«Non è un nuovo maccartismo, ma la democrazia USA è a rischio»

In un lungo articolo pubblicato ieri, il capo dell’ufficio di Los Angeles del Financial Times, Christopher Grimes, si è chiesto retoricamente se gli USA stiano entrando «in una nuova era di maccartismo». Dopo l’omicidio di Charlie Kirk, infatti, l’offensiva della Casa Bianca contro la libertà di parola è cresciuta. Ne parliamo con l’americanista Stefano Rizzo.
Professor Rizzo, che cosa sta succedendo negli Stati Uniti? Grandi giornali come il New York Times e il Financial Times, parlano ormai apertamente del rischio di una vera e propria svolta autoritaria. Lei che ne pensa?
«Prima di risponderle, mi faccia fare una premessa, che considero importante».
Certamente.
«Mi trovo in una situazione particolare, psicologicamente molto difficile. Ho amato molto quel Paese e quella gente, pur criticandolo, come è giusto, quando da ragazzo ho partecipato a New York alle manifestazioni per il Vietnam o in ricordo di Martin Luther King. Questo crollo verticale della speranza del cambiamento, questo continuo minare le istituzioni democratiche americane, questa frattura del Paese sono un grande dolore sul piano personale».
Condivide, allora, i timori della stampa liberal?
«Sì. Credo che si possa dire, con certezza, che siamo di fronte a qualcosa senza precedenti. Negli anni ’70, Richard Nixon, che veniva chiamato Tricky Dicky - Riccardino l’imbroglione - manifestava un certo disprezzo per le regole democratiche. Ma, a un certo punto, dovette piegarsi alle ingiunzioni della Corte Suprema e rispettare il sistema istituzionale. I presidenti, avendo un immenso potere, tendono ad accrescerlo ulteriormente, e anche a violare le regole. Ma, a un certo punto, hanno accettato di sottostare alla Costituzione, alle leggi, alle ordinanze dei giudici e al galateo politico-istituzionale. Donald Trump, nella sua prima presidenza, ha tentato di forzare la mano, ma di fronte alle resistenze - in parte degli apparati amministrativi, in parte dei Tribunali e dell’opinione pubblica - ha spesso fatto marcia indietro. Nel secondo mandato, e sono ormai trascorsi più di 8 mesi, ha rotto ogni catena che lo teneva in qualche modo legato, e sta violando tutte le regole del gioco. Per questo dico che si tratta di qualcosa senza precedenti. Con un elemento, però, nuovo».
Quale?
«Il fatto che il Tribunale di ultima istanza, la Corte Suprema, è schierato con la Casa Bianca. Cosa che, ad esempio, permette a Trump di violare, con i suoi ordini esecutivi, le prerogative del Congresso - pensiamo ai dazi, che secondo la Costituzione dovrebbero essere decisi dal Parlamento - o di fare causa agli studi legali, alle Università. Fino, cosa anch’essa senza precedenti, ad autonominarsi presidente del Kennedy Center, il centro culturale nazionale degli Stati Uniti, a suo avviso troppo piegato a raccontare una storia di sinistra».
In che modo la società americana sta vivendo tutto questo?
«Senza dubbio, c’è una divisione verticale della società. Nel voto popolare, Trump ha vinto con il 49,9% dei consensi. L’elettorato è spaccato in due. Così come il Congresso, dove i repubblicani hanno una manciata di seggi più dei democratici. L’opinione pubblica non è quindi unanimemente favorevole a tutto quanto sta facendo Trump. La media dei sondaggi, che sono ripetuti incessantemente, dice che rispetto alle elezioni di novembre il presidente ha perso 5, 6 punti di consenso popolare. Oggi, il favore nei suoi confronti è intorno al 40%. Mentre lo sfavore supera largamente il 50%. Naturalmente, tradurre tutto questo in azioni politiche è molto più complicato. Il sistema istituzionale americano è fortemente sbilanciato a favore dell’Esecutivo. Il Congresso è strutturato in modo tale che la minoranza non ha praticamente poteri. Forse, molti esperti di studi americani oggi dovrebbero cospargersi il capo di cenere dopo aver sempre sostenuto che nel sistema statunitense americano il presidente ha sì grandi poteri, ma mitigati dai checks and balances, i controlli e bilanciamenti che frenano questi stessi poteri. Oggi dobbiamo prendere atto che questi checks and balances non hanno funzionato. Assistiamo a una sistematica violazione delle norme scritte e convenzionali della Costituzione».
C’è qualcosa che la preoccupa in particolare?
«L’impiego dell’esercito in funzione di polizia e di ordine pubblico. È uno dei cardini di ogni democrazia: l’esercito non può esercitare funzioni di ordine pubblico. Ma Trump, contro il parere dei governatori e dei sindaci, ha inviato in alcune città - Washington DC, Los Angeles, e promette di farlo a Chicago - la Guardia nazionale e i marines. E questo è davvero molto preoccupante».
Pensa che sia corretto parlare di nuovo maccartismo, così come fa il Financial Times, per descrivere la guerra condotta da Trump contro le opinioni degli avversari politici, contro il dissenso?
«No, secondo me è qualcosa di molto diverso. Il maccartismo si inseriva in un contesto di guerra fredda in cui, effettivamente, l’Unione Sovietica rappresentava una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti e per il mondo occidentale. L’estremizzazione rappresentata dal maccartismo, che è stata effettivamente una crisi democratica, aveva un qualche fondamento nella situazione politica internazionale. Non dimentichiamo, però, che Joseph McCarthy non fu rieletto in Senato e che il presidente, all’epoca, era Dwight Eisenhower, un repubblicano galantuomo. Un anticomunista, certo, ma legato al rispetto della Costituzione, così come il successore, John Fitzgerald Kennedy. Non stiamo parlando di persone che strizzavano l’occhio alla sinistra, ma di politici saldamente rispettosi delle istituzioni. Oggi non c’è alcuna ragione percepibile che giustifichi quanto avviene. Sta accadendo, piuttosto, qualcosa di nuovo e anche di più pericoloso».
Che cosa?
«La quantità di azioni condotte nella direzione di un autoritarismo sempre più spinto da parte di Trump ha superato ogni immaginazione e, debbo dire, ogni previsione. Oggi gli esperti temono che possa ripetersi, negli USA, un “momento Reichstag”, qualcosa che possa provocare una reazione violenta da parte del potere costituito. È facile prevedere che, se dovessero esserci altri episodi di violenza dopo l’omicidio di Charlie Kirk, da una parte e dall’altra, la guerra civile fredda potrebbe diventare una guerra civile calda, con l’intervento dell’esercito che già Trump ha dispiegato in varie occasioni. Trump potrebbe arrivare a proclamare lo stato di emergenza e ad attribuirsi il pieno comando. È un’eventualità su cui insiste sempre. In ogni momento. Anche di fronte alle situazioni più banali, il presidente degli Stati Uniti rivendica i poteri dello stato di emergenza, nel quale ogni regola e ogni garanzia saltano e il potere diventa autoritario».

