«Nemmeno Donald Trump pretenderebbe tutto questo»

Mentre le campagna sull’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni!» è entrata nella fase decisiva, prosegue in Parlamento l’esame del nuovo pacchetto di accordi bilaterali con l’UE. Su questo tema interverrà stasera a Pregassona la vicepresidente dell’UDC Magdalena Martullo-Blocher.
Signora
Martullo-Blocher, nella campagna contro gli accordi con l’UE, lei e l’UDC
parlate di un «trattato di sottomissione». Non è un’esagerazione?
«Con questi
accordi la Svizzera dovrà adottare integralmente e direttamente il diritto
dell’UE. Qualunque cosa l’UE decidesse in futuro, noi la dovremo riprendere.
Potremo votare solo quando chiamati a modificare una delle nostre leggi
esistenti. Se non la modificheremo, l’UE ci infliggerà una sanzione. Diritto
straniero, giudici stranieri, sanzioni straniere e tributi: questo esisteva
solo in epoca coloniale. Nessun Paese stipula volontariamente un trattato di
questo tipo».
La Svizzera può
dire di no in qualsiasi momento, se necessario anche tramite referendum. Le
«misure compensative» dell’UE devono essere proporzionate. Queste garanzie non
sono sufficienti?
«Un referendum è possibile solo per una legge
svizzera. Ma la burocrazia dell’UE si applica direttamente, senza bisogno di
una legge. Se riguarda uno dei temi del trattato – immigrazione, trasporti,
agricoltura, alimentazione, elettricità o sanità – viene assunto ed entra
direttamente in vigore. Poiché l’UE dettaglia fino al livello dei regolamenti,
l’Amministrazione federale li applicherà autonomamente. L’UE determina anche le
misure punitive. Ad esempio, se non adotteremo una normativa sulla libera circolazione
delle persone, potranno negarci l’accesso al mercato o interrompere la
fornitura di energia elettrica».
Rispetto alla
situazione attuale, esiste un meccanismo di risoluzione delle controversie che
può proteggerci da misure unilaterali ed eccessive. Qual è, secondo lei, il
problema?
«In caso di
controversia, si tratterà semplicemente di stabilire se la Svizzera stia
applicando correttamente il diritto dell’UE. Il tribunale arbitrale, composto
da un cittadino svizzero e due stranieri, applicherà le decisioni della Corte
di giustizia europea. È una farsa pensata per ingannare il popolo svizzero».
Qual è, secondo
lei, il prezzo di questi accordi? I sostenitori ne evidenziano i vantaggi, come
il riconoscimento dei prodotti e la certezza del diritto.
«Il trattato
conta 2.200 pagine. Con l’entrata in vigore, da subito, adotteremo 20.000
pagine di regolamenti UE. Ogni anno, Bruxelles emana in complesso 150.000
pagine di regolamenti aggiuntivi. L’UE è già in declino: disoccupazione
elevata, bassi redditi, perdita di competitività ed è enormemente indebitata.
Se la Svizzera vi si incatena, affonderà con i cittadini dell’UE. Non potremo
più votare per noi stessi e stiamo sacrificando la nostra democrazia».
Relazioni stabili
e prevedibili all’interno di un quadro giuridico chiaro non sono forse una
garanzia contro decisioni unilaterali e arbitrarie, come ha dimostrato la
questione dei dazi statunitensi?
«Arrendersi non
crea una situazione stabile. Nemmeno il presidente Trump pretenderebbe mai che
un Paese adottasse le leggi statunitensi sul proprio territorio a tempo
indeterminato e, per di più, accettasse la Corte Suprema come ultima istanza. Con
il pacchetto di accordi UE saremo esposti all’arbitrarietà e alla
regolamentazione unilaterale dell’UE. L’UE non è affatto stabile o sicura. È in
declino».
Gli Stati Uniti
non hanno ancora dimostrato di essere un partner affidabile in materia di dazi
e armamenti. Alla luce di queste incertezze, non è forse nel nostro interesse
mantenere relazioni stabili con i nostri vicini?
«La Svizzera è
aperta e intrattiene buoni rapporti con tutti i Paesi, inclusa l’UE. Abbiamo
oltre 100 accordi bilaterali con l’UE e 35 accordi di libero scambio con altri
Paesi in tutto il mondo. Questi accordi regolano la cooperazione in modo
chiaro, su un piano di parità. Il pacchetto di accordi con l’UE, tuttavia, è
qualcosa di completamente diverso. Non riceviamo alcun vantaggio aggiuntivo; al
contrario, adottiamo anche in Svizzera le politiche di crisi dell’UE,
eccessivamente regolamentate e inefficaci».
Cosa succederebbe
se la Svizzera rifiutasse gli accordi? Non vi preoccupa l’impatto sulle
relazioni bilaterali?
«Gli accordi
bilaterali esistenti rimangono in vigore finché nessuno li rescinde. L’UE non
ha alcun interesse a farlo. Tuttavia, ha già violato alcuni accordi con la
Svizzera. L’affermazione secondo cui perderemmo l’accesso al mercato o
qualsiasi forma di cooperazione è falso. Le aziende svizzere continueranno a
essere in grado di esportare nell’UE. L’Accordo di libero scambio e le norme
dell’OMC rimangono in vigore. Abbiamo
ripetutamente subito pressioni da parte di altri Paesi importanti. Ma quando
abbiamo avuto la libertà di agire, siamo sempre stati in grado di gestire la
situazione e trovare una buona soluzione. La Svizzera è uno dei Paesi di
maggior successo al mondo».
Perché respinge
l’accordo sull’energia elettrica sostenuto dal vostro consigliere federale
Albert Rösti?
«Con l’accordo
sull’elettricità consegniamo l’intera nostra politica energetica alle
istituzioni dell’UE. Persino gli Stati membri dell’UE non hanno ancora attuato
la legislazione europea in materia di energia elettrica, ma la Svizzera sarebbe
obbligata a farlo. Se l’UE ha bisogno di energia elettrica a basso costo,
dovremo mantenere in funzione le nostre centrali idroelettriche. Persino le
nostre centrali di riserva, in caso di emergenza, potremo utilizzarle solo con
l’autorizzazione dell’UE. Le concessioni sarebbero assegnate tramite gara
internazionale secondo la legislazione europea e i canoni d’acqua rischiano di
non essere più garantiti. L’energia elettrica diventerà più cara, proprio come
nell’UE».
Cosa pensa delle
14 misure interne decise dalle parti sociali sotto la guida di Guy Parmelin?
«Si è voluto
comprare il consenso dei sindacati al pacchetto UE. Ma questo significa che i
cittadini avranno sempre meno soldi in tasca, la socialità verrà smantellata e
le imprese saranno schiacciate dalla burocrazia. L’immigrazione aumenterà in
modo massiccio e incontrollato».
Il consigliere
agli Stati del PLR Andrea Caroni intende proporre una tassa sugli immigrati
provenienti dall’UE. È d’accordo?
«L’immigrazione è
un grave problema in Svizzera. Solo un immigrato su due lavora, solo uno su
dieci è un lavoratore qualificato e il 70% dei detenuti sono stranieri. A chi
immigra verrà concesso il permesso di soggiorno permanente, anche se non
lavora. Potranno rimanere a tempo indeterminato, anche se criminali. Interi
nuclei familiari potranno ricongiungersi in Svizzera e lo faranno soprattutto
se bisognosi di cure. Con un sì all’iniziativa «No a una Svizzera da 10
milioni!» il 14 giugno si costringerà Berna ad adottare finalmente delle
contromisure a tutela del nostro Paese».
