L'intervista

«Nello schema politico di Donald Trump l’Europa è un soggetto subalterno»

Mario Del Pero, americanista e docente a SciencesPo, analizza il discorso pronunciato dal presidente degli Stati Uniti martedì davanti all'Assemblea generale dell'ONU
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante l’intervento di martedì alle Nazioni Unite. ©Richard Drew
Dario Campione
24.09.2025 22:30

Ordinario di Storia degli Stati Uniti all’Institut d’études politiques - SciencesPo di Parigi, Mario Del Pero ha appena dato alle stampe il volume Buio americano (Il Mulino) nel quale analizza le cause della crisi politica, culturale e sociale degli Stati Uniti.

Professor Del Pero, che giudizio si può dare dell’esibizione del presidente USA dal palco del Palazzo di vetro, di questo modo di parlare al mondo con un linguaggio a tratti sconcertante, sicuramente lontanissimo dai canoni più tradizionali?
«Partiamo dal presupposto che Donald Trump ha una propensione a improvvisare che riflette un certo dilettantismo del suo agire politico. Martedì è sembrato quasi improvvisare e alla fine ha ceduto alla sua inclinazione a uscire dallo spartito. Ciò detto, abbiamo ascoltato un iper-nazionalista americano il quale crede che l’interesse nazionale degli Stati Uniti sia da promuovere fuori dalle organizzazioni internazionali, fuori dal diritto internazionale e fuori anche dalle finzioni del multilateralismo. Il suo è un approccio che non esito a definire neo-imperiale, rispetto al quale non ci sono alleanze permanenti, alleati o nemici definiti in quanto tali, forse con l’unica eccezione della Cina. Per Trump ci sono soltanto rapporti transazionali nei quali gli USA sono il soggetto superiore, quello che beneficia o impone i termini della transazione stessa».

Quali sono le conseguenze di questo modo di ragionare così impolitico?
«Intanto, si abbatte il pilastro anche ideologico dell’atlantismo, l’idea cioè che ci sia una convergenza tra Europa e Nord America, cementata anche dalla democrazia, dal capitalismo, dal libero mercato, dalla sicurezza condivisa. Dentro lo schema di Trump, l’Europa è, al meglio, un soggetto subalterno che deve sottostare ai diktat americani; al peggio, un avversario, così come vediamo su vari dossier».

Già il vicepresidente JD Vance, il 14 febbraio scorso, alla conferenza sulla sicurezza di Monaco aveva accusato l’Europa di non essere democratica, di essere alla fine della propria storia. Martedì, all’ONU, Trump ha rilanciato questa e altre accuse. Perché lo ha fatto, secondo lei?
«C’è, sicuramente, una dimensione ideologica. Il nazionalismo dai tratti neo-imperiali dell’attuale amministrazione di Washington è quanto di più lontano ci sia dai codici dell’atlantismo liberaldemocratico, codici che poggiavano sul presupposto di una naturale comunità nordatlantica, cementata da esigenze di sicurezza condivise, dal contrasto all’Unione Sovietica, da un sistema unico di princìpi e di valori quali la democrazia, il capitalismo temperato, il libero mercato. Insomma, una comunanza ideologica che aiutava l’integrazione securitaria. Trump rigetta i codici, anche ideologici e discorsivi, dell’atlantismo che per lui non esiste, dato che gli USA sono mossi da interessi, non da princìpi o ideali. Quello internazionale è un sistema anarchico, a somma zero. La competizione è intrinseca a questo sistema e un equilibrio si raggiunge con alcuni che vincono e altri che perdono. L’Europa ha una dipendenza securitaria dagli USA, è un soggetto debole che però compete economicamente con Washington. Ecco, questa Europa dev’essere rimessa in riga».

È possibile che Trump abbia paura dell’Europa in quanto soggetto etico tuttora in grado di denunciare la torsione politica in atto in America? Voglio dire, non è che Trump ha bisogno di delegittimare la democrazia europea per sostenere il proprio cammino verso una forma inedita di autoritarismo?
«Può darsi sia così, ma io credo che a Trump diano fastidio soprattutto alcune cose particolari dell’Europa. La prima è il modello di regolamentazione dell’economia, talvolta di iper-regolamentazione, che danneggia gli interessi statunitensi. Questo è un elemento centrale. Quando l’Europa ha avviato un’azione antitrust contro Google e contro Meta, negli Stati Uniti ci si è mossi subito. E il fatto che questi grandi gruppi, inizialmente vicini ai democratici, si siano spostati a destra è spiegabile certo con la variabile della bassa imposizione fiscale, ma anche con la richiesta di arginare l’impeto regolamentatore di Bruxelles, in grado di colpire gli interessi dei grandi gruppi americani. L’Unione europea liberale e socialdemocratica è l’antitesi ideale, ideologica e politica al neo-imperialismo statunitense».

Nel discorso di martedì, oltre all’Europa Trump ha scelto come proprio obiettivo l’ONU. Perché? Forse è convinto che il nuovo ordine mondiale debba passare dal disfacimento degli organismi internazionali?
«Credo ci siano elementi ideologici, se vogliamo chiamarli così, ed elementi concreti, pratici. L’ONU incarna un cosmopolitismo e un internazionalismo antitetici al greve nazionalismo trumpiano. Con tutti i suoi limiti e i suoi monumentali anacronismi, l’ONU è il simbolo di un internazionalismo che integra, crea, produce un corpo di diritto internazionale ponendosi in antitesi al nazionalismo trumpiano. L’altro aspetto è che il tycoon visualizza un ordine internazionale neo-imperiale in cui pochi attori superiori, definiti da criteri molto convenzionali di potenza - quelli militare su tutti - si spartiscono il pianeta. In questo schema, l’interesse nazionale degli USA si intreccia e si sovrappone con l’interesse privato della famiglia Trump e di figure che vi gravitano attorno. I conflitti d’interesse del presidente, in questo secondo mandato, non sono più nascosti e neanche dissimulati. La famiglia Trump sta capitalizzando in maniera feroce, senza remore e senza inibizioni, il proprio potere. Trump trasferisce alle relazioni internazionali gli schemi mentali di un immobiliarista newyorkese degli anni ’80. Schemi nei quali non ci sono alleanze e inimicizie permanenti, e tutto è filtrato da un interesse contingente che può essere o meno soddisfatto».

A proposito di questo, nonostante la stampa disveli le falsità di Trump con lunghi e accurati fact checking, l’opinione pubblica sembra non voler reagire come pure sarebbe accaduto una volta. Perché, secondo lei?
«Penso che ci sia una crisi profonda dei media tradizionali legata alla loro delegittimazione. Tantissime persone si abbeverano a fonti di informazione “altre”. Certo, sono fonti meno affidabili e meno credibili ma pur sempre dentro un mercato delle notizie ormai bulimico, in cui si trova sempre ciò che conferma i propri pregiudizi. I trumpiani, così come i loro avversari, vivono in bolle sempre più impermeabili. Racconto sempre che nelle elezioni del 2016 tutti i principali 100 quotidiani statunitensi diedero il loro endorsement a Hillary Clinton, inclusi giornali quali Arizona Republic o San Diego Union-Tribune, che mai nella loro storia avevano appoggiato un candidato dem. Trump vinse lo stesso, a dimostrazione appunto che i media tradizionali, con i loro limiti e le loro qualità, il fact checking, l’attenzione per la verità, sono molto meno influenti. Agiscono dentro un contesto di generale imbarbarimento del discorso pubblico e del confronto politico che Trump non ha creato ma di cui ha beneficiato, divenendone poi veicolo primario».