Nadia Urbinati: «Difficilmente le elezioni di midterm cambieranno lo scenario politico degli Stati Uniti»

Nadia Urbinati, 71 anni, originaria di Rimini, è Kyriakos Tsakopoulos Professor of Political Theory nel Dipartimento di Scienze politiche della Columbia University di New York. Tra i più noti analisti della politica americana, ha scritto decine di volumi sull'argomento.
Professoressa Urbinati, pochi giorni fa il
mondo ha ricordato la tragedia delle Torri gemelle. Volgendo lo sguardo al voto
di midterm, che significato ha avuto l’anniversario dell’attentato nell’America
di oggi?
«L’11 settembre ha radicalizzato alcune
tendenze già in corso. I rapporti tra il governo americano - allora c’era Bush
figlio - e il mondo islamico erano difficili, per via del legame con Israele e
non solo. Sempre di più le relazioni internazionali erano state calibrate sulle
identificazioni nazionalistiche o culturali: cristiane invece che musulmane,
occidentali invece che orientali. Questa radicalizzazione cresciuta con la fine
della Guerra fredda, dopo l’11 settembre si è estremizzata, facendo esplodere
una tensione in corso da tempo».
Si può dire che l’11 settembre ha accentuato
la politica dell’Occidente in chiave securitaria e anti-islamista sviando dal
cambiamento in atto più profondo, la crescita politico-economica della Cina?
«Non credo. Se guardiamo la produzione
scientifica sulla crisi della democrazia, vediamo che a un certo momento, negli
anni ’90, si comincia a sottolineare come la fine della Guerra fredda
significhi la fine delle ideologie e la loro sostituzione con le religioni. Le religioni prendono il
posto delle ideologie nel creare identificazioni non semplicemente nazionali,
ma geografiche ampie: Occidente e Oriente - pensiamo al saggio di Samuel
Huntington The Clash of Civilization (1993). È vero che si è accavallato
il tema prorompente dell’emergere della Cina come superpotenza, cominciato
prima e poi rivelato nella sua piena grandezza tecnologica, economica e
territoriale. Però non direi che una cosa ha nascosto l’altra. Dopo l’11
settembre, l’aspetto ideologico-nazionalista di tipo quasi antico (cioè con un
carattere religioso) è diventato molto più preponderante. È come se alla lotta
dualistica tra mondo sovietico comunista e mondo - allora si diceva - libero,
se ne fosse sovrapposta un’altra, con identiche caratteristiche manichee: un
mondo congelato su privilegi maschili, fideista, e un mondo libero e
pluralista, che poi tanto pluralista non era. Quindi, io insisterei a tenere
separate le cose e a dare all’11 settembre, una sua specificità, perché poi ha
cambiato davvero il mondo».
È esagerato dire che Donald Trump, nella sua
complessità, è anche figlio dell’11 settembre?
«Non mi sento di fare una simile affermazione,
decisamente semplicistica. Tuttavia, l’11 settembre ha introdotto un
elemento nuovo negli USA - “nuovo” non vuol dire che non l’avessero già provato
prima, ma che è stato rielaborato in maniera nuova. Mi riferisco
all’applicazione all’interno dell’idea di nemico, generalmente assegnata a
nemici esterni, e quindi all’adozione di poteri emergenziali ed eccezionali.
Per la prima volta, dal tempo della caccia ai comunisti, Washington ha cercato
nemici dentro casa. La legge non ha permesso a Bush di aprire sul territorio
statunitense una prigione al di fuori di ogni regola dello Stato di diritto:
così, lo ha fatto a Guantánamo, il lembo di Cuba sotto tutela americana. La
stessa prigione di Guantánamo che Barack Obama aveva promesso di chiudere senza
mai farlo. Guantánamo è il segno di un mutamento radicale nella politica USA.
Cui sono seguiti fenomeni di cui non si parla mai abbastanza».
Quali?
«Ad esempio, l’uragano Katrina a New Orleans,
che ha messo in moto lo stesso meccanismo emergenziale usato nei confronti
dell’islamismo radicale. In sostanza, si è iniziato a praticare l’arte dell’eccezione
e della violazione dello Stato di diritto in modo sistematico. Sfociata, oggi,
nell’ICE, una polizia totalmente fuori dalla legge e dipendente dalla volontà
del presidente - ma non istituita da Trump, così com’era anche Guántanamo. In
questo senso, l’11 settembre ha aperto negli USA un mutamento non di regime,
che è un termine estremo, ma certamente di graduale manomissione dello Stato di
diritto in alcune aree e per alcune fasce di popolazione significative, poi
applicato all’immigrazione - anche in questo caso, prima di Trump».
Stato di diritto poi ulteriormente picconato
proprio da Trump. Secondo lei, siamo a un punto di non ritorno?
«È paradossale che per noi Bush figlio sia
quasi un personaggio mitico rispetto a Donald Trump. Ma è stato Bush a
cominciare la manomissione dello Stato
di diritto. Non bisogna mai dimenticarlo: Bush ha usato l’ONU in maniera
arbitraria per giustificare l’attacco all’Iraq e ha creato le condizioni per un
nuovo terrorismo. Trump è arrivato dopo; è in qualche modo un suo epigono, che
certo sta toccando vette stratosferiche: siamo arrivati al punto in cui il
presidente degli Stati Uniti, in maniera esplicita, dice che l’ONU è finito,
che la Groenlandia è roba sua, che fa ciò che vuole nei Paesi del Centro
America, e via discorrendo».
Pensa che una vittoria dei democratici
potrebbe cambiare qualcosa? O è ormai insito nel sistema americano questo
superamento delle vecchie regole dello Stato di diritto?
«I democratici si presentano al mondo, e prima
di tutto ai propri elettori, come restauratori della democrazia. Però, quale
democrazia? Quanto indietro si deve andare per trovare una base solida in cui
lo Stato di diritto e la considerazione del diritto internazionale abbiano
sostanziale valore? Anche durante la Guerra fredda gli Stati Uniti hanno fatto
un po’ a modo loro. Qual è, dunque, il momento più ideale cui tornare? Questo
non è per niente chiaro. Io credo che, in ogni caso, indietro non si possa
tornare. Anche perché l’economia americana oggi è trascinata dall’high tech,
una forma di capitalismo aggressivo e di conquista. Un sistema che, per noi
oggi, sembra arduo fermare, a meno di avviare altre radicali innovazioni
normative e tecnologiche. Ciò che i democratici possono fare, se riescono a
vincere, non è andare indietro al pre-Trump, ma correggere ciò che Trump ha
fatto per restaurare lo Stato di diritto ma nel contempo avviare politiche
sociali».
In che senso?
«Dopo l’11 settembre, c’è stata la crisi
economica e finanziaria del 2008. Il modo in cui Obama affrontò quella crisi
ebbe due corni: uno, l’uso massiccio dei soldi pubblici per salvare gli
istituti finanziari; due, l’aiuto economico federale a quella che poi è
diventata la Silicon Valley, costruita anche dallo Stato federale, non
semplicemente dai privati. Diversi di quei personaggi che noi oggi definiamo
oligarchi hanno usufruito di borse di studio dello Stato federale. Obama
adorava questa industria perché la riteneva capace di alleviare le fatiche e le
sofferenze umane, di portare facilmente le popolazioni a un livello più elevato
di istruzione e conoscenza. E invece, così non è stato. Anche questo va
considerato quando si parla di trasformazione degli USA».
L’Europa sembra oggi stretta nella morsa della
crisi della democrazia. Pensa che questa crisi sia il risultato dell’onda lunga
dell’11 settembre? Oppure ci sono altri motivi?
«L’Europa non è mai stata autonoma,
indipendente dagli USA, e riflette quanto avviene oltreoceano: l’11 settembre,
così come la crisi del 2008. Ma un impatto forte e diretto sul nostro
continente ha avuto soprattutto la trasformazione dell’Unione Sovietica in
Russia e, poi, in Russia oligarchica. Lo vediamo in questi giorni: uno degli
attori sotterranei delle trasformazioni antidemocratiche europee è Mosca».
È possibile un riscatto dell’Europa?
«La situazione europea è paradossale: dai
deboli, qualche volta, proprio perché devono reagire e sopravvivere, si può
avere virtù e coraggio, e per necessità dar vita inaspettatamente a una
rinascita. Io lo spero, perché l’UE, in questo momento, è lo scampolo di mondo
basato sui diritti, sulle regole, sulle istituzioni che noi avevamo
considerato, dal 1945 in poi, una delle più grandi conquiste del mondo
occidentale. Dipende dalle leadership, dalla capacità di opporsi ai nuovi
oligarchi, e soprattutto dalla capacità di creare propria alta tecnologia e
innovazione nel campo del clima ed energetico per esempio. L’Europa può farlo,
ha le conoscenze, le risorse e la necessità; però, non le viene concesso. Trump
non vuole che l’Europa abbia una forza high tech autonoma».
A quasi 200 anni dal Viaggio in America di
Alexis de Tocqueville, l’Occidente è ancora in grado di produrre quella forza
trainante che ha cambiato il destino dei popoli dentro la democrazia, o siamo
in una fase crepuscolare, nella quale il più forte, il tiranno, è destinato a
prendere il sopravvento?
«I tiranni possono vincere, ma hanno un tempo
limitato di vita, perché vogliono troppo dai propri subalterni; e quindi sono
aggressivi e vampireschi. Generano debolezze e, anche, una reazione contro di
esse. La tirannia non dura. Tocqueville era stato profetico: nell’ultimo
capitolo del secondo volume di Democrazia in America immaginò che la
democrazia potesse generare una forma di dispotismo “dolce” laddove i governi
democratici non avessero avuto i contrappesi dei poteri, politici e
sociali. “Dolce” perché retto dalla
stessa opinione dei sudditi, che sono anche cittadini. Questo, secondo me, ci
deve preoccupare più delle forme tradizionali di tirannia: essere dentro un
circuito di opinioni che ci intrappolano e ci fanno praticamente perdere il
senso dell’indipendenza e dell’autonomia critiche, dell’idea di senso e di
opposizione. Viviamo in un mondo in cui subiamo limitazioni della nostra
capacità e della nostra libertà senza rendercene conto, perché siamo
corresponsabili del mondo dell’opinione nel quale siamo immersi. Mi sembra che
questo sia uno dei più ardui problemi delle nostre democrazie».
