Nella sfida tra Orbán e Magyar si gioca anche il futuro dell’UE

«Non credo che Viktor Orbán perderà le elezioni. Naturalmente, non sono un indovino; noi storici lavoriamo sul passato e formuliamo ipotesi per leggere il presente. Ho ascoltato il discorso del principale oppositore, Péter Magyar, il giorno della Festa della Repubblica, il 23 ottobre dello scorso anno, e per quanto appassionato non mi è parso uno sfidante in grado di compromettere il potere detenuto da Orbán. Anche perché, in questi anni, è stato fatto un lavoro oserei dire di blindatura della maggioranza, dal punto di vista sia legale sia istituzionale».
Gianluca Volpi insegna Storia dell’Europa orientale all’Università di Udine ed è componente del consiglio direttivo del Centro interuniversitario di studi ungheresi e sull’Europa centro-orientale (CISUECO). A cinque giorni dal voto più incerto degli ultimi anni - un voto che potrebbe anche sancire la fine del lunghissimo dominio politico del primo ministro ungherese (è in carica dal 29 maggio 2010) - condivide con il Corriere del Ticino l’analisi sulla situazione nel Paese dell’Est Europa.
«L’elettorato è sempre un’incognita - dice Volpi - se gli ungheresi decideranno che è ora di finirla con Orbán, faranno in modo che sia così. I miei dubbi sono legati al fatto che la chiave del successo del leader di Fidesz è, soprattutto, il territorio, non tanto la capitale Budapest. E la risposta del territorio è sempre difficile da prevedere».
Segnali per il sovranismo
L’Ungheria, nonostante tutto, resta «un Paese costituzionale - dice Volpi - Orbán si è mosso sempre nel rispetto delle forme, pure consolidando il proprio potere con la modifica degli assetti costituzionali, con il varo di una nuova Legge Fondamentale e un ampio premio di maggioranza in caso di vittoria». E tuttavia, all’orizzonte si staglia adesso la figura di Péter Magyar, che i sondaggi danno avanti rispetto al primo ministro. «Magyar rappresenta un’alternativa all’interno dello schieramento di centro-destra - sottolinea Volpi - è un uomo brillante, un buon oratore - un po’ melodrammatico, oserei dire - ma meno scialbo, meno scolorito dei leader della sinistra, sfidanti onesti e molto rispettosi delle regole ma non in grado di sconfiggere Orbán. Il vantaggio di Magyar è di conoscere meglio di chiunque altro l’avversario che ha davanti».
La domanda che molti si fanno è su che cosa si giocherà la campagna elettorale, se sul contrasto tra le due personalità o su temi più squisitamente politico-economici.
«Il contrasto di personalità è fondamentale - sottolinea ancora Volpi - dopodiché, Péter Magyar punta su un rafforzamento delle relazioni con l’Europa in modo diverso da Orbán, che non è antieuropeista quanto, piuttosto, scettico su molte scelte di Bruxelles. L’idea di Europa coltivata dal primo ministro ungherese è basata sulla sovranità, sulla stabilità politica e sull’identità: Orbán pensa che Bruxelles stia svendendo la propria eredità culturale, in particolare con l’integrazione di un gran numero di immigrati. Naturalmente, strumentalizza tutto questo a modo suo, e lo presenta all’elettorato del suo Paese quasi fosse una di battaglia di civiltà».
L’arrivo, ieri, a Budapest del vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance, ma anche gli espliciti endorsement dei leader della destra europea nelle settimane scorse, evidenziano come una sconfitta di Orbán possa segnare una svolta, in negativo, per il campo sovranista.
«Effettivamente - dice Volpi - sarebbe un segnale, anche perché i sovranisti sono soprattutto concentrati nell’Europa centro-orientale. Una eventuale sconfitta di Fidesz potrebbe avere riflessi, ad esempio, nei Paesi del Patto di Visegrad: la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia. Tuttavia, non credo che il campo sovranista possa cedere di schianto. Penso che per poter neutralizzare le critiche sovraniste, Bruxelles dovrebbe prendere in considerazione il discorso relativo all’importanza dell’identità. Nell’Europa occidentale è più facile rinunciare all’identità e al nazionalismo del passato che ha provocato enormi danni, soprattutto con le due Guerre mondiali. Nelle giovani Repubbliche emerse dalla dominazione sovietica, invece, tenere i piedi ben puntati e difendere la propria identità è più naturale. Sconfiggere il sovranismo si può se si punta di più a un’identità europea forte e rassicurando tutti sul fatto che identità, cultura e lingue nazionali non sono sotto attacco». Resta da capire che Paese sia, oggi, l’Ungheria, al di là delle descrizioni di maniera.
«Secondo quanto dice il politologo András Körösényi, è “un regime democratico plebiscitario, scandito da elezioni ma guidato da un leader carismatico e non in discussione”. Un Paese nel quale c’è tanta rabbia sollevata anche ad arte da Orbán nei confronti dell’Europa e del mondo. Una nazione - dice lo storico di origine istriana - nella quale, comunque, resiste un innato rispetto delle istituzioni parlamentari e della cultura. Qualcosa che potrebbe anche essere una chiave da usare per limitare gli eccessi dello stesso Viktor Orbán e di una classe dirigente che, nel nome del primo ministro, sta in un certo senso saccheggiando il Paese».
Sul pericolo di una torsione antidemocratica, Volpi è più cauto, anche se ammette che «una svolta autoritaria avrebbe radici storiche, dato che in passato ci sono state altre forme di regime in Ungheria: l’epoca della reggenza dell’ammiraglio Miklós Horthy, tra il 1920 e il 1944; e i 32 anni di dominio politico di János Kádár, segretario generale del Partito socialista operaio ungherese e capo della Repubblica popolare dal 1956 al 1988. Una cosa, tuttavia, si può dire: l’Ungheria non è un Paese fascista. E non lo sarà mai. Non lo è stato nemmeno durante il ventennio di Horthy, malgrado sia stata coniata erroneamente l’etichetta, ormai demodé, di regime clerico-fascista. Forse clericale sì, ma fascista decisamente no. Mancavano tante delle caratteristiche che il fascismo italiano ha regalato alla storia». Il punto debole di Orbán, e nello stesso tempo la carta su cui punta Magyar, rimane la corruzione dilagante. «Un problema anch’esso storico, di lunga data, già molto diffuso nella metà magiara dell’Impero austro-ungarico», conclude il docente dell’Università di Udine.
