L'intervista

«Nemmeno Donald Trump pretenderebbe tutto questo»

L’intervista alla consigliera nazionale e vicepresidente UDC Magdalena Martullo-Blocher
©CHRISTIAN BEUTLER
Giovanni Galli
21.05.2026 06:00

Mentre le campagna sull’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni!» è entrata nella fase decisiva, prosegue in Parlamento l’esame del nuovo pacchetto di accordi bilaterali con l’UE. Su questo tema interverrà stasera a Pregassona la vicepresidente dell’UDC Magdalena Martullo-Blocher.  

Signora Martullo-Blocher, nella campagna contro gli accordi con l’UE, lei e l’UDC parlate di un «trattato di sottomissione». Non è un’esagerazione?
«Con questi accordi la Svizzera dovrà adottare integralmente e direttamente il diritto dell’UE. Qualunque cosa l’UE decidesse in futuro, noi la dovremo riprendere. Potremo votare solo quando chiamati a modificare una delle nostre leggi esistenti. Se non la modificheremo, l’UE ci infliggerà una sanzione. Diritto straniero, giudici stranieri, sanzioni straniere e tributi: questo esisteva solo in epoca coloniale. Nessun Paese stipula volontariamente un trattato di questo tipo».

La Svizzera può dire di no in qualsiasi momento, se necessario anche tramite referendum. Le «misure compensative» dell’UE devono essere proporzionate. Queste garanzie non sono sufficienti?
 «Un referendum è possibile solo per una legge svizzera. Ma la burocrazia dell’UE si applica direttamente, senza bisogno di una legge. Se riguarda uno dei temi del trattato – immigrazione, trasporti, agricoltura, alimentazione, elettricità o sanità – viene assunto ed entra direttamente in vigore. Poiché l’UE dettaglia fino al livello dei regolamenti, l’Amministrazione federale li applicherà autonomamente. L’UE determina anche le misure punitive. Ad esempio, se non adotteremo una normativa sulla libera circolazione delle persone, potranno negarci l’accesso al mercato o interrompere la fornitura di energia elettrica».

Rispetto alla situazione attuale, esiste un meccanismo di risoluzione delle controversie che può proteggerci da misure unilaterali ed eccessive. Qual è, secondo lei, il problema?
«In caso di controversia, si tratterà semplicemente di stabilire se la Svizzera stia applicando correttamente il diritto dell’UE. Il tribunale arbitrale, composto da un cittadino svizzero e due stranieri, applicherà le decisioni della Corte di giustizia europea. È una farsa pensata per ingannare il popolo svizzero».

Qual è, secondo lei, il prezzo di questi accordi? I sostenitori ne evidenziano i vantaggi, come il riconoscimento dei prodotti e la certezza del diritto. 
«Il trattato conta 2.200 pagine. Con l’entrata in vigore, da subito, adotteremo 20.000 pagine di regolamenti UE. Ogni anno, Bruxelles emana in complesso 150.000 pagine di regolamenti aggiuntivi. L’UE è già in declino: disoccupazione elevata, bassi redditi, perdita di competitività ed è enormemente indebitata. Se la Svizzera vi si incatena, affonderà con i cittadini dell’UE. Non potremo più votare per noi stessi e stiamo sacrificando la nostra democrazia».

Relazioni stabili e prevedibili all’interno di un quadro giuridico chiaro non sono forse una garanzia contro decisioni unilaterali e arbitrarie, come ha dimostrato la questione dei dazi statunitensi?
«Arrendersi non crea una situazione stabile. Nemmeno il presidente Trump pretenderebbe mai che un Paese adottasse le leggi statunitensi sul proprio territorio a tempo indeterminato e, per di più, accettasse la Corte Suprema come ultima istanza. Con il pacchetto di accordi UE saremo esposti all’arbitrarietà e alla regolamentazione unilaterale dell’UE. L’UE non è affatto stabile o sicura. È in declino».

Gli Stati Uniti non hanno ancora dimostrato di essere un partner affidabile in materia di dazi e armamenti. Alla luce di queste incertezze, non è forse nel nostro interesse mantenere relazioni stabili con i nostri vicini?
«La Svizzera è aperta e intrattiene buoni rapporti con tutti i Paesi, inclusa l’UE. Abbiamo oltre 100 accordi bilaterali con l’UE e 35 accordi di libero scambio con altri Paesi in tutto il mondo. Questi accordi regolano la cooperazione in modo chiaro, su un piano di parità. Il pacchetto di accordi con l’UE, tuttavia, è qualcosa di completamente diverso. Non riceviamo alcun vantaggio aggiuntivo; al contrario, adottiamo anche in Svizzera le politiche di crisi dell’UE, eccessivamente regolamentate e inefficaci».

Cosa succederebbe se la Svizzera rifiutasse gli accordi? Non vi preoccupa l’impatto sulle relazioni bilaterali?
«Gli accordi bilaterali esistenti rimangono in vigore finché nessuno li rescinde. L’UE non ha alcun interesse a farlo. Tuttavia, ha già violato alcuni accordi con la Svizzera. L’affermazione secondo cui perderemmo l’accesso al mercato o qualsiasi forma di cooperazione è falso. Le aziende svizzere continueranno a essere in grado di esportare nell’UE. L’Accordo di libero scambio e le norme dell’OMC rimangono in vigore.  Abbiamo ripetutamente subito pressioni da parte di altri Paesi importanti. Ma quando abbiamo avuto la libertà di agire, siamo sempre stati in grado di gestire la situazione e trovare una buona soluzione. La Svizzera è uno dei Paesi di maggior successo al mondo».

Perché respinge l’accordo sull’energia elettrica sostenuto dal vostro consigliere federale Albert Rösti?
«Con l’accordo sull’elettricità consegniamo l’intera nostra politica energetica alle istituzioni dell’UE. Persino gli Stati membri dell’UE non hanno ancora attuato la legislazione europea in materia di energia elettrica, ma la Svizzera sarebbe obbligata a farlo. Se l’UE ha bisogno di energia elettrica a basso costo, dovremo mantenere in funzione le nostre centrali idroelettriche. Persino le nostre centrali di riserva, in caso di emergenza, potremo utilizzarle solo con l’autorizzazione dell’UE. Le concessioni sarebbero assegnate tramite gara internazionale secondo la legislazione europea e i canoni d’acqua rischiano di non essere più garantiti. L’energia elettrica diventerà più cara, proprio come nell’UE».

Cosa pensa delle 14 misure interne decise dalle parti sociali sotto la guida di Guy Parmelin?
«Si è voluto comprare il consenso dei sindacati al pacchetto UE. Ma questo significa che i cittadini avranno sempre meno soldi in tasca, la socialità verrà smantellata e le imprese saranno schiacciate dalla burocrazia. L’immigrazione aumenterà in modo massiccio e incontrollato».

Il consigliere agli Stati del PLR Andrea Caroni intende proporre una tassa sugli immigrati provenienti dall’UE. È d’accordo?
«L’immigrazione è un grave problema in Svizzera. Solo un immigrato su due lavora, solo uno su dieci è un lavoratore qualificato e il 70% dei detenuti sono stranieri. A chi immigra verrà concesso il permesso di soggiorno permanente, anche se non lavora. Potranno rimanere a tempo indeterminato, anche se criminali. Interi nuclei familiari potranno ricongiungersi in Svizzera e lo faranno soprattutto se bisognosi di cure. Con un sì all’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni!» il 14 giugno si costringerà Berna ad adottare finalmente delle contromisure a tutela del nostro Paese».