L'intervista

«Per ora l'economia russa regge, ma la pressione può aumentare»

Il giornalista russo Ilia Shumanov, esperto nella lotta alla corruzione, è CEO di Arctida, un’ONG che indaga su illegalità, danni ambientali e violazioni dei diritti umani nell’Artico russo. Dopo aver guidato Transparency International Russia, le sue indagini lo hanno costretto all’esilio - Lo abbiamo intervistato.
©Alexander Zemlianichenko
Viviana Viri
03.10.2025 06:00

Il giornalista russo Ilia Shumanov, esperto nella lotta alla corruzione, è CEO di Arctida, un’ONG che indaga su illegalità, danni ambientali e violazioni dei diritti umani nell’Artico russo. Dopo aver guidato Transparency International Russia, le sue indagini lo hanno costretto all’esilio. Lo abbiamo intervistato.

Perché l’Artico russo è diventato un nodo cruciale nella geopolitica globale?
«L’Artico russo ha un’importanza strategica enorme. Da un lato custodisce vastissime risorse naturali ancora quasi inesplorate, come metalli rari, minerali e idrocarburi, che sono al centro di una competizione globale tra Russia, Stati Uniti, Canada, Danimarca e altri attori. La piattaforma continentale artica ha un valore stimato in centinaia di miliardi di dollari. Dall’altro lato, la regione sta diventando una via logistica sempre più rilevante: la rotta del Mare del Nord è vista come una possibile alternativa al Canale di Suez, fungendo da collegamento diretto tra Cina e Nord Europa. A ciò si aggiunge il cambiamento climatico, che rende l’Artico un indicatore chiave degli effetti globali, con un impatto su scala planetaria. Infine, la crescente militarizzazione dell’area, accentuata anche dall’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO, ha contribuito ad accrescerne ulteriormente la rilevanza geopolitica».

Quali dinamiche avete individuato dietro l’aumento della militarizzazione russa nell’Artico?
«Le indagini hanno evidenziato un aumento significativo delle basi militari, spesso costruite vicino o dentro le comunità indigene. Quest’ultime, che non hanno una rappresentanza politica adeguata, vengono utilizzate come risorsa per la coscrizione militare. Le élite indigene, al contrario, sono integrate nelle strutture di potere russe. Il FSB e i servizi di sicurezza giocano un ruolo chiave nel controllare la regione e reprimere il dissenso locale. Un cambiamento strategico importante è stato segnato dalla nascita del Consiglio Marittimo russo, guidato da Nikolai Patrushev, già capo del FSB, che ha centralizzato le politiche di sicurezza artica, rendendo la regione una priorità per Mosca non solo dal punto di vista economico ma anche militare».

In che modo il conflitto in Ucraina ha influenzato questo scenario?
«Dopo l’invasione dell’Ucraina, Putin ha posto l’Artico al centro della sua agenda strategica, accelerando la costruzione di nuove basi e aumentando le attività militari. Tuttavia, questo non è un fenomeno nato con la guerra, ma un’evoluzione di strategie già esistenti, soprattutto nel campo dell’energia e della sicurezza. La guerra ha soltanto intensificato e reso più evidente questo processo».

L’Europa è in grado di monitorare la situazione?
«Assolutamente no. La percezione di quanto avviene in Russia e nell’Artico è spesso distorta, persino tra gli esperti. Durante una conferenza a Rovaniemi ho riscontrato molta confusione: molti analisti si affidano a fonti secondarie, come i media, senza accedere ai dati primari. Questo porta alla diffusione di errori, miti e narrazioni infondate, che finiscono per essere ripresi in documenti ufficiali e report politici, creando vere e proprie catene di disinformazione. In alcuni casi, si tratta di disinformazione a lungo termine che non ha nemmeno origine in Russia. Oggi, molti dati secondari sono contaminati da narrazioni distorte, in particolare quelli forniti da governi. Un esempio evidente riguarda le sanzioni: persino alcuni esperti coinvolti nel processo decisionale non avevano una reale comprensione delle conseguenze. Per questo motivo, nel nostro lavoro ci basiamo solo su dati grezzi e verificabili. La qualità delle fonti è oggi più che mai fondamentale per contrastare la disinformazione».

Quali narrazioni vengono promosse dalla Russia sull’Artico e quanto rispecchiano la realtà?
«Un esempio tipico è la narrazione sulla rotta del Mare del Nord. Sebbene venga presentata come un’alternativa promettente al Canale di Suez, in realtà rappresenta meno dell’1% del traffico globale, a causa delle difficoltà logistiche, del ghiaccio e della carenza di infrastrutture portuali. Nonostante ciò, questa idea è continuamente rilanciata dalla propaganda russa e, sorprendentemente, anche da alcuni importanti media internazionali senza adeguati dati a supporto».

La narrazione sulla rotta del Mare del Nord? Continuamente rilanciata dalla propaganda russa e, sorprendentemente, anche da alcuni importanti media internazionali senza adeguati dati a supporto

Cosa emerge dalle vostre indagini sulle ONG attive nell’Artico russo?
«Molte ONG che si definiscono indipendenti sono in realtà controllate dal governo russo, sono le cosiddette GONGO (Government-Organized NGOs). Queste organizzazioni fungono da strumenti di propaganda e controllo, nascondendo lo sfruttamento delle risorse artiche dietro una facciata di tutela delle popolazioni indigene. Un caso emblematico è RAIPON, che dovrebbe rappresentare gli indigeni russi presso l’ONU e il Consiglio Artico, ma è legata al FSB, all’amministrazione presidenziale e a grandi aziende come Nornickel e Lukoil. Questo sistema di controllo limita fortemente la reale partecipazione delle comunità locali. Si tratta di una forma di colonizzazione moderna, dove in cambio dell’accesso al territorio si offrono simboli, senza alcun reale beneficio per le popolazioni locali».

Quali effetti hanno avuto le sanzioni occidentali sull’attività russa nell’Artico?
«Le sanzioni hanno avuto un impatto significativo: progetti strategici come lo Shelf, dedicato all’estrazione di idrocarburi nella piattaforma continentale artica, e Arctic LNG 2, uno dei più ambiziosi impianti russi per la produzione ed esportazione di gas naturale liquefatto, hanno subito forti rallentamenti a causa del blocco dell’accesso a tecnologie avanzate e mercati internazionali. Per compensare, Mosca ha dovuto ricorrere ai cantieri navali cinesi. Anche le estrazioni di carbone e diamanti hanno registrato un calo, con conseguente riduzione dei profitti e, seppure in modo indiretto, delle entrate statali. Le sanzioni non hanno affondato l’economia russa, che continua ad adattarsi cercando nuove vie, ma l’hanno posta sotto forte pressione. Ulteriori misure, se applicate in rapida successione, potrebbero renderla insostenibile. Uno degli aspetti più critici di questo processo di adattamento è rappresentato dalle aziende che aggirano le restrizioni utilizzando flotte ombra di navi battenti bandiere di comodo, aumentando i rischi ambientali in una regione ecologicamente fragile come l’Artico. Le sanzioni hanno però avuto anche conseguenze negative, come ridurre la cooperazione con le comunità indigene, ostacolando progetti condivisi e percorsi di sviluppo sostenibile. Un altro effetto positivo, tuttavia, è stato il rinvio di grandi progetti industriali inizialmente previsti per il biennio 2024–2025, il che potrebbe offrire un’occasione per rafforzare la tutela dell’ecosistema artico. A livello personale, sostengo una strategia antartica per l’Artico, basata su ricerca scientifica e protezione ambientale, escludendo ogni forma di attività industriale e militare».

Come vede il futuro della regione?
«Tutto dipende dalla strategia che sceglieremo e sarà l’Artico stesso a guidarci. Se predominerà un approccio competitivo anziché cooperativo, assisteremo inevitabilmente a una crescente militarizzazione e a una corsa alle risorse. In questo scenario, i progetti russi e norvegesi di petrolio e gas prevarranno, mentre le iniziative per le energie rinnovabili saranno trascurate. Questo scenario potrebbe devastare l’ecosistema artico, con ripercussioni globali. Il cambiamento climatico è una realtà ineludibile, che dobbiamo ammettere, ma possiamo rallentarne gli effetti e guadagnare tempo, per le generazioni future, questo è il mio obiettivo. È per questo che continuo a lottare».

Dopo essere stato etichettato come agente straniero, ha dovuto lasciare la Russia. In che modo questo ha cambiato la sua vita?
«Essere costretto a lasciare la Russia ha significato ricominciare da zero, lontano dalla mia famiglia e da tutte le persone a me care. Questa separazione ha avuto un impatto profondo sia sulla mia vita personale che professionale. Non lo considero un dramma insuperabile, ma una sfida che richiede adattamento, simile a quello messo in atto dallo Stato russo. Per continuare il mio lavoro, ho dovuto reinventarmi: ho creato reti transnazionali, collaborato con giornalisti e ONG indipendenti, e lavoro quotidianamente per trovare finanziamenti che mi permettano di continuare a raccogliere dati e fare un impatto reale sull’Artico».