Economia

Nuovi dazi Usa: le associazioni di categoria reagiscono con sollievo, ma anche incertezza

«L'annuncio è in linea con gli scenari che ci si poteva attendere», osserva Yves Bugmann, presidente della Federazione dell'industria orologiera svizzera - L'associazione Swissmem deplora invece il fatto che gli Stati Uniti applichino, per i prodotti dell'industria tecnologica elvetica, un'aliquota superiore rispetto al dazio in vigore per i Paesi membri dell'Unione europea
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Ats
24.07.2026 16:08

Le associazioni di categoria svizzere hanno reagito oggi all'entrata in vigore dei nuovi dazi doganali statunitensi sulle importazioni elvetiche. In diversi settori si avverte un certo sollievo, ma permangono incertezze, secondo le prime prese di posizione raccolte oggi da Awp. Dal 24 febbraio, la Svizzera si vedeva imporre dazi doganali addizionali forfettari del 10% sui propri prodotti venduti negli Stati Uniti. Giunta a scadenza, questa misura viene ora sostituita da nuovi dazi doganali del 12,5%, che gli Stati Uniti giustificano sostenendo che la Svizzera non lotterebbe in modo sufficientemente efficace contro il lavoro forzato. «Questa decisione non è né comprensibile né giustificata», indica economiesuisse in una presa di posizione. «Pesa sulle imprese svizzere» attive sul mercato statunitense e «crea svantaggi competitivi rispetto a paesi colpiti da aliquote più basse», tra cui quelli dell'Unione europea e il Regno Unito, sottolinea.

Tra sollievo e cautela

«L'annuncio è in linea con gli scenari che ci si poteva attendere. Con il 12,5% sugli orologi, l'aliquota è la più bassa da aprile 2025», osserva Yves Bugmann, presidente della Federazione dell'industria orologiera svizzera (FH). Nell'aprile 2025, in occasione di quello che il presidente statunitense Donald Trump aveva denominato Liberation Day, l'amministrazione americana aveva imposto dazi doganali supplementari del 10%, che si aggiungevano alla tariffa media del 5% applicabile secondo la clausola NPF (nazione più favorita). L'aliquota era stata poi aumentata, raggiungendo il picco del 39% ad agosto 2025, per poi scendere al 15% grazie alla dichiarazione d'intenti congiunta stipulata nel novembre dello stesso anno. Il governo americano, tuttavia, «non ha ancora detto l'ultima parola, poiché la sovrattassa riflette per ora solo una parte delle indagini condotte per giustificare l'imposizione di nuovi dazi doganali», spiega Bugmann. Infatti, il 12,5% è legato esclusivamente alle indagini sulla lotta al lavoro forzato. «Nel nostro settore, le aziende hanno adottato standard ancora più severi per bandire il lavoro forzato, ma l'amministrazione statunitense aveva bisogno di un pretesto», sottolinea. «Le indagini sulle sovraccapacità produttive, di cui non conosciamo i criteri di valutazione, dovrebbero concludersi a breve e potrebbero giustificare l'imposizione di nuovi dazi doganali», avverte Bugmann.

Svantaggio competitivo

L'associazione del comparto metalmeccanico ed elettrotecnico elvetico Swissmem deplora il fatto che gli Stati Uniti applichino per i prodotti dell'industria tecnologica elvetica un'aliquota superiore di 2,5 punti percentuali rispetto al dazio del 10% in vigore per gli Stati membri dell'Unione europea. «Questa differenza comporta un ulteriore e ingiustificato svantaggio competitivo per le aziende dell'industria tecnologica svizzera sul mercato statunitense», scrive l’associazione. Per quanto riguarda il lavoro forzato, «questa accusa è assurda», dichiara Jean-Philippe Kohl, vicedirettore e responsabile della politica economica presso Swissmem. «Non è possibile fabbricare prodotti hight-tech ricorrendo al lavoro forzato». Questo svantaggio competitivo può e deve essere compensato con migliori condizioni di localizzazione, viene sottolineato.

La farmaceutica

Anche l'industria farmaceutica, chimica e delle scienze della vita ha reagito: «I dazi doganali creano soprattutto perdenti. Rendono i prodotti più costosi, gravano sulle catene di approvvigionamento e, in ultima analisi, colpiscono le imprese, i consumatori e i pazienti. È quindi ancora più imperativo aprire fin da ora la strada a un accordo economico bilaterale», ha dichiarato Stephan Mumenthaler, direttore di Scienceindustries, citato in un comunicato.