Geopolitica

Per la Ginevra internazionale è stato un anno complicato

Toccata dalle misure di austerità delle Nazioni Unite e dai risparmi generali, la capitale svizzera e mondiale della diplomazia sta perdendo quota, oltre che impieghi
© Keystone
Paolo Galli
17.01.2026 06:00

«È fondamentale, innanzitutto, sensibilizzare l’opinione pubblica sui valori fondamentali del multilateralismo. La storia di Ginevra testimonia la sua apertura al mondo e il suo ruolo di polo di cooperazione internazionale, incarnando questo spirito di Ginevra, un’eredità preziosa da preservare e promuovere». Scriveva così, Fabrice Eggly, direttore della Fondation pour Genève, in un commento per Le Temps. Erano i primi giorni della presidenza Trump - il bis -, ma già il presidente americano aveva deciso di tagliare i finanziamenti USA all’Organizzazione mondiale della Sanità, facendo al contempo suonare un campanello d’allarme nella Ginevra internazionale. In questo senso, il 2025 è stato un anno molto complesso, per quella che sembrava una sede - la sede - indiscussa e indiscutibile del multilateralismo.

Il colpaccio solo sfiorato

Due esempi su tutti. Il primo riguarda un’istituzione - simbolo del multilateralismo umanitario - da anni in difficoltà, ovvero il Comitato internazionale della Croce Rossa. Il CICR ha in effetti approvato nel corso di novembre la soppressione di 2.900 posti a tempo pieno, a causa del calo del 17% del suo budget 2026. Duecento i tagli alla sede centrale ginevrina. Il secondo esempio è legato, invece, all’ufficio ginevrino del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF). Sì, perché quasi trecento impieghi - dei circa quattrocento - verranno spostati a Roma. La delocalizzazione dell’antenna europea dalla Svizzera all’Italia è stata spiegata con motivazioni di risparmio economico. Ebbene, sono solo due dei diversi colpi inferti alla Ginevra internazionale. Che pure sembra venire snobbata dai maggiori capi di Stato al momento di decidere dove ambientare gli incontri decisivi. Nel 2025 c’è stato un solo sussulto, poi caduto nel vuoto: l’ipotesi, affiorata nel corso del mese di agosto, di un incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo ucraino Volodymyr Zelensky proprio a Ginevra. Si era addirittura parlato della possibilità di concedere l’immunità al leader russo. E Ignazio Cassis aveva spiegato che sì, si può fare. Ma poi non se n’è più parlato. Un po’ perché i negoziati sono andati in un’altra direzione, un po’ per lo strapotere di Donald Trump nel gestire il «pallino» delle discussioni e un po’ ancora per l’inserimento nel contesto internazionale di altri attori, con altri interessi.

L’aiuto dalla politica

Nel corso dell’ultima sessione delle Camere federali, lo stesso «ministro» degli Esteri elvetico aveva dichiarato, senza giri di parole, che la Ginevra internazionale attraversa una crisi e necessita di mezzi adeguati per farvi fronte, sia a breve che a medio termine. «I Paesi vicini non stanno a guardare e stanno attirando organizzazioni finora basate a Ginevra». Il riferimento all’UNICEF è sembrato lampante. E poi aveva chiesto una reazione, ricordando come la stessa Ginevra internazionale sia «uno strumento strategico per il nostro Paese: una vetrina della nostra politica estera e un luogo di dialogo unico al mondo». Le Camere hanno d’altronde seguito le indicazioni del consigliere federale, offrendo il via libera a un pacchetto di investimenti da oltre cento milioni di franchi proprio a favore del rilancio della Ginevra internazionale nel periodo tra il 2026 e il 2029. Il Parlamento ha anche approvato una mozione - del «senatore» vodese Pascal Broulis (PLR) - che chiedeva alla Confederazione di presentare un piano d’azione a sostegno proprio del sistema multilaterale. Una questione quindi non soltanto economica, ma anche di lavoro di sensibilizzazione a livello diplomatico. Il tutto, era stato spiegato lo scorso 11 dicembre, per provare a fronteggiare le sfide politiche e finanziarie. Sfide che si vedevano all’orizzonte anche prima del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, ma che sono diventate poi dura realtà a partire da inizio 2025. Senza i finanziamenti degli Stati Uniti, il multilateralismo è dunque a rischio? Ginevra, con il suo approccio neutrale alla geopolitica globale, ne pagherebbe le conseguenze? Doha, Istanbul e il Cairo sono pronti ad approfittarne, proponendosi come possibili capitali del bilateralismo.

La carezza di Baerbock

La presidente dell’Assemblea generale dell’ONU, la tedesca Annalena Baerbock, ha comunque affermato negli scorsi giorni - al SonntagsBlick - che «Ginevra è un incrocio della diplomazia multilaterale» e che «non è in pericolo quale sede». Ha suggerito, anzi, alla Svizzera di «approfittare dei risparmi dell’ONU». Il suo ragionamento è presto riassunto: New York è troppo cara, «perciò stiamo riflettendo a siti da delocalizzare». E la Svizzera, «pur non propriamente economica», rimane comunque «molto attrattiva». L’esempio, già citato, di UNICEF ci dice anche che, pure la Svizzera, per molte organizzazioni, è diventata economicamente invivibile. I tagli preventivati dall’ONU avevano portato centinaia di funzionari a manifestare la loro preoccupazione. «Il personale delle Nazioni Unite non è una merce», si leggeva sui cartelloni. La sensazione è che Ginevra attenda una ridefinizione.

«Continuerà a essere una piazza fondamentale»

Per approfondire, abbiamo intervistato Davide Rodogno, professore di Storia e Politica internazionale al Graduate Institute di Ginevra.

Professore, le decisioni di riduzione dei finanziamenti USA rappresentano una rottura strutturale per la Ginevra internazionale o accelerano tendenze già in atto?
«Se prendiamo l’OMS, è chiaro che la riduzione del budget sta avendo un impatto notevole sulla maniera in cui l’organizzazione è strutturata. Per altre organizzazioni non è così. Il WIPO (l’Organizzazione per la proprietà intellettuale, ndr), per esempio, non soffre particolarmente di questa situazione. Alcune organizzazioni possono supplire a questo tipo di cambiamenti di budget e hanno maggiore resilienza, più elasticità. Ma ciò non vale per tutte. Perché l’impatto di questa tendenza, oltre che del ritiro degli Stati Uniti, ha avuto, per molte, conseguenze immediate, in termini di licenziamenti e rallentamenti nei programmi. E vale anche per organizzazioni con sede negli Stati Uniti. L’USAID ha vissuto un impatto a livello domestico, che poi si è riflesso in altre parti del mondo, Svizzera compresa».

Il possibile spostamento o ridimensionamento di molte organizzazioni è un segnale di declino irreversibile di Ginevra come hub multilaterale?
«Il multilateralismo, intanto, non è in crisi. È il modello che conosciamo, a cui siamo abituati. E che si adatta alle diverse epoche. Se risaliamo al periodo della Guerra fredda, il multilateralismo funzionava in maniera diversa. In questo momento, funziona in un altro modo ancora, a geometria variabile. E a Ginevra continua a funzionare bene. Poi, lo spostamento e il ridimensionamento delle organizzazioni internazionali non sono legati a un declino irreversibile di Ginevra. In fondo, tornando nuovamente indietro nel tempo, la crescita di alcune di queste organizzazioni a partire dagli anni Novanta ha conosciuto un boom enorme, al punto che potremmo pensare, oggi, a un ridimensionamento, a un ritorno verso dimensioni più consone. Possiamo allora vedere il tutto in termini di respirazione, con momenti di contrazione e di distensione di questa massa di organizzazioni».

Ginevra ha già attraversato crisi simili, in effetti, in passato.
«È così. E quindi è plausibile pensare che ci possa essere un declino, ma è anche altrettanto plausibile pensare che Ginevra continuerà a essere molto importante. Anche perché vi coesistono quattro elementi fondamentali: la densità, la diversità, le competenze e quello che qui viene chiamato Esprit de Genève, ovvero l’idea che si possa vivere meglio se tutti collaborano e cooperano, piuttosto che facendosi la guerra. Questi quattro elementi esistono, assieme, soltanto a Ginevra. Spostando uffici altrove, per esempio, le organizzazioni possono forse risparmiare qualcosa dal punto di vista economico, ma rischierebbero in seguito di ritrovarsi isolate rispetto a un contesto così vario e così denso come quello di Ginevra. Penso sia molto più interessante riflettere su come rendere più efficaci e rispondenti alle esigenze del 2026 queste organizzazioni. E se si dovesse andare verso misure estreme, be’ andrebbero spiegate bene, con trasparenza».

Quali responsabilità hanno oggi la Svizzera e le autorità ginevrine nel rendere la piazza più resiliente e attrattiva?
«La politica federale si è già mossa in questo senso. Al netto delle diverse sensibilità politiche, credo che tutti siano d’accordo nel reputare la presenza forte di una Ginevra internazionale un vantaggio per tutto il Paese. Ed è quindi un vantaggio mantenerla viva. Un’altra unicità della Confederazione è rappresentata dal capitale enorme per quanto riguarda la sua politica estera, che è legata a una stabilità politica che pochi Paesi al mondo hanno, e alla neutralità, ovviamente. E questo continuerà a fare la differenza tra Ginevra e un altro posto».

La crescente centralità di sedi come Istanbul e Doha suggerisce un passaggio dal multilateralismo a una diplomazia più personalizzata. Ginevra può adattarsi a questo modello?
«Assolutamente sì. Ben vengano, comunque, Istanbul e Doah. Credo che Ginevra comunque abbia vantaggi comparativi enormi. Anche paragonata a New York, Ginevra non ha i colori politici degli Stati Uniti, e questo fa parte della sua unicità. La moltiplicazione dei luoghi della diplomazia non farà che bene a Ginevra, e forse aiuterà Ginevra a riflettere sulle sfide future e a evolvere in una nuova direzione. Queste realtà, quindi, non sono mutualmente esclusive. Quello che mi spaventa di più è che la narrativa della crisi possa portare a dare per finita la Ginevra internazionale. Quello sì sarebbe un danno enorme, criminale. Dovremmo rifarci all’arte giapponese del riparare, piuttosto, imparando anche dagli eventuali errori commessi».

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