In positivo

Nei villaggi i vaccini arrivano in bici

La storia dei sanitari che in sella consegnano il medicinale contro il papillomavirus umano
© Shutterstock
Prisca Dindo
23.08.2026 17:15

Sita è uno dei «ciclisti vaccinali» di Kariba e Hurungwe, nel nord-ovest del Paese: operatori sanitari di villaggio che, in sella alle loro biciclette, consegnano di porta in porta il vaccino contro il papillomavirus umano. La loro storia è raccontata da VaccinesWork, la testata di Gavi, l’alleanza internazionale per le vaccinazioni.

I dati pubblicati da GAVI sono impressionanti: in Zimbabwe la copertura contro l’HPV, che è il virus all’origine della quasi totalità dei tumori del collo dell’utero, si ferma in media al 55%. Un divario che nelle zone rurali diventa ben più ampio.

È lì che gli operatori su due ruote come Sita moltiplicano gli sforzi. Le cifre spiegano l’urgenza: nel 2023 il Paese ha registrato più di tremilacinquencento nuovi casi, e secondo i dati riportati da VaccinesWork il 66% delle donne a cui viene diagnosticata la malattia ne muore. Una mortalità molto più alta che nei Paesi ricchi, dove lo screening è capillare. Eppure il vaccino, gratuito per le ragazze dello Zimbabwe dal 2018, blocca oltre il 90% di questi tumori prima che insorgano.

«Se non facciamo prevenzione noi per la nostra comunità, nessun altro lo farebbe al posto nostro», afferma alla testata online Aubrey Sachikonye, 45 anni, un’altra ciclista sanitaria volontaria di Kariba.

Ultimamente i medici e gli infermieri locali emigrano o si concentrano nelle grandi città dello Zimbabwe, dove gli stipendi sono migliori; nelle campagne restano gli operatori di villaggio. Sono loro l’ultimo presidio sanitario per le comunità che vivono in media a venti chilometri dall’ospedale più vicino.

Questo fa sì che operatori sanitari di base come Aubrey e Sita diventino veri e propri pilastri dell’assistenza sanitaria pubblica nei villaggi rurali.

Nell’articolo di GAVI si legge che, per coprire più terreno e più velocemente, da un paio di anni una dozzina di operatrici sanitarie volontarie affiancano Aubrey e Sita nei loro giri quotidiani. Distribuiscono di tutto, dalle informazioni sull’HPV ai preservativi. Le biciclette, fornite dal Ministero della Salute dello Zimbabwe con il supporto di partner donatori come l’UNICEF e la Clinton Health Access Initiative, sono una presenza fissa su queste strade polverose da ormai due anni.

Una volta sul posto, gli operatori parlano con i genitori nelle lingue locali, tonga e shona. Spiegano la scienza dietro il vaccino, smontando bislacche teorie di stregoni da strapazzo che lo vorrebbero causa di infertilità.

Per Kurehwa Majaivhana, 65 anni, nonna di Audrey che si prende cura di due bambine orfane affidatele dal figlio defunto, i ciclisti che si occupano della vaccinazione contro l’HPV sono una vera boccata d’aria fresca. «Sono anziana, fragile e non posso andare in ospedale per lo screening dell’HPV per queste bambine che ho in custodia. Non abbiamo i soldi per il taxi. Quando i ciclisti sono arrivati a casa mia e hanno vaccinato le bambine, mi sono sentita felice. È stato come se il loro defunto padre le avesse benedette dall’alto dei cieli».

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