Il reportage

Perché l’Ucraina non è soltanto un Paese in guerra

Il racconto di una nazione che nel corso di questi quattro anni di conflitto si è trovata costretta a cambiare, a trasformarsi, oltre che a combattere - Diventata più dura e diffidente, non abbandona la volontà di autodeterminarsi e di ricordare tutti i nomi dei propri morti
L’Ucraina ha dovuto cambiare per sopravvivere all’invasione russa, iniziata proprio il 24 febbraio di quattro anni fa. ©Alastair Grant
Nello Scavo
Nello Scavo
24.02.2026 06:00

L’Ucraina non è cambiata una volta sola. È cambiata almeno quattro volte. E ogni volta ha dovuto imparare un lessico nuovo per restare viva.

La prima Ucraina

La prima Ucraina è quella dell’alba del 24 febbraio 2022. Il tempo delle file ai bancomat, delle farmacie prese d’assalto, delle famiglie nei sotterranei con i cani e i bambini stretti alle coperte. La guerra che molti pensavano confinata al Donbass arrivò a Kiev con il rumore della prima esplosione e con l’impressione, quasi fisica, che la storia avesse deciso di accelerare senza chiedere permesso. Nelle metropolitane trasformate in rifugi, nelle scuole diventate riparo, la città imparò in poche ore che la normalità non sarebbe più tornata uguale. E che il pericolo non era solo il missile, ma anche l’incertezza: capire da dove arrivasse il colpo, chi fosse rimasto indietro, chi non fosse riuscito a fuggire. In quei giorni il timore era uno solo: che Kiev potesse diventare una nuova Sarajevo. Lo si diceva sottovoce, ma lo pensavano in molti.

La seconda Ucraina

La seconda Ucraina è quella della resistenza che si organizza. Non la retorica, ma il lavoro sporco della sopravvivenza. Le città che si adattano alle sirene, ai checkpoint, al coprifuoco. I civili che imparano dove correre, quando fermarsi, come distinguere un allarme vero da un falso allarme. E i giornalisti che, per raccontarla, capiscono che non basta contare i colpi: bisogna seguire le persone. Tornare a un giornalismo di prossimità, “ad altezza d’uomo”, capace di collegare i fatti e non solo registrarli. L’Ucraina di questi anni si capisce così: non da un bollettino, ma da una madre in un bunker, da un soldato in licenza, da un parroco sospettato dai suoi e tradito dai suoi riferimenti, da una città liberata che continua però a essere martellata dall’altra sponda del fiume. Kherson, Mykolaiv, la linea del Mar Nero hanno mostrato proprio questo: la liberazione non coincide con la fine della guerra. A volte coincide con una guerra ancora più vicina ai civili.

La terza Ucraina

La terza Ucraina è quella che ha imparato a vivere mentre combatte. È la parte più difficile da spiegare a chi guarda da lontano e pretende categorie semplici. A Kiev e Odessa puoi vedere una città ferita e, nello stesso pomeriggio, una libreria che apre, una sala piena, una festa, un caffè sul lungofiume. Non è rimozione. È disciplina civile. È la decisione collettiva di non lasciare tutto il campo alla guerra. In questi anni l’Ucraina ha smesso di chiedere il permesso di esistere: ha continuato a studiare, leggere, sposarsi, fare impresa, perfino ridere. Eppure basta allontanarsi verso il fronte perché il tono cambi. Là la fatica è un’altra. C’è la stanchezza lunga dei reparti, il conto dei compagni che non tornano, la rabbia per i cambi di linea, la sfiducia verso certi comandi, ma non la resa. Tra i soldati, il punto non è soltanto “finire la guerra”: è non farla finire nel modo sbagliato, cioè trasformando il sacrificio in una ratifica della forza. È una differenza decisiva, che in Occidente spesso si sottovaluta.

La quarta Ucraina

La quarta Ucraina è quella del logoramento. Non solo militare: morale, energetico, demografico, diplomatico. La guerra entra nel quinto anno e il Paese combatte su due mappe diverse. Una è quella del fronte, dove ogni villaggio riconquistato o perso pesa più del suo nome. L’altra è la mappa degli aiuti, dei veti, dei pacchetti europei bloccati, delle munizioni che non arrivano, delle infrastrutture energetiche colpite. In questa fase gli ucraini hanno imparato un’altra parola: selezione. Selezionare gli intercettori, selezionare gli obiettivi da difendere, selezionare perfino le attese. La guerra non è più soltanto “resistere”, ma decidere ogni giorno dove spendere uomini, corrente, ferro, tempo. E intanto continuano gli attacchi su Odessa e sulle infrastrutture civili, mentre Kiev rivendica rari successi tattici sul terreno e l’Europa mostra sostegno politico ma anche tutte le sue fratture, a cominciare dal dossier sanzioni e dai nodi energetici attorno al Druzhba.

Il modo in cui Kiev guarda il mondo

In mezzo a tutto questo, l’Ucraina è cambiata anche nel modo in cui guarda il mondo. Nel 2022 chiedeva aiuto. Nel 2023 pretendeva continuità. Nel 2024 ha iniziato a parlare apertamente di delusione e tradimento. Oggi non ha smesso di chiedere sostegno, ma si fida meno delle parole e molto di più dei tempi di consegna. La diplomazia, qui, non si misura nelle conferenze stampa: si misura in ore di elettricità, in batterie per la contraerea, in ponti che restano in piedi, in porti che riescono ancora a lavorare. Perfino la ricostruzione, che sulla carta vale già centinaia di miliardi, non è un tema del “dopo”: è un pezzo del presente, perché dice agli ucraini se il mondo sta investendo davvero sulla loro sopravvivenza come Stato, non solo sulla loro resistenza come simbolo. L’ultima stima congiunta di Banca Mondiale, ONU, Commissione europea e governo ucraino parla di 588 miliardi di dollari in dieci anni: una cifra che racconta non solo i danni, ma la scala della trasformazione imposta dalla guerra.

Una cosa non è cambiata

C’è però una cosa che in questi anni non è cambiata. Non è cambiato il punto di vista da cui l’Ucraina si lascia capire davvero: quello delle persone. Le capitali contano i pacchetti, gli stati maggiori contano i droni, i governi contano i chilometri quadrati. Ma l’Ucraina reale continua a contare i nomi. I nomi dei morti sui memoriali di Maidan. I nomi dei bambini deportati che qualcuno prova a riportare a casa. I nomi dei dispersi che una madre continua a cercare. I nomi delle città che il mondo pronuncia solo quando vengono colpite, e che invece qui restano luoghi abitati anche il giorno dopo: Kiev, Odessa, Mykolaiv, Kherson. In quattro anni il Paese è diventato più duro, più diffidente, più stanco. Ma anche più consapevole di sé. È questa la trasformazione più profonda: l’Ucraina non combatte più soltanto per non essere invasa. Combatte per non essere raccontata solo dagli altri.

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