Nucleare, «in realtà non abbiamo il lusso della scelta»

Professoressa, iniziamo dalla domanda delle domande: può davvero esistere, in Svizzera, un approvvigionamento sicuro senza atomo?
«Senza il nucleare diventeremmo più dipendenti dall’estero. Significherebbe scommettere sul fatto che, soprattutto in inverno, le importazioni di energia dall’Unione europea saranno sempre garantite. Ma a quale prezzo? Questa è la vera scommessa di un sistema energetico senza nucleare».
Per capire meglio il punto di partenza: qual è oggi il mix della produzione elettrica in Svizzera e quanto pesa ancora il nucleare sul fabbisogno?
«In media durante l’anno, il 60% viene prodotto con gli impianti idroelettrici, il 30% proviene dal nucleare e il 7% è solare, con picchi nei mesi estivi fino al 12%. In inverno, invece, il nucleare contribuisce per il 38%».
È realistico pensare che le rinnovabili, solare, idroelettrico ed eolico, possano sostituire completamente il nucleare?
«Entro il 2050 in Svizzera avremo bisogno di circa 50 terawattora (TWh) di elettricità aggiuntiva: 25 TWh derivanti dall’aumento del consumo dovuto alla generale elettrificazione e circa 23 TWh dalla dismissione dei vecchi reattori nucleari. Il solare oggi produce 6 TWh all’anno, l’eolico 0,17 TWh. Considerato che l’idroelettrico non può crescere di molto, al massimo di 2 TWh, la produzione di solare ed eolico dovrebbe aumentare di quasi 8 volte. La sfida è enorme. È importante che la gente capisca di che cosa stiamo parlando. Per produrre l’equivalente di un grosso impianto nucleare, ossia 12 TWh all’anno, servirebbero più di 1.300 grandi turbine eoliche alte 200 metri l’una; oppure 1.090 progetti come il grande impianto solare NalpSolar di Axpo nei Grigioni, dove ogni impianto conta ottantamila metri quadrati di pannelli solari. Parliamo di milioni e milioni di moduli solari. Se non vogliamo il nucleare, è quello che ci aspetta. Si tratta di un’operazione tutt’altro che scontata. È vero che costruire un impianto nucleare costa tanto e ci vuole tanto tempo, ma lo stesso vale per fare l’equivalente con il solare o con l’eolico. La Confederazione nel suo piano parla di questi 45 TWh da produrre con le rinnovabili entro il 2050, senza però indicare come».
Uno dei principali timori riguarda la cosiddetta «lacuna invernale». Quali alternative concrete esistono oggi per garantire l’approvvigionamento nei mesi freddi?
«Non ci sono grandi alternative: o si dipende dall’Europa per le importazioni di energia, ovviamente ai prezzi che verranno imposti; oppure si costruiscono nuove centrali a gas, con il rischio di dipendere dal prezzo del gas. Al riguardo, le parole pronunciate martedì dalla presidente dell’UE von der Leyen suonano come una sentenza: “È stato un errore strategico ridurre il nucleare”».
La strategia energetica 2050 della Confederazione prevede l’abbandono del nucleare. Alla luce dell’elettrificazione crescente della società questo obiettivo è ancora realistico?
«Ci sono due questioni. La prima: riusciremo a costruire così tanti impianti eolici e solari entro il 2050? La seconda: vogliamo dipendere di più dall'estero? Siamo disposti a maggiori variabilità dei prezzi dell’elettricità? Molti Paesi europei hanno fatto un’inversione di marcia sul nucleare. Le uniche nazioni che hanno deciso un’uscita sono Germania, Svizzera, Belgio e Spagna. Il cancelliere Merz ha ammesso recentemente che è stato un errore. Il Belgio, come la Svizzera, aveva introdotto il divieto di costruire nuovi reattori. Adesso ha eliminato questo divieto. Infine, la Spagna, che dopo aver votato il prolungamento della vita dei reattori esistenti, sta affrontando la medesima discussione che abbiamo noi in Svizzera».
Alcuni sostengono che il consumo elettrico in Svizzera sia stabile da vent’anni, altri prevedono un forte aumento dovuto a elettrificazione e digitalizzazione. Quali scenari sono oggi più credibili?
«Tutti gli scenari scientifici che ho visto prodotti dalle varie università e centri di ricerca in Svizzera sono concordi sul fatto che in futuro servirà più elettricità. D'altro canto, se vogliamo elettrificare tutti i riscaldamenti, se vogliamo elettrificare tutta la mobilità e se vogliamo anche elettrificare l’industria, non capisco come il consumo possa non aumentare».
Molti studi indicano che una nuova centrale nucleare in Svizzera difficilmente potrebbe entrare in funzione prima del 2045–2050. Ha senso discutere oggi di nucleare per risolvere problemi energetici più immediati?
«In realtà abbiamo due problemi energetici: uno immediato e uno di lungo periodo. Quello di lungo termine emergerà intorno al 2050, quando Leibstadt e Gösgen – le due centrali nucleari più grandi della Svizzera che producono circa 17 TWh all’anno – verranno dismesse. In un contesto di consumi elettrici in crescita, il divario sarà ancora più grande. Per questo dico spesso che non abbiamo il lusso di scegliere una sola tecnologia: dovremo combinare tutte le fonti disponibili, perché la sfida energetica è enorme».
Le grandi aziende elettriche svizzere hanno più volte dichiarato che nuove centrali nucleari non sarebbero economicamente sostenibili.
«Il messaggio delle compagnie energetiche svizzere, in realtà, è un altro: oggi il rischio economico delle centrali nucleari ricade interamente sui privati, mentre non è così per gli impianti rinnovabili. Per le rinnovabili esistono infatti leggi che prevedono sussidi fino al 60% del costo dell’impianto. Nel caso del nucleare, invece, non solo non ci sono sussidi, ma l’intero rischio politico grava sugli investitori. Se, ad esempio, dovesse emergere un’opposizione nell’ultima fase del progetto – quando la costruzione è già avviata – il privato potrebbe trovarsi a sostenere costi enormi senza la garanzia che l’impianto entri mai in funzione. Per questo anche le grandi aziende tendono a orientare i propri investimenti dove esistono maggiori garanzie politiche e sostegni economici, senza necessariamente allinearsi agli obiettivi energetici della Confederazione per il 2050».
Gli incidenti di Chernobyl e Fukushima hanno segnato profondamente l’opinione pubblica. Oggi il rischio di incidenti gravi è davvero molto più basso rispetto al passato? I reattori di nuova generazione offrono garanzie maggiori rispetto a quelli attuali?
«Gli impianti oggi disponibili sul mercato, costruiti negli ultimi anni, hanno standard di sicurezza nettamente superiori. Purtroppo, quando si parla di nucleare si tende spesso a fare di tutta l’erba un fascio. Faccio un esempio: prima della pandemia di Covid si sono verificati due incidenti con aerei Boeing 737 Max, con circa 400 vittime. Non sono stati messi a terra tutti gli aerei, ma solo quel modello specifico. Lo stesso principio dovrebbe valere anche per gli impianti nucleari. Purtroppo, su questo tema regna ancora molta confusione».
Un’altra questione spesso citata riguarda le scorie nucleari. A che punto siamo oggi con le soluzioni di smaltimento e quanto sono convincenti dal punto di vista tecnico e politico?
«Le scorie sono un problema politico e non tecnico. La fissione nucleare produce milioni di volte più energia di una reazione chimica; con pochi grammi di uranio si genera la stessa energia di una tonnellata di carbone. Di conseguenza, anche le scorie prodotte sono molto poche in relazione all’energia prodotta: in tutta la Svizzera, dopo 60 anni di attività delle centrali, si otterrebbero circa 1.500 m3 di scorie ad alta radioattività, equivalenti a due case unifamiliari. Sul fronte dei combustibili, invece, in Svizzera oggi abbiamo duemila siti con scorie chimiche altamente tossiche prodotte in ordine decisamente maggiore. Rifiuti che fra un milione di anni saranno tossici come lo sono oggi, mentre la tossicità dei rifiuti radioattivi diminuisce nel tempo».
Guardando ai prossimi 30 anni, qual è secondo lei la combinazione di fonti energetiche più realistica per garantire sicurezza, sostenibilità e costi accettabili in Svizzera?
«Ripeto: a mio avviso non abbiamo il lusso della scelta. Serve un mix di idroelettrico, solare, eolico e nucleare».
