«Perché Donald Trump incarna la crisi della democrazia liberale»

Mattia Ferraresi è stato corrispondente dagli USA per Il Foglio, fellow 2019 alla Nieman Foundation for Journalism di Harvard e caporedattore del quotidiano Domani. Ha scritto il primo saggio su Trump pubblicato in Italia nel 2016. Il suo ultimo lavoro analizza le diverse culture politiche della destra che sostiene il tycoon.
Raccontare Donald Trump è molto difficile. Così come delinearne il pensiero politico. Che forse non è organico, o del tutto consapevole. Ma esiste. Qual è stato il punto di partenza per il suo nuovo saggio (Dentro la testa di Trump. Storia delle idee che non sa di avere, Mondadori)?
«È stato il 2015, il momento in cui Trump è apparso sulla scena politica. Allora, c’era un’opinione prevalente tra gli osservatori, ovvero che Trump fosse un’anomalia, un bug del sistema politico americano bipolare nel quale i due più grandi partiti erano variazioni sullo stesso tema. Un’idea che, in un certo senso, la vittoria di Biden aveva dato l’illusione fosse vera. Io non l’ho mai pensato. Ho sempre sostenuto, invece, che Trump fosse il portatore inconsapevole, istintivo, di una serie di correnti ideologiche che, in particolare negli anni successivi alla fine della Guerra fredda, non abbiamo visto. Correnti minoritarie, non rilevanti nel dibattito pubblico. Piccole voci che, a un certo punto, hanno trovato il proprio campione politico. Capace, in modo stranissimo ma molto efficace, di catalizzare il consenso, vincere le elezioni, fare emergere tutta questa serie di idee e di pensieri».
Idee che lei riassume in tre “domìni”: i post liberali, gli illiberali e gli iperliberali. Tre domìni esplosi dopo che Trump, con un colpo di ramazza, ha tolto la cenere sotto cui covava il fuoco.
«È l’immagine giusta. Ho scelto questa tripartizione perché penso sia importante far capire che Trump rappresenta la frattura creata intorno al liberalismo. Da un punto di vista storico, il presidente USA incarna il momento in cui la democrazia liberale finisce sotto assedio, va in crisi, si dimostra non all’altezza delle promesse che aveva fatto. Tutti i tre gruppi che Trump inconsapevolmente rappresenta sono definiti dal loro rapporto con il liberalismo, con la democrazia liberale».
Gruppi anche distanti tra loro, filosofie politiche che non coincidono. È giusto definire Trump come una sorta di catalizzatore di idee diverse ma tutte proiettate verso una critica radicale della democrazia liberale, almeno così come la intendiamo noi?
«Assolutamente sì. È vero che questi gruppi sono molto differenti, e anche in conflitto fra loro. E tuttavia, ci sono due aspetti da sottolineare. Il primo è che nella politica americana contemporanea, soprattutto dagli anni ’70 in poi, ma forse anche prima, qualunque presidente volesse vincere, a destra o a sinistra dei due grandi partiti, ha sempre dovuto comporre una coalizione di diversi. Ronald Reagan, ad esempio, mise insieme pezzi della destra molto distanti tra loro, dai libertari tutto mercato e completamente secolarizzati, individualisti, agli evangelici apocalittici, immersi dentro una lettura biblica della vicenda storica. Il secondo aspetto riguarda più direttamente l’oggi: le correnti ideali di cui parlo, oltre a sentirsi rappresentate da Trump, tentano pure di manipolarlo, quindi di prevalere sulle altre».
A proposito di manipolatori, da questa galassia emergono figure inquietanti. Alcune sono note, altre molto meno: dal fondatore di Palantir, Peter Thiel, al blogger neoreazionario Curtis Yarvin, teorico del cosiddetto “Illuminismo oscuro”, al pastore Douglas Wilson, fautore di una teocrazia senza libertà di religione.
«Peter Thiel è un personaggio complesso, ha veramente molte facce. Io lo colloco tra gli iper-liberali. Penso sia un libertario che ancora vorrebbe raggiungere i fini promessi dalla democrazia liberale, pur essendo convinto che la forma democratica di oggi non sia adeguata per questo obiettivo, al contrario di una tecnocrazia elitaria guidata da illuminati in grado, in qualche modo, con il loro potere, di tenere a freno le forze oscure della natura umana. Altro personaggio interessante, anche se molto meno conosciuto, è Doug Wilson, pastore protestante e aperto fautore di una prospettiva teocratica. Wilson promuove una visione di cristianesimo nazionalista a tinte fortemente autoritarie. È interessante perché è il riferimento del Segretario della Difesa Pete Hegseth, cresciuto all’interno della Communion of Reformed Evangelical Churches, il network di chiese evangeliche legato proprio a Wilson. Hegseth è la persona che, nell’amministrazione Trump, dentro cioè una coalizione che, al suo interno, ha idee molto diverse, sta invocando sempre più esplicitamente il nome di Dio per giustificare le decisioni politiche, in particolare la guerra in Iran. Una parte, quella interventista rappresentata da Hegseth, che sin qui ha vinto o sta vincendo».
Se i repubblicani dovessero perdere prima le elezioni di midterm e poi le presidenziali, che fine farebbe questa galassia anti-liberale? Continuerebbe cercando un altro punto di riferimento o sarebbe costretta a una ritirata?
«Non vedo all’orizzonte una ritirata, anzi: il contrario. Trump è l’epifenomeno di un movimento di idee, di una ribellione molto profonda contro un sistema culturale, non solo politico. Siamo di fronte a un fatto storico. Oltre Trump, ci sarà comunque chi sostiene che la democrazia liberale ha fallito: con le sue idee fondamentali, la sua visione della persona umana, dell’economia, dello Stato. Un fallimento contestabile, certo. E tuttavia, la forza propulsiva che ha spinto la nascita, la crescita e l’affermazione di Trump rimarrà. Continuerà ad agire trovando altri interpreti, anche a sinistra. C’è una forza, la vediamo tutti nel partito democratico americano - penso a Bernie Sanders o ad Alexandria Ocasio-Cortez - che ha punti di contatto con i post-liberali di destra, almeno nella parte critica del sistema».
