«Non ci faremo fagocitare dall'UDC, umanamente sono vicino a Zali»

Lorenzo Quadri è uno degli «irriducibili» leghisti. Il consigliere nazionale parla a ruota libera del movimento, dei casi Gobbi e Zali, di Hospita e di Fiorenzo Dadò, definito dal Mattino un «moralizzatore». Quadri è stato ospite a La domenica del Corriere.
La Lega è ancora
un movimento o è diventata un partito come gli altri, con strutture, cadreghe,
CdA e prebende?
«La Lega rimane
un movimento. Vista la situazione attuale e quello che è successo negli ultimi
anni, ha dovuto affrontare la perdita di persone molto importanti, a partire
dal presidente a vita. Si è quindi dovuta dotare di una struttura più
organizzata rispetto a quella iniziale. Doveva giocoforza accadere: Nano
Bignasca è insostituibile. Ora c’è un coordinamento con un coordinatore e
quattro vice. Speriamo sia funzionale. Quanto alle cadreghe e alle prebende,
sono la conseguenza dei ruoli che si assumono quando si viene eletti negli
esecutivi».
La collaborazione
con l’UDC potrebbe mettere in discussione l’esistenza della Lega come entità
autonoma?
«La Lega non si
farà fagocitare. Io sono sempre stato favorevole alle alleanze, perché ritengo
che, se si vogliono ottenere risultati, unire le forze con chi su vari temi
importanti la pensa allo stesso modo sia più sensato che dividersi. Fa anche
specie che certi discorsi si sentano solo a proposito delle alleanze a destra,
e non su quelle a sinistra o al centro. Da qui a dire che la Lega smetterà di
esistere, ce ne corre. Quando si parla di ‘‘casa comune della destra’’, non si
sa ancora che aspetto avrà. Il verbo usato è sempre stato ‘‘federare’’, non
‘‘fondere’’: è una cosa diversa. Prossimamente si attiverà il tavolo di lavoro
paritario con l’UDC Ticino. Il risultato delle discussioni, che saranno
certamente intense, è previsto per l’estate del 2028. Poi le assemblee delle
rispettive forze politiche dovranno accettarlo o respingerlo».
In questa
collaborazione contano anche le risorse finanziarie dell’UDC?
«Il ragionamento
è politico, sui temi, non finanziario. Le finanze contano, certo. Ma non c’è
mai stata l’intenzione di diventare dei ‘‘sussidiati dell’UDC’’».
Quando sarà
ufficializzata la lista comune per il Consiglio di Stato?
«Dovrà essere
ufficializzata in tempi relativamente brevi, perché il tempo passa. Penso che
siamo già abbastanza avanti, ma non posso dire molto di più: non sono coinvolto
in prima persona nella preparazione della lista».
L’ipotesi è di
due leghisti, due UDC e un quinto candidato. Quale profilo avrebbe
quest’ultimo?
«L’ideale sarebbe
una persona della società civile, non ancora attiva in politica, ma vicina o
appartenente all’area della destra o del centrodestra. Una persona di alto
profilo che in questo momento non sia né Lega né UDC. Un paio di nomi sono
stati fatti, ma ripeto, non sono in prima fila in queste discussioni».
La Lega è in
difficoltà perché ha perso il Nano, il suo linguaggio o non ha trovato il suo
successore?
«Pensare di
sostituire il Nano sarebbe un’illusione. La Lega di perdite ne ha purtroppo
subite tante: dopo il Nano, Attilio Bignasca, Marco Borradori, e purtroppo
anche vari altri. Una simile sequela di morti avrebbe buttato a terra qualsiasi
forza politica. La Lega ne risente, ma questo non significa che sia al
capolinea. È ancora molto vitale e contiamo che possa risollevarsi. Darsi una
struttura non è stato facile: quando si è avuto per lungo tempo un presidente a
vita, o comunque una figura così carismatica, creare qualcosa di diverso non è
evidente. Daniele Piccaluga ci mette molta passione e molto impegno, e ha tutto
il mio sostegno. Sono convinto che i risultati arriveranno. La Lega deve
tornare a fare la Lega. Deve tornare a essere più propositiva, riappropriarsi
dei suoi temi, perché per un certo periodo si è appiattita sulle politiche dei
consiglieri di Stato».
Piccaluga è il
«suo» coordinatore? Il Mattino ha pubblicato alcuni interventi per indirizzarlo
sulla «retta via», un paio di «Achtung!» li ha ricevuti.
«Sì, lo è. Il
Mattino non è il domenicale della Lega. È libero di avere le proprie posizioni
senza doverle concordare con quelle della Lega. Ci sono stati un paio di
“Achtung”, come ce ne sono sempre stati in passato e ce ne saranno anche in
futuro».
Lei si sente
l’ultimo difensore solitario di un modo di fare politica leghista?
«Cerco di essere
coerente con me stesso. Non pretendo di avere la ricetta su come si dovrebbe
fare politica, men che meno di essere d’esempio per qualcuno. Cerco di portare
avanti le posizioni e le battaglie in cui credo, con le modalità che mi sono
proprie».
C’è qualcuno che
comanda nella Lega?
«C’è un
coordinamento, persone che si confrontano, discutono e prendono delle
decisioni».
È lei a scrivere
le rubriche anonime del Mattino, come «Cip e Ciop» e «Fringuello»?
«Questo non si
dice. Se io le chiedessi se tutti gli articoli non firmati sul Corriere del
Ticino li scrive lei, non so cosa mi risponderebbe. Sono il direttore
responsabile e ne rispondo. Il vero autore non sono tenuto a dirlo. Comunque,
non posso scrivere tutto io. Direi quindi che la questione può rimanere in
sospeso».
Veniamo al «caso
Gobbi». Il risultato finale ha dato ragione alla Lega, ma all’inizio Norman
Gobbi avrebbe potuto essere più trasparente?
«Con il senno di
poi si possono dire molte cose. Il risultato finale ci dice che sotto questo
caso, clamorosamente montato e cavalcato a livello politico-mediatico, in
realtà non c’era nulla. C’erano invece mestatori che hanno voluto gonfiare ad
oltranza una situazione di cui, oltretutto, Gobbi è stato vittima: era stato
tamponato, non aveva urtato un altro automobilista. Il Consiglio di Stato ha
definito l’incidente “bagatellare”. Si è voluto costruire un castello
fantasioso con il manifesto intento di colpire politicamente la Lega».
Una maggiore
chiarezza iniziale avrebbe evitato quella situazione?
«Non so se Norman
Gobbi avrebbe potuto comunicare diversamente. Quando c’è la volontà di
scatenare una ‘‘shitstorm’’, la valanga parte comunque. In questo caso gli
avversari della Lega avevano la volontà di cavalcare politicamente qualsiasi
cosa venisse detta, per poi distorcerla e travisarla con l’obiettivo di
colpire».
Il Mattino ha
comunicato prima della Lega che Claudio Zali era stato scaricato dall’ipotesi
di ricandidatura. Non spettava al coordinatore Piccaluga?
«No, quella era
la posizione del Mattino, non della Lega. È lo stesso discorso fatto prima: il
Mattino ha assunto quella posizione perché questa era la sua convinzione».
Lei è stato
coinvolto per una mail del 2021, poi resa pubblica, sul caso che ha travolto
Zali. A distanza di anni sente di dover fare mea culpa?
«È difficile
dirlo. Sfido chiunque a ricordare il contenuto di una mail ricevuta più di
cinque anni fa. Era una mail breve e ne è arrivata una sola. Non so se sarebbe
stato corretto partire dal presupposto che una persona che affermava fatti che
allora apparivano del tutto inverosimili fosse completamente credibile, e che
un consigliere di Stato, nonché ex presidente del Tribunale penale cantonale
(Zali, ndr) non lo fosse invece per nulla. Circolano molte mail e lettere
anonime con accuse false o non dimostrabili. Ai tempi non c’era motivo
particolare per ritenere quella comunicazione più fondata di altre. E anche se
lo fosse stata, si trattava di ipotetici reati perseguibili a querela di parte.
Che cosa avrei potuto fare di diverso? Il procuratore pubblico era già a
conoscenza dei fatti, perché nella mail si diceva che erano già stati
denunciati. Inoltre la presunzione di innocenza vale per tutti, anche per
Claudio Zali. Invece è stato trattato fin dall’inizio come se fosse colpevole
di ogni possibile nefandezza. Questo è stato molto scorretto nei suoi
confronti».
Umanamente si
sente ancora vicino a Claudio Zali?
«Per questa
vicenda non ho problemi a dire di sì. Zali rimane innocente dei reati che gli
vengono contestati fino a quando non sarà dimostrato il contrario. Nonostante
ciò è stato massacrato politicamente e mediaticamente oltre ogni dire. Forse
avrebbe potuto, e a mio giudizio dovuto, comunicare prima e diversamente su
alcune questioni. Ma, dal punto di vista umano, il trattamento che gli è stato
riservato è molto iniquo».
E gli audio,
invece?
«È chiaro che
ascoltarli sconcerta. Ma vorrei vedere chi, in una conversazione che riteneva
privata, in un momento di esasperazione non ha mai detto cose che in realtà non
pensa, che non lo rappresentano, ma che in quel momento gli sono sfuggite. Gli
audio fanno impressione, ma andrebbero comunque contestualizzati. Zali avrebbe
forse potuto spiegare subito la propria posizione. Non sta a me giudicare, ma
non credo che esista davvero ‘‘l’amico di Milano’’: penso sia una cosa uscita
in un momento di stizza».
Ha più sentito
Zali?
«No. Non lo sento
da mesi. In realtà l’ho sempre sentito poco. Non è che io lo cercavo e lui si
negasse. Semplicemente non c’era la necessità, ci occupavamo di cose diverse».
Ora è il turno di
Fiorenzo Dadò, dopo la vicenda della CRP e la copertina del Mattino?
«Dadò ha pompato
il caso Gobbi e anche altre situazioni in funzione antileghista. Quando si
assumono atteggiamenti inquisitori e moralistici bisognerebbe essere in una
botte di ferro, e qui potrebbe non essere il caso. Ovviamente la presunzione di
innocenza vale anche per Dadò. Ma la denuncia mendace, se attestata da una
condanna definitiva, è uno di quei reati che potrebbero comportare indegnità
alla carica di granconsigliere, con conseguente destituzione o ineleggibilità.
Se al posto di Dadò ci fosse un leghista, le richieste politiche e mediatiche
di passi indietro e autosospensioni si moltiplicherebbero. Invece assistiamo al
solito sistema dei due pesi e delle due misure».
Non è però anche
lei un moralizzatore nei confronti di Dadò?
«Il Mattino ha
pubblicato stralci di una sentenza della CRP: non sono cose dette dal Mattino,
le dice un tribunale. Sono state fatte considerazioni sull’atteggiamento
inquisitorio che Dadò assume verso la Lega. Può capitare che questo
atteggiamento ritorni indietro come un boomerang».
Sta arrivando il
rapporto sul caso Hospita-Lega. È preoccupato?
«Ho seguito la
vicenda a distanza. Sono sereno perché la Lega, come è stato detto più volte, è
parte lesa. Se esponenti o ex esponenti del Movimento hanno approfittato delle
proprie posizioni politiche per trarre vantaggi personali o sostenere persone
vicine, è una responsabilità individuale. La Lega è coinvolta perché subisce
purtroppo un danno d’immagine, ma dietro ci sono comportamenti individuali che
rientrano, appunto, nella sfera della responsabilità personale».
Si ricandiderà al
Consiglio nazionale e al Municipio di Lugano?
«È possibile, ma
adesso sarebbe prematuro confermarlo».
