più ardui problemi delle nostre democrazie».