«Perché la divisione tra sunniti e sciiti è più politica che religiosa»

Paolo Branca insegna Lingua e letteratura araba all’Università Cattolica di Milano ed è tra i più apprezzati studiosi italiani dell’islam. Il Corriere del Ticino lo ha intervistato.
Professor Branca, l’Iran sta reagendo all’attacco israelo-americano lanciando missili e droni contro i Paesi islamici confinanti. Ancora una volta, si torna a parlare dei due islam, quello sunnita e quello sciita.
«La cosa non dovrebbe sorprenderci: in tutte le grandi tradizioni religiose, specialmente quelle che hanno una storia secolare e sono diffuse su un’ampia area del mondo, ci sono differenze di tipo sia dottrinale sia politico. La distinzione tra sunniti e sciiti, è sempre stata nell’islam, fin dall’inizio, un elemento determinante».
Come nasce la divisione tra sunniti e sciiti?
«Nasce poco meno di 30 anni dopo la morte di Maometto, con la successione dei primi quattro califfi, i vicari destinati a guidare la comunità dei credenti. Il quarto califfo, Alī ibnʾAbī Ṭālib - che era anche cugino e genero del profeta, avendone sposato la figlia prediletta Fatima - aveva preso il posto di Uthmān ibn ʿAffān, assassinato in una faida tribale all’interno della prima comunità islamica. Non tutti furono soddisfatti dell’elezione di Alī, cui contestavano di non fare molto per punire le persone colpevoli dell’omicidio del predecessore. Così, in quel momento, si formò una shī’a - che in arabo vuol dire partito, fazione - a sostegno di Alī e opposta ai discendenti del califfo assassinato, i quali volevano vendetta ma anche conservare il potere nella propria tribù. Da allora, e nel corso dei secoli, gli sciiti - i gruppi favorevoli ad Alī e alla sua discendenza - si sono opposti ai sunniti, cosiddetti in quanto seguaci della sunnah o tradizione del profeta, ma in modo improprio in quanto dopo il Corano la Sunna è fonte autorevole per entrambe le comunità».
Sciiti che poi si sono concentrati, in gran parte, soprattutto nell’antica Persia.
«Sì, per ragioni storiche e geografiche, gli sciiti si sono concentrati, fin dall’inizio, nella Mesopotamia e poi si sono diffusi soprattutto in Persia, l’odierno Iran, dove sono diventati gradualmente la maggioranza della popolazione. Attualmente, il 10% dei musulmani nel mondo è sciita, il 90% invece è sunnita. Non dimentichiamo che l’islam si estende fino all’Indonesia, stiamo parlando di due miliardi di persone su un territorio immenso».
Una minoranza religiosa, lo sciismo, che però, dal punto di vista politico, ha sempre giocato un ruolo rilevante.
«È vero, penso che questo dipenda anche dal fatto che la Persia, già dai tempi preislamici, è sempre stata un territorio in concorrenza con chi dominava il Mediterraneo orientale, come dimostrano le varie guerre combattute contro i greci, i romani, gli egizi e, più recentemente, contro l’Impero ottomano e i turchi, anch’essi sunniti».
Senza dimenticare che la Persia è sempre stata anche strategica da un punto di vista geografico, crocevia di tutti i transiti da Est a Ovest.
«Sì, certamente. Ma, soprattutto, è stato un Paese con un ruolo storico-culturale molto importante. L’eredità dell’antica civiltà persiana si è riflessa nella formazione di dottrine, movimenti, tendenze di cui ritroviamo poi le tracce sparse un po’ in tutta l’ecumene islamica. Pensiamo, ad esempio, alla spiritualità, al sufismo, alla mistica o a grandi personaggi carismatici. Non c’è una separazione totale, assoluta, sul piano religioso, tra sciiti e sunniti».
È più una separazione di tipo politico, quindi.
«Esatto, una separazione che si è riacutizzata con la caduta dello shāh e l’instaurazione della Repubblica islamica. Progetto, quest’ultimo, coltivato da gruppi come i Fratelli musulmani anche in alcuni Paesi a maggioranza sunnita e governati da regimi influenzati dai modelli occidentali più laicizzanti, nazionalisti o, addirittura, socialisti - pensiamo a Gamal Abd al-Nasser in Egitto o ad Habib Bourguiba in Tunisia. Quanto accaduto in Iran con Ruhollah Khomeini ha preoccupato però anche le dinastie sunnite che governano i Paesi della penisola arabica che si son trovate a fare i conti con un modello rivoluzionario islamico vincente e quindi contagioso non sul piano dottrinale, bensì come ideologia politica capace di contestare la loro legittimità, anche a causa delle loro posizioni in politica internazionale e il loro peso economico».
Soprattutto per paura dell’emulazione.
«Ovvio, non credo che i Paesi del Golfo temessero l’apostasia, il cambio di direzione religiosa o una conversione di massa dei sunniti allo sciismo dopo la rivoluzione iraniana; erano piuttosto preoccupati dal fatto che lo spirito rivoluzionario, di cambiamento di regime affermato in Iran potesse contagiare i movimenti sunniti che avevano analoghe ambizioni politiche. Alleanze e interessi economici cui già abbiam fatto cenno. Le nazioni contro cui adesso l’Iran sta conducendo la sua reazione all’attacco americano-israeliano non sono accusate da Teheran di essere sunnite, ma complici degli Stati Uniti e degli interessi dell’Occidente, oltre che, in generale, dell’indebolimento di tutto l’islam».
Tra i musulmani, tra la gente comune, se possiamo usare questa espressione, com’è vissuta una guerra fratricida tra Paesi che hanno lo stesso credo?
«Nel sentimento comune delle persone non penso prevalgano considerazioni di tipo dottrinale o relative al credo religioso e al culto. Le valutazioni muovono da posizionamenti di tipo politico. Tra persiani e arabi, prima ancora che tra sciiti e sunniti, c’è sempre stata una certa rivalità: i persiani sono eredi di una millenaria tradizione imperiale, e pur convertendosi all’islam hanno sempre guardato dall’alto in basso i nomadi arabi. Come ho detto prima, inoltre, il contributo di personaggi, movimenti e tematiche religiose provenienti dall’area iranica e dall’Asia centrale è stato importantissimo fin dai primi secoli dell’islam. Gli stessi califfi sunniti di Baghdad avevano, come funzionari e visir, persiani musulmani, molto più abili nella gestione politica rispetto a una popolazione nomade qual era quella dei beduini d’Arabia».
Un cambio eventuale di regime in Iran, magari con l’arrivo di un’élite diversa da quella degli ayatollah, meno radicale, potrebbe cambiare qualcosa dentro il mondo islamico?
«Un regime pure islamico, naturalmente di ispirazione sciita, ma meno intransigente, innanzitutto verso la sua stessa popolazione - tutti abbiamo visto la repressione delle varie forme di rivolta nel corso degli ultimi anni - potrebbe portare a un posizionamento meno radicale dal punto di vista politico. L’Iran, fino a oggi, è stato il Paese leader del cosiddetto “asse della resistenza”, che non riguardava soltanto Israele, ma il rapporto con l’Occidente in diversi scacchieri. Con un cambio di direzione politica, potrebbe essere garantita una maggiore stabilità a tutta un’area che resta strategica: pensiamo soltanto alle rotte dell’energia. Stiamo già vedendo le conseguenze sui prezzi di gas e petrolio causate dall’interruzione della navigazione nello Stretto di Hormuz».
È possibile immaginare, sempre con un cambio di regime, la nascita di un islam politico meno radicale, che sappia coniugare democrazia rappresentativa e religione, che sappia cioè accelerare il processo di democratizzazione dell’islam?
«Penso di sì. La società civile iraniana, anche dal punto di vista culturale, è molto più evoluta di quella dei Paesi arabi. Nonostante il rigore imposto dal regime, i giovani soprattutto non hanno mai smesso di fare poesia, musica, di produrre arte, cinema, letteratura. Un regime non così intransigente potrebbe dare più spazio alla partecipazione della popolazione e favorire un’evoluzione in senso più democratico, non soltanto dal punto di vista delle istituzioni politiche, ma anche della cultura, dell’espressività, della creatività delle giovani generazioni, del ruolo delle donne. I presupposti ci sono».
Che cosa potrebbe frenare il cambiamento?
«Come purtroppo stiamo ripetendo in questi giorni, benché ci sia una parte non trascurabile della popolazione ormai ostile al regime, dopo tanti anni - e con il peggioramento della situazione anche economica - la stessa opposizione è frastagliata, non ha un leader. Il cambio di regime imposto da un intervento esterno di Israele e Stati Uniti, due entità percepite negativamente, non ha, secondo me le carte in regola per avere successo. Non conosciamo esattamente la situazione sul terreno per calcolare le probabilità che una spinta dal basso possa cominciare a cambiare le cose. Potrebbe aiutare, forse, una transizione verso un regime non totalmente diverso, ma in cui prevalgano i pragmatici che cercano una soluzione diplomatica, una mediazione, ponendo così fine a un conflitto tanto pericoloso quanto ambiguo nelle motivazioni dichiarate e quanto mai incerto riguardo all'esito finale».
