L'intervista

«Non ci faremo fagocitare dall'UDC, umanamente sono vicino a Zali»

Lorenzo Quadri è uno degli «irriducibili» leghisti – Il consigliere nazionale parla a ruota libera del movimento, dei casi Gobbi e Zali, di Hospita e di Fiorenzo Dadò
©Chiara Zocchetti
Gianni Righinetti
19.10.2026 06:00

Lorenzo Quadri è uno degli «irriducibili» leghisti. Il consigliere nazionale parla a ruota libera del movimento, dei casi Gobbi e Zali, di Hospita e di Fiorenzo Dadò, definito dal Mattino un «moralizzatore». Quadri è stato ospite a La domenica del Corriere.

La Lega è ancora un movimento o è diventata un partito come gli altri, con strutture, cadreghe, CdA e prebende?
«La Lega rimane un movimento. Vista la situazione attuale e quello che è successo negli ultimi anni, ha dovuto affrontare la perdita di persone molto importanti, a partire dal presidente a vita. Si è quindi dovuta dotare di una struttura più organizzata rispetto a quella iniziale. Doveva giocoforza accadere: Nano Bignasca è insostituibile. Ora c’è un coordinamento con un coordinatore e quattro vice. Speriamo sia funzionale. Quanto alle cadreghe e alle prebende, sono la conseguenza dei ruoli che si assumono quando si viene eletti negli esecutivi».

La collaborazione con l’UDC potrebbe mettere in discussione l’esistenza della Lega come entità autonoma?
«La Lega non si farà fagocitare. Io sono sempre stato favorevole alle alleanze, perché ritengo che, se si vogliono ottenere risultati, unire le forze con chi su vari temi importanti la pensa allo stesso modo sia più sensato che dividersi. Fa anche specie che certi discorsi si sentano solo a proposito delle alleanze a destra, e non su quelle a sinistra o al centro. Da qui a dire che la Lega smetterà di esistere, ce ne corre. Quando si parla di ‘‘casa comune della destra’’, non si sa ancora che aspetto avrà. Il verbo usato è sempre stato ‘‘federare’’, non ‘‘fondere’’: è una cosa diversa. Prossimamente si attiverà il tavolo di lavoro paritario con l’UDC Ticino. Il risultato delle discussioni, che saranno certamente intense, è previsto per l’estate del 2028. Poi le assemblee delle rispettive forze politiche dovranno accettarlo o respingerlo».

In questa collaborazione contano anche le risorse finanziarie dell’UDC?
«Il ragionamento è politico, sui temi, non finanziario. Le finanze contano, certo. Ma non c’è mai stata l’intenzione di diventare dei ‘‘sussidiati dell’UDC’’».

Quando sarà ufficializzata la lista comune per il Consiglio di Stato?
«Dovrà essere ufficializzata in tempi relativamente brevi, perché il tempo passa. Penso che siamo già abbastanza avanti, ma non posso dire molto di più: non sono coinvolto in prima persona nella preparazione della lista».

L’ipotesi è di due leghisti, due UDC e un quinto candidato. Quale profilo avrebbe quest’ultimo?
«L’ideale sarebbe una persona della società civile, non ancora attiva in politica, ma vicina o appartenente all’area della destra o del centrodestra. Una persona di alto profilo che in questo momento non sia né Lega né UDC. Un paio di nomi sono stati fatti, ma ripeto, non sono in prima fila in queste discussioni».

La Lega è in difficoltà perché ha perso il Nano, il suo linguaggio o non ha trovato il suo successore?
«Pensare di sostituire il Nano sarebbe un’illusione. La Lega di perdite ne ha purtroppo subite tante: dopo il Nano, Attilio Bignasca, Marco Borradori, e purtroppo anche vari altri. Una simile sequela di morti avrebbe buttato a terra qualsiasi forza politica. La Lega ne risente, ma questo non significa che sia al capolinea. È ancora molto vitale e contiamo che possa risollevarsi. Darsi una struttura non è stato facile: quando si è avuto per lungo tempo un presidente a vita, o comunque una figura così carismatica, creare qualcosa di diverso non è evidente. Daniele Piccaluga ci mette molta passione e molto impegno, e ha tutto il mio sostegno. Sono convinto che i risultati arriveranno. La Lega deve tornare a fare la Lega. Deve tornare a essere più propositiva, riappropriarsi dei suoi temi, perché per un certo periodo si è appiattita sulle politiche dei consiglieri di Stato».

Piccaluga è il «suo» coordinatore? Il Mattino ha pubblicato alcuni interventi per indirizzarlo sulla «retta via», un paio di «Achtung!» li ha ricevuti.
«Sì, lo è. Il Mattino non è il domenicale della Lega. È libero di avere le proprie posizioni senza doverle concordare con quelle della Lega. Ci sono stati un paio di “Achtung”, come ce ne sono sempre stati in passato e ce ne saranno anche in futuro».

Lei si sente l’ultimo difensore solitario di un modo di fare politica leghista?
«Cerco di essere coerente con me stesso. Non pretendo di avere la ricetta su come si dovrebbe fare politica, men che meno di essere d’esempio per qualcuno. Cerco di portare avanti le posizioni e le battaglie in cui credo, con le modalità che mi sono proprie».

C’è qualcuno che comanda nella Lega?
«C’è un coordinamento, persone che si confrontano, discutono e prendono delle decisioni».

È lei a scrivere le rubriche anonime del Mattino, come «Cip e Ciop» e «Fringuello»?
«Questo non si dice. Se io le chiedessi se tutti gli articoli non firmati sul Corriere del Ticino li scrive lei, non so cosa mi risponderebbe. Sono il direttore responsabile e ne rispondo. Il vero autore non sono tenuto a dirlo. Comunque, non posso scrivere tutto io. Direi quindi che la questione può rimanere in sospeso».

Veniamo al «caso Gobbi». Il risultato finale ha dato ragione alla Lega, ma all’inizio Norman Gobbi avrebbe potuto essere più trasparente?
«Con il senno di poi si possono dire molte cose. Il risultato finale ci dice che sotto questo caso, clamorosamente montato e cavalcato a livello politico-mediatico, in realtà non c’era nulla. C’erano invece mestatori che hanno voluto gonfiare ad oltranza una situazione di cui, oltretutto, Gobbi è stato vittima: era stato tamponato, non aveva urtato un altro automobilista. Il Consiglio di Stato ha definito l’incidente “bagatellare”. Si è voluto costruire un castello fantasioso con il manifesto intento di colpire politicamente la Lega».

Una maggiore chiarezza iniziale avrebbe evitato quella situazione?
«Non so se Norman Gobbi avrebbe potuto comunicare diversamente. Quando c’è la volontà di scatenare una ‘‘shitstorm’’, la valanga parte comunque. In questo caso gli avversari della Lega avevano la volontà di cavalcare politicamente qualsiasi cosa venisse detta, per poi distorcerla e travisarla con l’obiettivo di colpire».

Il Mattino ha comunicato prima della Lega che Claudio Zali era stato scaricato dall’ipotesi di ricandidatura. Non spettava al coordinatore Piccaluga?
«No, quella era la posizione del Mattino, non della Lega. È lo stesso discorso fatto prima: il Mattino ha assunto quella posizione perché questa era la sua convinzione».

Lei è stato coinvolto per una mail del 2021, poi resa pubblica, sul caso che ha travolto Zali. A distanza di anni sente di dover fare mea culpa?
«È difficile dirlo. Sfido chiunque a ricordare il contenuto di una mail ricevuta più di cinque anni fa. Era una mail breve e ne è arrivata una sola. Non so se sarebbe stato corretto partire dal presupposto che una persona che affermava fatti che allora apparivano del tutto inverosimili fosse completamente credibile, e che un consigliere di Stato, nonché ex presidente del Tribunale penale cantonale (Zali, ndr) non lo fosse invece per nulla. Circolano molte mail e lettere anonime con accuse false o non dimostrabili. Ai tempi non c’era motivo particolare per ritenere quella comunicazione più fondata di altre. E anche se lo fosse stata, si trattava di ipotetici reati perseguibili a querela di parte. Che cosa avrei potuto fare di diverso? Il procuratore pubblico era già a conoscenza dei fatti, perché nella mail si diceva che erano già stati denunciati. Inoltre la presunzione di innocenza vale per tutti, anche per Claudio Zali. Invece è stato trattato fin dall’inizio come se fosse colpevole di ogni possibile nefandezza. Questo è stato molto scorretto nei suoi confronti».

Umanamente si sente ancora vicino a Claudio Zali?
«Per questa vicenda non ho problemi a dire di sì. Zali rimane innocente dei reati che gli vengono contestati fino a quando non sarà dimostrato il contrario. Nonostante ciò è stato massacrato politicamente e mediaticamente oltre ogni dire. Forse avrebbe potuto, e a mio giudizio dovuto, comunicare prima e diversamente su alcune questioni. Ma, dal punto di vista umano, il trattamento che gli è stato riservato è molto iniquo».

E gli audio, invece?
«È chiaro che ascoltarli sconcerta. Ma vorrei vedere chi, in una conversazione che riteneva privata, in un momento di esasperazione non ha mai detto cose che in realtà non pensa, che non lo rappresentano, ma che in quel momento gli sono sfuggite. Gli audio fanno impressione, ma andrebbero comunque contestualizzati. Zali avrebbe forse potuto spiegare subito la propria posizione. Non sta a me giudicare, ma non credo che esista davvero ‘‘l’amico di Milano’’: penso sia una cosa uscita in un momento di stizza».

Ha più sentito Zali?
«No. Non lo sento da mesi. In realtà l’ho sempre sentito poco. Non è che io lo cercavo e lui si negasse. Semplicemente non c’era la necessità, ci occupavamo di cose diverse».

Ora è il turno di Fiorenzo Dadò, dopo la vicenda della CRP e la copertina del Mattino?
«Dadò ha pompato il caso Gobbi e anche altre situazioni in funzione antileghista. Quando si assumono atteggiamenti inquisitori e moralistici bisognerebbe essere in una botte di ferro, e qui potrebbe non essere il caso. Ovviamente la presunzione di innocenza vale anche per Dadò. Ma la denuncia mendace, se attestata da una condanna definitiva, è uno di quei reati che potrebbero comportare indegnità alla carica di granconsigliere, con conseguente destituzione o ineleggibilità. Se al posto di Dadò ci fosse un leghista, le richieste politiche e mediatiche di passi indietro e autosospensioni si moltiplicherebbero. Invece assistiamo al solito sistema dei due pesi e delle due misure».

Non è però anche lei un moralizzatore nei confronti di Dadò?
«Il Mattino ha pubblicato stralci di una sentenza della CRP: non sono cose dette dal Mattino, le dice un tribunale. Sono state fatte considerazioni sull’atteggiamento inquisitorio che Dadò assume verso la Lega. Può capitare che questo atteggiamento ritorni indietro come un boomerang».

Sta arrivando il rapporto sul caso Hospita-Lega. È preoccupato?
«Ho seguito la vicenda a distanza. Sono sereno perché la Lega, come è stato detto più volte, è parte lesa. Se esponenti o ex esponenti del Movimento hanno approfittato delle proprie posizioni politiche per trarre vantaggi personali o sostenere persone vicine, è una responsabilità individuale. La Lega è coinvolta perché subisce purtroppo un danno d’immagine, ma dietro ci sono comportamenti individuali che rientrano, appunto, nella sfera della responsabilità personale».

Si ricandiderà al Consiglio nazionale e al Municipio di Lugano?
«È possibile, ma adesso sarebbe prematuro confermarlo».