L'intervista

«Nel discorso di Trump sullo stato dell'Unione più spettacolo che politica»

Stefano Rizzo, americanista, già docente di Relazioni internazionali alla Sapienza, commenta con il Corriere del Ticino quanto detto dal presidente degli Stati Uniti martedì al Congresso
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante il discorso sullo stato dell’Unione pronunciato martedì al Congresso. ©Jessica Koscielniak
Dario Campione
26.02.2026 06:00

Professor Rizzo, partiamo dalla maratona oratoria di martedì. Che giudizio ne dà?
«La prima cosa che mi viene da dire è che “Trump è Trump”, ovvero: niente di nuovo. Questi 107 minuti di discorso sono stati lo show di un uomo di spettacolo. Nessun contenuto politico concreto, soltanto rivendicazioni degli straordinari successi a suo dire raggiunti. In realtà, il discorso è caduto a pochi giorni dalla sentenza con cui la Corte Suprema ha bocciato la scelta politica forse più importante di questo mandato, ovvero i dazi stratosferici usati come strumento di pressione. Invece di fare politicamente i conti con tutto ciò, Trump è andato avanti per la sua strada. Puntando sullo spettacolo dell’ingresso in aula della squadra di hockey su ghiaccio vincitrice delle Olimpiadi a Milano».

La politica c’è stata quando il presidente ha attaccato pesantemente i democratici, accusandoli come sempre di brogli e rilanciando l’idea di cambiare le regole del voto in vista di midterm.
«Attaccando i democratici, devo dire, una volta tanto Trump ha lasciato da parte gli insulti personali nei confronti di Joe Biden, limitandosi a parlare dei propri “trionfi” dopo i “fallimenti” del predecessore. Dopodiché, ha definito gli avversari “pazzi” e “antipatriottici”. E li ha accusati nuovamente di brogli, nonostante tutti gli istituti di ricerca, con i loro studi quantitativi, abbiano più volte ribadito come l’ipotesi di un’alterazione dei risultati attraverso il voto degli immigrati non cittadini sia inesistente. Si parla di poche decine di schede su decine di milioni. Tra l’altro, ci sono pene molto severe per chi va a votare non avendo la cittadinanza. Un immigrato non rischia certo di farsi arrestare e cacciare dal Paese per una cosa simile, tanto più che l’interesse per il voto da parte di tutti gli americani è in genere basso. Alle elezioni di midterm, di solito, vota il 40% degli aventi diritto».

Eppure, il Congresso ha votato il SAVE Act (Safeguard American Voter Eligibility) imponendo agli Stati sia la prova documentale della cittadinanza per la registrazione sia un documento d’identità con foto per il voto.
«Vero, anche se la Costituzione USA afferma categoricamente che la responsabilità per la indizione e la gestione delle elezioni, anche federali, appartiene ai singoli Stati. I casi di brogli, insisto, sono minimi. È soltanto un tentativo, da parte di Trump, di creare un clima di aspettativa nel caso, probabile, in cui i repubblicani perdano le elezioni. Qualora accadesse, potrà dire, così come ha fatto nel 2020, che è successo a causa dei brogli. Una strategia modesta, simile a quella di un bimbo che pensa di rubare la marmellata e poi di dare la colpa al gatto».

Diceva prima che Trump ha magnificato i risultati dell’inizio del secondo mandato, con affermazioni reboanti soprattutto sull’economia; affermazioni che non hanno però passato il vaglio dei vari fact checking. Trump sembra non convincere più non soltanto la maggioranza dei cittadini, ma anche buona parte della sua stessa base. Molti commentatori hanno parlato di disconnessione dalla realtà. È così o c’è una strategia di comunicazione precisa dietro le parole del presidente?
«La prima risposta, che però sposta semplicemente il problema, è la stessa di prima: “Trump è Trump”, vede soltanto sé stesso e si autoconvince delle proprie bugie. Ha parlato per quasi due ore inanellando cifre che non trovano riscontro nella realtà. L’errore politico che gli osservatori e gli analisti gli imputano è che, così facendo, si rivolge e soddisfa essenzialmente il solo nucleo duro della sua base, e neppure tutto, dato che parte del popolo MAGA (Make America Great Again) - tra cui una sua fedelissima come la “pasionària” Marjorie Taylor Greene che se ne è andata sbattendo la porta - lo ha criticato pesantemente sulla vicenda Epstein e sull’intervento militare in Venezuela. Di fronte a questo indebolimento, Trump tenta di rimotivare i suoi sostenitori, ma i parlamentari repubblicani, quelli che martedì lo ascoltavano al Congresso, pur applaudendolo saranno molto preoccupati. Il trend dei sondaggi è chiaro. E negativo. Il presidente è passato dal 48% di favorevoli a inizio mandato al 36% di oggi. Quello che più conta, però, è che la maggior parte degli americani, ben il 65%, ritiene che la situazione economica sia peggiorata rispetto a un anno fa». 

Cosa, paradossalmente, vera soltanto in parte. 
«Sì, perché l’inflazione è leggermente diminuita, anche se non nel modo stratosferico di cui Trump si vanta; e l’economia è cresciuta: non del 2,5% ma dell’1,4%, che è sempre meglio di quanto avviene in Europa. E tuttavia, la gente avverte il problema cosiddetto della affordability, il potersi permettere le cose: l’affitto, il mutuo, l’università per i figli, i conti dell’elettricità che è aumentata enormemente intorno al 10%. Il carrello della spesa e le bollette sono aumentati in modo significativo. Certo, la Borsa va alla grande, ma va ricordato che è il 10% delle famiglie a possedere quasi il 90% dei titoli: l’americano medio non beneficia dei successi di Wall Street, mentre avverte una situazione per nulla ottimale. Rispetto a ciò, Trump tace. O grida al vento. L’unico modo per risalire la china dei sondaggi negativi sarebbe di mettere un po’ di soldi in tasca alla gente, come gli suggeriscono i suoi consiglieri, ma dubito che lo farà».

Potrebbe però decidere di attaccare l’Iran o muovere guerra altrove per sviare l’attenzione dell’opinione pubblica.
«Certo, è una vecchia tecnica, utilizzata già da George Bush figlio e, prima ancora da Ronald Reagan: radunare il popolo intorno alla bandiera e far dimenticare i problemi all’interno. Ma per Trump è più complicato. Perché la base repubblicana e, soprattutto, i sostenitori del movimento MAGA sono contrari agli interventi militari. Vogliono l’America First. Tant’è che martedì ha parlato pochissimo della sua politica estera, che peraltro a noi europei preoccupa molto».

Volevo chiederle un’ultima cosa sui rapporti con la Corte Suprema. Dopo averla attaccata duramente, l’altro ieri si è limitato a definire «infelice» la decisione sui dazi. Perché?
«La maggioranza della Corte è conservatrice e favorevole a Trump. L’anno scorso gli ha concesso l’immunità totale da qualsiasi procedimento penale o civile qualunque cosa faccia purché in qualche modo connesso alle sue funzioni, e ha più volte sentenziato a suo favore. Credo che Trump non abbia alcun interesse ad approfondire il solco tra sé e la Corte, che rimane di orientamento conservatore. Ci sono molte altre questioni rimaste sul tappeto e che la Corte dovrà affrontare nei prossimi mesi. Farsela nemica adesso sarebbe davvero suicidio politico».