«Nel PS pronti alla biodiversità, nella Lega mini e maxi consiglieri»

Il co-presidente del PS Fabrizio Sirica, come forse non lo avete mai sentito. Letteralmente a cuore aperto tra il suo percorso politico, quello che attende la sinistra tutta per le elezioni cantonali del 2027, i dossier caldi, i leghisti Claudio Zali e Norman Gobbi, ma anche Greta Gysin, forse in lista con Marina Carobbio a giocarsi il seggio della sinistra. E poi una breve parentesi di vita privata: l’amore per i due figli. Ieri sera ospite a La domenica del Corriere su Teleticino. Qui una sintesi del suo pensiero.
Co-presidente del PS dal 2020, poco prima del Covid. Chi è oggi Fabrizio Sirica?
«Rispetto a sei anni fa, oggi sono un padre, padre di due bambini. La prima cosa che mi viene in mente è questa perché evidentemente è la cosa più importante e bella della mia vita. E politicamente sono certamente un politico più maturo rispetto a sei anni fa, perché il ruolo lo impone e perché trovare soluzioni reali ai problemi richiede un grado di maturità, di dialogo che sei anni fa non avevo».
Se le dico che con gli anni è maturato e forse si è pure un po’ imborghesito, si sente offeso o lo ritiene un complimento?
«La prima un complimento, la seconda una non realtà. Nel senso che sicuramente sono maturato dal profilo politico e personale. Imborghesito no. La mia vita veramente è una vita umile, semplice».
Personalmente osservo da sempre con scetticismo le co-presidenze, eppure va detto che quella tra lei e Laura Riget funziona. Qual è la ricetta magica?
«Non calare le cose dall’alto, farle crescere come un seme che germoglia. Laura ed io siamo partiti conoscendoci con le nostre peculiarità e individuando da subito ambiti di responsabilità, di competenza e senza mai schiacciarci i piedi. E poi ci devono essere delle caratteristiche personali del saper mediare, saper fare un passo indietro, saper accogliere il punto di vista dell’altro, saper allinearsi qualche volta anche quando non sei totalmente d’accordo».
Era il 9 agosto 2022. Su queste colonne una sua dichiarazione: «Nel 2024 lascerò la co-presidenza». Poi cosa è cambiato?
«In quel momento ne ero convinto, ne avevo parlato con Laura, ne avevo parlato con il mio Ufficio presidenziale. Avevo avuto un figlio da sei mesi. Mi ero posto delle domande sul mio tempo. Poi dopo le votazioni cantonali e federali con Laura ci siamo detti: “Abbiamo seminato tanto, dobbiamo cogliere i frutti, non possiamo lasciare”. Quella motivazione, quella convinzione che tutto il lavoro di questi anni si traduce in risultati, mi ha convinto a rimanere e per ora i fatti mi danno ragione: vittoria sulla 10%, la tredicesima AVS e il salario minimo».
Alla fine della co-presidenza non pensa?
«Nel 2028 dovrò lasciarla, gli statuti del PS, che io rispetto evidentemente, impongono al massimo due legislature, quindi dopo farò altro».
Poi c’è un grande obiettivo sul quale state lavorando in queste settimane: l’unione della sinistra, una casa per tutti. Ma non è un percorso facile: c’è chi rivendica e c’è un po’ di maretta. Resta ottimista?
«Facciamo una premessa: io credo da sempre nell’unità della sinistra, credo in quella che abbiamo ridefinito la casa progressista, che è uno spazio in cui tutto il mondo progressista ticinese, per la prima volta dopo anni, lavora insieme, lavora sui temi. Queste sono le premesse per eventualmente pensare a delle alleanze. Io ho detto “mettiamo al centro ciò che unisce, mettiamo al centro i temi concreti che interessano le persone: salari, casse malati, assegni familiari, fine del mese, affitti, cure a domicilio».
Penso un po’ alla vostra casa con stanze separate e con una cucina comune, con un tinello dove ci si confronta, si vive assieme, si cucina assieme e dove alla fine bisogna poi decidere chi comanda. O sbaglio?
«È una bella metafora. Io la vedo anche come una cooperativa d’abitazione che è un modello che in Ticino col PS vogliamo portare avanti con forza, perché è un modello a metà tra l’essere in affitto e il possedere l’abitazione, che ha molti vantaggi».
Pensa già in grande?
«Su chi comanda, noi abbiamo il 14%, gli altri hanno meno della metà. Quindi questo è un dato, è un elemento fattuale da cui partire. Ma questo ci impone anche la responsabilità di essere in qualche modo generosi, accoglienti, inclusivi».
Sa che però non la vedo in campagna fianco a fianco ad esempio con Matteo Pronzini a difendere, in maniera paritaria (mediaticamente parlando) la casa comune?
«Io ho questa idea di lista unitaria e pluralista che sto portando avanti da tempo e che porterò anche al Comitato cantonale ad inizio giugno. Poi in un’analisi che ho fatto e che ho proposto alla direzione, sul 90% dei voti importanti in Parlamento il campo progressista ha votato compatto. Quindi io su tutti quei temi li voglio a fianco, voglio lavorare con tutti loro».
Sì, ma la campagna è la campagna, senza esclusione di colpi. Anche tra «alleati».
«Quello descritto è il mio approccio per una lista unitaria, la più ampia possibile, in maniera tale da potersi giocare la partita, perché io non sto dicendo che la sinistra potrà raddoppiare. Io sto dicendo: sinistra, centrosinistra, campo progressista, non andiamo in tribuna prima ancora di iniziare la partita, perché se il PS fa una lista da solo o con i Verdi da solo, non si gioca la partita del potenziale raddoppio, insieme sì».
Si sente anche un po’ MPS?
«Verdi, MPS, PC, Più donne, tutta quest’area. Gli elettori, prima dei vertici di partito, devono sapere che hanno una sola possibilità per fare la differenza, ed è unirsi e votare tutti una sola lista».
Qualche settimana fa Marina Carobbio, ha dichiarato: «Già quattro anni fa ho auspicato che Greta Gysin fosse in lista per il Consiglio di Stato». Ma lei lo sapeva? Io no.
«Certo che lo sapevo, ma assolutamente sì, e lo sapeva anche Greta. Bene che lei Righinetti non lo abbia saputo, significa che abbiamo fatto bene il nostro lavoro. Io ho sempre auspicato e auspico ancora una lista più forte possibile. È nella biodiversità che si cresce, non nella monocultura. Anche rispetto a questo, alla lista che dovremmo fare, io spero unitaria, la più ampia possibile, dobbiamo prendere le cinque persone più forti».
E se Greta Gysin dovesse insidiare il seggio di Marina Carobbio?
«Ma va benissimo, che provi a insidiare il seggio di Marina. Come socialisti, invece, cercheremo di insidiare il seggio del subentrante. Bisogna avere quella bella, sana competizione per dare tutti quanti il meglio, con un sogno comune che è quello di provare a raddoppiare, senza l’obiettivo di raddoppiare per forza, ma di essere lì, a giocarsi la partita».
Iniziative sulle Casse malati, martedì potrebbe essere il giorno delle firme. Tra volontà popolare, piani del Governo, spacchettamenti e «incazzature» (Riget dixit) non temete contraccolpi negativi per il vostro principio del 10%?
«No. Devo dire che le cose si erano messe male, l’incazzatura di Laura era assolutamente condivisa anche da me. Perché lo spacchettamento poteva significarelegare l’applicazione al finanziamento, far entrare quella della Lega in vigore, e quella del PS mai più. Questo poteva essere il retropensiero di qualcuno. Oggi la questione è chiarissima: se non ci si rimangia la parola, e credo nei miei colleghi. Non ci sarà chi lo farà, l’8 giugno avremo una data certa di applicazione del volere popolare».
Intanto si torna a parlare di blocco dei ristorni dei frontalieri, una soluzione vecchia a problemi nuovi?
«È campagna elettorale. Semplicemente campagna elettorale iniziata troppo presto quando ci sono altre priorità. Mi spiace usare il benaltrismo, ma ci sono altri problemi gravi sul mercato del lavoro, una crisi del potere d’acquisto e il Governo è assente. È campagna elettorale perché piace dargli all’Italia e perché si cerca di legare con altri elementi di cronaca. Secondo me è un boomerang che, come ha detto il consigliere federale Ignazio Cassis, peggiorerà soltanto i rapporti di forza del Ticino verso Berna».
Roboante è stata l’uscita di Claudio Zali, presidente del Governo. Cosa ne dice?
«Sono estremamente critico su questo. Pensi ai radar, pensi alla sua battaglia interna, pensi alle sue magliette “siete nulli”, che è ridicolo, ma fa male solo alla sua credibilità e non ai rapporti del Ticino con Berna e alla nostra, di credibilità».
E per par condicio leghista ha qualcosa da dire a Norman Gobbi, magari per le critiche rivolte al consigliere federale Beat Jans in piena campagna sull’iniziativa «10 milioni» dell’UDC?
«Anche qui, è pure campagna. Però questa dialettica ci mostra il divario istituzionale di come si risponde da consigliere federale e come bisognerebbe comportarsi, Gobbi non si è comportato normalmente da consigliere di Stato».
E dell’arrocchino cosa ci dice? Rimprovera a Marina Carobbio di averlo accolto?
«Non rimprovero nulla a Marina, le riconosco la sua autonomia. Semmai rimprovero a me di essere stato troppo morbido in partenza sul tema. Avevo cercato il dialogo con le altre forze. Dovevo essere più categorico, molto più duro. L’arrocchino ha prodotto un super consigliere Zali che poi sta lavorando non così bene anche da quando ha tutte queste responsabilità, e un mini consigliere che invece è Gobbi. C’è uno squilibrio, c’è un errore, è stato un compromesso sbagliato e quindi questa è l’unica cosa che posso rimproverare a me stesso».
Dietro a un politico c’è sempre un uomo. Lei lo ha detto in principio, un papà. Racconti brevemente il papà che c’è in Fabrizio Sirica?
«Ne sono orgoglioso: Romeo ha quattro anni, Ulisse uno e mezzo. Ho un aneddoto simpatico: ha raccontato alla maestra dell’asilo: “Il papà fa politica, vuole far pagare meno la Cassa malati”. Garantisco che io non l’ho mai detto a lui, non so bene dove l’abbia sentito, però Romeo ha ragione. Quando metto a nanna i miei bimbi, specie con Romeo, quando amo inventare delle storielle, lui mi dice qualcosa che gli è successo durante la giornata. Abbiamo dei draghi con i quali si chiude la giornata uno rosso, l’altro blu e il terzo verde. Si improvvisa, si fantastica, si vivono i figli. È il bello della vita, dell’essere papà e di farlo al 100% quando sono con loro. Momenti di qualità quando non puoi dare sempre quantità».
