Nella tribù indiana dei Khasi, dove si parlava fischiando

Sweetymon Rynjah (nella foto sotto) ha 85 anni. Dopo una lunga carriera come funzionaria governativa ha trovato la sua missione e ha pubblicato più di venti libri per spiegare a chi non le conosce le tradizioni della sua antica tribù nascosta in un angolo dell’India, ha trascritto i racconti orali e spiegato in ogni dettaglio il significato dei coloratissimi costumi. «Il mio obiettivo è di attirare l’attenzione degli studiosi e di tutti gli interessati sulla ricchezza della tradizione della tribù Khasi, e anche sulla saggezza dei nostri antenati nel tramandare, attraverso la tradizione orale, la loro sapienza ai loro successori», spiega la scrittrice quando riceve i visitatori nell’accogliente salotto della casa sulle alture di Shillong, la città nascosta tra le montagne nel Nord Est dell’India.

Le cose da capire
Quella che Sweetymon racconta è una storia antica che può essere molto utile, ora, per capire la complessa realtà con cui il primo ministro indiano Narendra Modi si deve confrontare ogni giorno e che ha causato, negli ultimi mesi, proteste e manifestazioni.
Da New Delhi e da Mumbai, Shillong è lontana. Lo stato di cui è la capitale, il Meghalaya, è stato fra gli ultimi ad entrare a far parte della federazione indiana nel 1972 e confina a sud con il Bangladesh. A far conoscere al mondo la bellezza del suo paesaggio e del clima erano stati, a metà dell’ 800, i nobili inglesi, che ne avevano fatto una meta per le loro vacanze. In sanscrito, il suo nome significa «lo stato tra le nuvole». In apparenza, la città, come la vicina Imphal, capitale dello stato di Manipur, ha molto in comune con il resto dell’India. Accanto al mercato dove si vedono le donne sedute per terra, intente a offrire frutta ai passanti, sorge il sofisticato centro commerciale che vende le magliette di Benetton e i jeans della Levi’s.
Vicino alle case di legno o lamiera ci sono i lussuosi e appena decadenti alberghi costruiti dagli inglesi. I militari sono dappertutto, pronti a intervenire. Molto prima dell’arrivo dei conquistatori europei, però, lo sconosciuto Nord Est dell’India ha avuto una lunga storia, fatta di tribù indipendenti fiere della loro cultura e delle loro tradizioni.
Una cultura straordinaria
Ancora oggi, in Maghalaya, quasi la metà della popolazione, circa un milione e trecentomila persone, appartiene alla tribù Khasi, ma ci sono anche membri delle tribù dei Garo e degli Jaintia. Originari probabilmente dal Sud Est asiatico, hanno conservato la lingua e una cultura per molti versi straordinaria per la sua modernità, anche se oltre l’ottanta per cento ha abbracciato la religione cristiana.

«Io sono cristiano», racconta Alex, il giovane laureato in scienze a cui l’Indian Tourist Board ha affidato il compito di accompagnare i visitatori più curiosi, «ma secondo la nostra tradizione, porto il nome di famiglia di mia madre e sarà mia sorella a ereditare i beni familiari. Prima di sposarci, le famiglie si accertano che gli sposi non appartengano allo stesso clan, in modo da evitare matrimoni tra consanguinei». Nel villaggio di Kongthong, impervio da raggiungere dopo una strada tutta a curve, gli abitanti sono famosi per l’incredibile e tuttora utilizzato inguaggio fischiato, nato quando la tribù viveva di caccia.
La convivenza delle cuture
Da quando i missionari protestanti e cattolici hanno cominciato ad arrivare, spesso a rischio per la propria vita, il cristianesimo ha spesso preso il posto dell’antica religione monoteistica che privilegiava lo stretto rapporto tra la divinità e la natura; la lingua, da orale, è diventata scritta grazie all’aiuto del missionario gallese Thomas Jones.
Gi stessi religiosi cristiani, però, hanno fatto uno sforzo per non distruggere la cultura originaria. Nel 2000 l’ordine dei Salesiani ha aperto a Shillong il Museo Don Bosco della cultura indigena, con una splendida collezione di artefatti, strumenti originali e costumi delle varie tribù. «L’identità dell’India come confluenza di diverse culture deriva, in larga parte, dagli stati del Nord Est», ha detto Sonia Gandhi all’inaugurazione del Museo.
La convivenza delle culture si nota ovunque . Nell’Orchid Lake, a pochi chilometri da Shillong, la famiglia che vive di pesca in una tenda montata su un’isoletta in mezzo al lago accoglie con un sorriso i visitatori. Al Mawlynnong Village, il paese che ha la fama di essere il più pulito dell’India e è dominato da una grossa chiesa, si può passeggiare sul ponte costruito secondo la tradizione con le radici vive degli alberi, ammirando i costumi colorati delle donne che portano nel loro sacco, sulle spalle, le pietre da frantumare.

I contrasti tra una regione impegnata a preservare la propria unicità e il governo centrale non sono nuovi ma si sono acuiti dopo le ultime mosse di Modi per rafforzare il potere della maggioranza indù.
Per capirlo, basta andare al Bosco Sacro di Mawphlang. La foresta ha più di 700 anni, è il più ricco tesoro di biodiversità dell’India, non è stata mai toccata testimoniando, per la tribù dei Khasi, l’indistruttibile rapporto tra la divinità e la natura. Per difenderla gli anziani della tribù sono disposti a tutto. «Il governo centrale continua a chiederci di bonificare il bosco, ci offrono dei soldi, ma noi rifiutiamo», racconta Alex, «finirebbero per commercializzare le nostre piante antiche e distruggerlo».
Cosa guasta la festa
Da alcuni anni, il governo centrale di New Delh è impegnato a promuovere il turismo della regione. A Imphal, in Manipur, viene organizzato a novembre l’International Tourist Mart for the North East Region. Per la festa, si mobilitano i politici nazionali e locali, gli ambasciatori dei Paesi vicini, la stampa e gli agenti di viaggio internazionali. A tutti, vengono offerti magnifici spettacoli di danze e musiche tradizionali e fastose cene a base di cucina tipica locale.
A guastare in parte la festa, però, quest’anno è stato il boicottaggio che gli espositori locali, su invito del Comitato per l’integrità del Manipur, hanno dichiarato contro il Sangai Festival, la kermesse all’aperto in cui artigiani e produttori locali avrebbero dovuto esporre la propria merce. All’ultimo momento, il boicottaggio è stato ritirato, ma le bancarelle, in gran parte, sono rimaste vuote. Per Sweetymon Rynjah, insomma, c’è ancora molto lavoro da fare.