«Per ora l'economia russa regge, ma la pressione può aumentare»

Il giornalista russo Ilia Shumanov, esperto nella lotta alla corruzione, è CEO di Arctida, un’ONG che indaga su illegalità, danni ambientali e violazioni dei diritti umani nell’Artico russo. Dopo aver guidato Transparency International Russia, le sue indagini lo hanno costretto all’esilio. Lo abbiamo intervistato.
Perché l’Artico
russo è diventato un nodo cruciale nella geopolitica globale?
«L’Artico russo
ha un’importanza strategica enorme. Da un lato custodisce vastissime risorse
naturali ancora quasi inesplorate, come metalli rari, minerali e idrocarburi,
che sono al centro di una competizione globale tra Russia, Stati Uniti, Canada,
Danimarca e altri attori. La piattaforma continentale artica ha un valore
stimato in centinaia di miliardi di dollari. Dall’altro lato, la regione sta
diventando una via logistica sempre più rilevante: la rotta del Mare del Nord è
vista come una possibile alternativa al Canale di Suez, fungendo da
collegamento diretto tra Cina e Nord Europa. A ciò si aggiunge il cambiamento
climatico, che rende l’Artico un indicatore chiave degli effetti globali, con
un impatto su scala planetaria. Infine, la crescente militarizzazione
dell’area, accentuata anche dall’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO, ha
contribuito ad accrescerne ulteriormente la rilevanza geopolitica».
Quali dinamiche
avete individuato dietro l’aumento della militarizzazione russa nell’Artico?
«Le indagini
hanno evidenziato un aumento significativo delle basi militari, spesso
costruite vicino o dentro le comunità indigene. Quest’ultime, che non hanno una
rappresentanza politica adeguata, vengono utilizzate come risorsa per la
coscrizione militare. Le élite indigene, al contrario, sono integrate nelle
strutture di potere russe. Il FSB e i servizi di sicurezza giocano un ruolo
chiave nel controllare la regione e reprimere il dissenso locale. Un
cambiamento strategico importante è stato segnato dalla nascita del Consiglio
Marittimo russo, guidato da Nikolai Patrushev, già capo del FSB, che ha
centralizzato le politiche di sicurezza artica, rendendo la regione una
priorità per Mosca non solo dal punto di vista economico ma anche militare».
In che modo il
conflitto in Ucraina ha influenzato questo scenario?
«Dopo l’invasione
dell’Ucraina, Putin ha posto l’Artico al centro della sua agenda strategica,
accelerando la costruzione di nuove basi e aumentando le attività militari.
Tuttavia, questo non è un fenomeno nato con la guerra, ma un’evoluzione di
strategie già esistenti, soprattutto nel campo dell’energia e della sicurezza.
La guerra ha soltanto intensificato e reso più evidente questo processo».
L’Europa è in
grado di monitorare la situazione?
«Assolutamente
no. La percezione di quanto avviene in Russia e nell’Artico è spesso distorta,
persino tra gli esperti. Durante una conferenza a Rovaniemi ho riscontrato
molta confusione: molti analisti si affidano a fonti secondarie, come i media,
senza accedere ai dati primari. Questo porta alla diffusione di errori, miti e
narrazioni infondate, che finiscono per essere ripresi in documenti ufficiali e
report politici, creando vere e proprie catene di disinformazione. In alcuni
casi, si tratta di disinformazione a lungo termine che non ha nemmeno origine
in Russia. Oggi, molti dati secondari sono contaminati da narrazioni distorte,
in particolare quelli forniti da governi. Un esempio evidente riguarda le
sanzioni: persino alcuni esperti coinvolti nel processo decisionale non avevano
una reale comprensione delle conseguenze. Per questo motivo, nel nostro lavoro
ci basiamo solo su dati grezzi e verificabili. La qualità delle fonti è oggi
più che mai fondamentale per contrastare la disinformazione».
Quali narrazioni
vengono promosse dalla Russia sull’Artico e quanto rispecchiano la realtà?
«Un esempio
tipico è la narrazione sulla rotta del Mare del Nord. Sebbene venga presentata
come un’alternativa promettente al Canale di Suez, in realtà rappresenta meno
dell’1% del traffico globale, a causa delle difficoltà logistiche, del ghiaccio
e della carenza di infrastrutture portuali. Nonostante ciò, questa idea è
continuamente rilanciata dalla propaganda russa e, sorprendentemente, anche da
alcuni importanti media internazionali senza adeguati dati a supporto».
Cosa emerge dalle
vostre indagini sulle ONG attive nell’Artico russo?
«Molte ONG che si
definiscono indipendenti sono in realtà controllate dal governo russo, sono le
cosiddette GONGO (Government-Organized NGOs). Queste organizzazioni fungono da
strumenti di propaganda e controllo, nascondendo lo sfruttamento delle risorse
artiche dietro una facciata di tutela delle popolazioni indigene. Un caso
emblematico è RAIPON, che dovrebbe rappresentare gli indigeni russi presso
l’ONU e il Consiglio Artico, ma è legata al FSB, all’amministrazione
presidenziale e a grandi aziende come Nornickel e Lukoil. Questo sistema di
controllo limita fortemente la reale partecipazione delle comunità locali. Si
tratta di una forma di colonizzazione moderna, dove in cambio dell’accesso al
territorio si offrono simboli, senza alcun reale beneficio per le popolazioni
locali».
Quali effetti
hanno avuto le sanzioni occidentali sull’attività russa nell’Artico?
«Le sanzioni
hanno avuto un impatto significativo: progetti strategici come lo Shelf,
dedicato all’estrazione di idrocarburi nella piattaforma continentale artica, e
Arctic LNG 2, uno dei più ambiziosi impianti russi per la produzione ed
esportazione di gas naturale liquefatto, hanno subito forti rallentamenti a
causa del blocco dell’accesso a tecnologie avanzate e mercati internazionali.
Per compensare, Mosca ha dovuto ricorrere ai cantieri navali cinesi. Anche le
estrazioni di carbone e diamanti hanno registrato un calo, con conseguente
riduzione dei profitti e, seppure in modo indiretto, delle entrate statali. Le
sanzioni non hanno affondato l’economia russa, che continua ad adattarsi
cercando nuove vie, ma l’hanno posta sotto forte pressione. Ulteriori misure,
se applicate in rapida successione, potrebbero renderla insostenibile. Uno
degli aspetti più critici di questo processo di adattamento è rappresentato
dalle aziende che aggirano le restrizioni utilizzando flotte ombra di navi
battenti bandiere di comodo, aumentando i rischi ambientali in una regione
ecologicamente fragile come l’Artico. Le sanzioni hanno però avuto anche
conseguenze negative, come ridurre la cooperazione con le comunità indigene,
ostacolando progetti condivisi e percorsi di sviluppo sostenibile. Un altro
effetto positivo, tuttavia, è stato il rinvio di grandi progetti industriali
inizialmente previsti per il biennio 2024–2025, il che potrebbe offrire
un’occasione per rafforzare la tutela dell’ecosistema artico. A livello
personale, sostengo una strategia antartica per l’Artico, basata su ricerca
scientifica e protezione ambientale, escludendo ogni forma di attività
industriale e militare».
Come vede il
futuro della regione?
«Tutto dipende
dalla strategia che sceglieremo e sarà l’Artico stesso a guidarci. Se
predominerà un approccio competitivo anziché cooperativo, assisteremo
inevitabilmente a una crescente militarizzazione e a una corsa alle risorse. In
questo scenario, i progetti russi e norvegesi di petrolio e gas prevarranno,
mentre le iniziative per le energie rinnovabili saranno trascurate. Questo
scenario potrebbe devastare l’ecosistema artico, con ripercussioni globali. Il
cambiamento climatico è una realtà ineludibile, che dobbiamo ammettere, ma
possiamo rallentarne gli effetti e guadagnare tempo, per le generazioni future,
questo è il mio obiettivo. È per questo che continuo a lottare».
Dopo essere stato
etichettato come agente straniero, ha dovuto lasciare la Russia. In che modo
questo ha cambiato la sua vita?
«Essere costretto
a lasciare la Russia ha significato ricominciare da zero, lontano dalla mia
famiglia e da tutte le persone a me care. Questa separazione ha avuto un
impatto profondo sia sulla mia vita personale che professionale. Non lo
considero un dramma insuperabile, ma una sfida che richiede adattamento, simile
a quello messo in atto dallo Stato russo. Per continuare il mio lavoro, ho
dovuto reinventarmi: ho creato reti transnazionali, collaborato con giornalisti
e ONG indipendenti, e lavoro quotidianamente per trovare finanziamenti che mi
permettano di continuare a raccogliere dati e fare un impatto reale
sull’Artico».