L'analisi

Perché la «variabile Vannacci» sta intrappolando Giorgia Meloni

Il politologo Carlo Galli spiega l’importanza delle preferenze nella legge elettorale attualmente in discussione nel Parlamento italiano: «È un modo per evitare il possibile giudizio di incostituzionalità» - La sconfitta in aula del centrodestra non è tuttavia una vittoria delle opposizioni
Sulle preferenze la premier italiana Giorgia Meloni ha dovuto incassare martedìi mattina una dura sconfitta parlamentare. ©FABIO FRUSTACI
Dario Campione
15.07.2026 21:02

«La legge elettorale che sta dividendo l’Italia è importante perché, di fatto, è una sorta di surrogato della riforma costituzionale in chiave di premierato, promessa dal centrodestra prima del voto e non realizzata». Carlo Galli è uno dei più noti e apprezzati scienziati italiani della politica. Già ordinario di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna, è autore di decine di saggi e studi. Al Corriere del Ticino, Galli spiega perché un emendamento bocciato per un voto a scrutinio segreto può addirittura portare a una crisi o alla fine di una coalizione di governo.

«La legge elettorale in discussione nel Parlamento italiano è costruita in modo tale da rafforzare molto l’Esecutivo - dice Galli - prevede, tra l’altro, l’indicazione del candidato premier sulla scheda e fornisce al vincitore, in determinate circostanze, un fortissimo premio di maggioranza. Per evitare un giudizio di incostituzionalità, da parte del Capo dello Stato o della Corte costituzionale, era stata pensata l’introduzione di una quota di preferenze, in modo tale che il cittadino non si trovasse davanti soltanto a liste di candidati preconfezionate dai partiti, ma potesse anche scegliere autonomamente il proprio rappresentante. L’emendamento sottraeva la legge elettorale al possibile giudizio di incostituzionalità. È questo l’elemento oggettivo di importanza politica».

La bocciatura dell’emendamento, causata da almeno quaranta franchi tiratori, «non costituisce una sfiducia verso il Governo e, in linea del tutto teorica, potrebbe essere rimediata in seconda lettura al Senato, dove non ci sono voti segreti - dice ancora Galli - ma in realtà bisogna prima dirimere una questione politica. Rispondere cioè alla domanda: perché decine di deputati, presumibilmente di Forza Italia e Lega, hanno votato contro un emendamento presentato dal partito di maggioranza relativa, Fratelli d’Italia, e che aveva avuto il placet del Governo?».

La risposta, per il politologo modenese, è chiara: il voto a scrutinio segreto ha «reso evidente il fatto che né Antonio Tajani né Matteo Salvini controllano pienamente i propri partiti (Forza Italia e Lega, ndr) e la propria rappresentanza parlamentare. Tajani deve fare i conti con la cosiddetta “linea Marina Berlusconi”, ovvero con l’orientamento più liberal di una delle figlie di Berlusconi, che ha molta influenza su Forza Italia; Salvini è contrastato dall’ex presidente del Veneto Luca Zaia, che si richiama alla linea della Lega storica, della Lega Nord».

Sullo sfondo, si staglia l’irruzione nella scena politica italiana di Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale ed esponente di una destra nazionalista e xenofoba. Sia l’ala liberal di Forza Italia sia la Lega delle origini «non vogliono stare in una maggioranza di governo che comprende Vannacci: questo è il punto vero - sottolinea Galli - Al momento, Giorgia Meloni non ha fatto una scelta. Ma Vannacci continua a crescere e a Meloni dispiace perdere. Per cui, dietro al voto sulle preferenze c’è un monito a Meloni: stai lontana da Vannacci. Se non che, ed è il paradosso della vicenda, proprio questo monito spingerà Meloni fra le braccia del generale, perché la premier vede venir meno la garanzia di avere una maggioranza in Parlamento e nel Paese». La domanda è se il centrodestra, nella configurazione attuale, sia destinato a non andare avanti.

«Penso che al momento nessuno abbia certezze su questo - dice ancora Carlo Galli - Meloni vorrà certamente parlare con Tajani, con Salvini, ma anche con Zaia e con Marina Berlusconi. E capire che cosa vogliono, quale idea abbiano, perché hanno fatto quello che hanno fatto. Nel frattempo, però, la legislatura va avanti e la ribellione dei peones sulle preferenze ha comunque ottenuto un ulteriore effetto: avvicinarsi il più possibile alla scadenza naturale del mandato e garantirsi, così, il vitalizio. Del resto, si fa fatica a pensare che Meloni voglia affrontare elezioni anticipate in autunno avendo alle spalle una situazione in cui non sa nemmeno con quale schieramento presentarsi. Userà il tempo per ricucire e per presentare un’immagine di unità ai cittadini».

Il dato essenziale, in ogni caso, è la sconfitta della destra. Che però, avverte Galli, non significa automaticamente «una vittoria della sinistra. Quanto accaduto non è merito dell’opposizione, ma il segno che due dei tre partiti della maggioranza sono spaccati, e che Meloni non può contare su di essi».

L’ipotesi elezioni anticipate, secondo il politologo dell’Alma Mater, non è quindi evidente. «Accettare il voto anticipato è un grosso rischio per Meloni, che si presenterebbe alle urne avendo alle spalle una discreta catastrofe. E poi c’è l’incognita Sergio Mattarella, che potrebbe parlamentarizzare la crisi e costringere la premier a chiedere la fiducia. Una volta ottenuta la quale, Meloni sarebbe di nuovo intrappolata alla mercé dei franchi tiratori». Un futuro, insomma, pieno di trappole che, ribadisce Galli, «non sono state seminate dalla sinistra ma sono frutto di un’idea di fondo sbagliata di Meloni: “Facciamo il bipolarismo e io comando dentro l’area di destra”. Ma l’area di destra è variegata e non può stare insieme, perché si estende da Marina Berlusconi a Vannacci».

Si torna, così, alla variabile Vannacci, l’elemento che sta in qualche modo scardinando il sistema politico italiano.

«Meloni aveva fatto questa scommessa: “Prometto certe cose in campagna elettorale e poi non le faccio, tanto i miei elettori sono costretti a votarmi lo stesso” - conclude Carlo Galli - Non aveva previsto che qualcuno le avrebbe apparecchiato un competitor a destra. Le grandi forze politiche non centriste hanno sempre evitato di avere un concorrente estremista nella propria area: il PCI non tollerava forze politiche alla sua sinistra. Meloni ha dovuto accettare che ci fosse qualcuno più a destra di lei. E questo le crea enormi difficoltà. Il fatto è che sotto la crosta della politica di palazzo c’è una società vera, e la società vera è difficile da organizzare, è ricca di contraddizioni. Vannacci cresce perché c’è un enorme disagio sociale. La Lega si spacca perché resiste una questione settentrionale. Il progetto di Meloni naufraga sul fatto che l’Italia non è un Paese bipolare, perché i due poli, destro e sinistro, non riescono a interpretare la complessità del Paese».