Per il Nazionale l'iniziativa «per la democrazia» va respinta

Dopo poco più di quattro ore di dibattito, il verdetto del Consiglio nazionale circa l'iniziativa per la democrazia è stato chiaro: la proposta di dimezzare da dieci a cinque anni il soggiorno legale per aspirare alla cittadinanza va respinta alle urne (130 voti a 62). Il plenum ha anche deciso di non opporre a questa proposta di modifica costituzionale alcun controprogetto, come invece auspicavano il campo rosso-verde e l'UDC. Il dossier va agli Stati. L'obiettivo dell'iniziativa popolare «Per un diritto di cittadinanza moderno (Iniziativa per la democrazia)», il cui dibattito in aula ha visto alternarsi alla tribuna una sessantina di deputati, è fare in modo che la legislazione in materia di naturalizzazione rientri nella competenza della Confederazione. Prevede un diritto alla concessione della cittadinanza dopo cinque anni di soggiorno legale in Svizzera, a condizione che l'interessato non sia stato condannato a una pena detentiva di lunga durata (ossia superiore a un anno), non comprometta la sicurezza interna ed esterna del Paese e possieda conoscenze di base di una lingua nazionale.
Attentato al federalismo
Che il testo avesse poche possibilità di essere adottato è stato chiaro fin dall'inizio delle discussioni tenuto conto del muro compatto opposto dal campo «borghese» (UDC, Centro, PLR e Verdi liberali) che non intende togliere competenze in questo ambito a Comuni e Cantoni. Per il consigliere federale Beat Jans, il trasferimento di competenze alla Confederazione richiesto dall'iniziativa modificherebbe in modo significativo la ripartizione federalistica in materia di naturalizzazione ordinaria. Nel suo intervento, il «ministro» di giustizia e polizia ha ricordato che questa ripartizione di competenza non ha impedito al parlamento di intervenire recentemente - 2017 - per facilitare la naturalizzazione degli stranieri di terza generazione.
Integrazione
Ma oltre agli aspetti istituzionali, il campo borghese ha insistito sull'importanza dell'integrazione. Con la netta riduzione della durata minima di soggiorno e la rinuncia a termini di domicilio cantonali e comunali potrebbero farsi naturalizzare anche persone il cui soggiorno in Svizzera è ancora poco consolidato, ha ricordato in aula Simone Gianini (PLR/TI), a nome della commissione. Il processo di naturalizzazione non è un puro atto amministrativo, ma politico, che presuppone l'adesione sincera ai valori del nostro Paese, hanno sostenuto Gianini e Paolo Pamini (UDC/TI). Laddove il principio dell'integrazione è stato trascurato, come in Svezia, adesso assistiamo all'emergere di grossi problemi sociali, ha sottolineato Gianini. Per i rappresentanti dei partiti di centro-destra, la naturalizzazione rappresenta il traguardo di un'integrazione riuscita, non il punto di partenza. Cambiare modello come chiede l'iniziativa potrebbe «essere molto pericoloso», secondo Gianini.
Non svendiamo il passaporto
Meno diplomatico Piero Marchesi (UDC/TI), e molti esponenti del suo partito. Per il consigliere nazionale malcantonese, l'iniziativa popolare persegue la «svendita» pura e semplice della cittadinanza svizzera. Per i democentristi, se l'iniziativa venisse accolta creerebbe una sorta di automatismo, di diritto insomma alla cittadinanza. Il processo di naturalizzazione verrebbe banalizzato, mentre invece deve poggiare su solide basi circa l'integrazione, il cui esito positivo o negativo può essere verificato caso per caso solo a livello locale. Quanto agli ostacoli alla naturalizzazione evocati dai promotori dell'iniziativa, diversi oratori hanno fatto notare che in Svizzera vengono in media naturalizzate 40-45 mila persone all'anno, numeri che non si ritrovano altrove.
Una questione di democrazia
Per il campo rosso-verde, invece, è ora che la Svizzera si doti di procedure moderne, omogenee, che agevolino la naturalizzazione soprattutto di quelle persone che vivono da noi da decenni (1,2 milioni di stranieri ottemperano già oggi alle condizioni per ottenere la cittadinanza, n.d.r.), ma che non osano fare questo passo a causa dell'imprevedibilità delle procedure, specie a livello comunale, delle lungaggini e dei costi. Per la consigliera nazionale Greta Gysin (Verdi/TI), la discrezionalità a livello comunale è troppo importante, ciò che trattiene molte persone dal chiedere la nazionalità, benché vivano da noi da decenni, quando non sono nate qui, paghino le tasse, siano perfettamente integrate, ma non possano partecipare pienamente alla vita politica del Paese. Per ecologisti e socialisti, si tratta di una questione di democrazia, ossia di consentire a centinaia di migliaia di persone di partecipare alla vita politica del Paese, nel solco di quanto fatto negli anni '70 del secolo scorso quando venne concesso, sebbene in forte ritardo, il diritto di voto alle donne.