La guerra

Piovono bombe e minacce sui confini tra Israele e Libano

I media iraniani ieri parlavano di un accordo molto vicino con gli Stati Uniti in merito a Hormuz - Più fredda la Casa Bianca - Preoccupa l’escalation tra l’esercito israeliano e Hezbollah, contrario a qualsiasi intesa
©STRINGER
28.05.2026 06:00

Il sud del Libano è oramai un’unica zona di guerra. Ieri sera il portavoce in arabo dell’esercito israeliano, Avichay Adraee, ha emesso un ordine di evacuazione per tutta l’area a sud del fiume Zahrani, che si trova a 40 chilometri dal confine tra Israele e il Paese dei cedri. Mai, dal 16 aprile, da quando è in vigore quello che solo sulla carta è un cessate il fuoco, c’è stato un avviso per un’area così ampia.

Poche ore prima lo stesso colonnello aveva chiesto alla popolazione di Tiro di evacuare. Almeno duecentomila i libanesi della città costiera meridionale a cui è arrivato l’ordine di lasciare le loro case. Così come di alcuni villaggi. Dai quali Hezbollah continua a lanciare soprattutto droni esplosivi, che hanno provocato morti tra i militari, l’ultimo l’altro ieri, ma anche danni al contingente schierato, oltre che alle strutture civili delle città israeliane del nord. Dove la popolazione protesta contro il governo di Gerusalemme perché si sente abbandonata. Governo che ha iniziato a stendere oltre 250 mila metri quadrati di reti da pesca per intercettare i droni, altri 280mila sono stati ordinati.

Per ora risparmiata Beirut

Dall’area meridionale del Libano è cominciato un esodo di migliaia di persone verso la capitale e verso altre zone che, comunque, non sono esenti da attacchi israeliani. L’esercito, infatti, ha continuato ad attaccare le roccaforti di Hezbollah, come la valle della Bekaa ad est. Per ora è risparmiata Beirut, anche se i militari israeliani, come hanno rivelato fonti saudite, hanno tentato due volte di uccidere Naim Qassem, il segretario generale di Hezbollah. Il quale solo due giorni fa aveva chiesto a tutta la popolazione libanese di unirsi alla lotta del gruppo sciita contro Israele.

Fonti diplomatiche rivelano che Washington abbia fatto pressioni su Gerusalemme affinché l’esercito con la stella di Davide eviti attacchi a Dahiye, il quartiere meridionale di Beirut, ritenuta roccaforte e centro di comando di Hezbollah. Questo avrebbe spinto Netanyahu ad attendere fino a martedì sera, quando poi ha dato il via libera al capo dell’esercito, Zamir, di colpire.

Violenti raid

Ieri Hezbollah ha dichiarato di aver lanciato un attacco missilistico e di artiglieria nelle prime ore del mattino contro le forze israeliane che avanzavano verso il villaggio di Zawtar al-Sharqiya, nel distretto di Nabatieh, nel Libano meridionale. La città è stata già al centro di ordini di evacuazione e scontri. Secondo il gruppo militante, gli attacchi sono stati seguiti da scontri diretti con le forze israeliane nel corso della mattinata, costringendo le truppe israeliane a ritirarsi. Successivamente, Israele ha colpito la zona con attacchi aerei. Almeno 150 i raid condotti nei governatorati di Tiro e Nabatieh e nella valle della Bekaa. In questi, come riferiscono fonti libanesi, sarebbe stato ucciso anche un membro della protezione civile, mentre un paramedico è stato ferito mentre prestava soccorso all’uomo.

Nessun disarmo

Il presidente libanese Aoun ha incontrato a Beirut la delegazione in partenza per Washington dove si terrà un altro round di colloqui con Israele, ribadendo loro la necessità di dare priorità a un cessate il fuoco duraturo e di fermare la demolizione dei villaggi del sud. Israele non è contrario, ma deve avere garanzie che Hezbollah non attacchi, come invece continua a fare verso le città settentrionali del Paese, interrompendo ogni cessate il fuoco. Il gruppo sciita, infatti, è contrario a qualsiasi intesa con Israele e boicotta i colloqui. Beirut non sembra capace di disarmare Hezbollah, per cui è necessaria un’azione esterna diversa.

I negoziati tra Iran e USA

Sui negoziati di Washington pesa anche la situazione iraniana. Una delle clausole che Teheran ha sempre chiesto è la fine del conflitto anche in Libano, cosa che, senza il disarmo di Hebzollah, sarebbe una sconfitta per Israele. Paese ebraico che sta guardando e ascoltando quello che arriva dalla Casa Bianca. Se nel pomeriggio di ieri i media iraniani parlavano di una intesa vicina, dalla capitale americana hanno raffreddato gli entusiasmi, anche perché le condizioni sono lontane da quelle che questi si aspettano.

Il presidente Trump ha indicato che non sono stati compiuti progressi verso un accordo, dopo aver dichiarato quattro giorni prima che un’intesa era stata «ampiamente negoziata» e che i dettagli sarebbero stati «annunciati a breve». Non solo: l’inquilino della Casa Bianca ha lasciato intendere che potrebbe non firmare un accordo con l’Iran se i Paesi del Golfo non aderiranno agli Accordi di Abramo e che l’accordo dovrà obbligatoriamente prevedere il nucleare e la riapertura totale e senza limitazioni (gli iraniani parlavano di controllo congiunto con l’Oman) dello stretto di Hormuz.

Nel suo discorso di apertura alla riunione di gabinetto alla Casa Bianca, il tycoon ha ribadito che l’Iran «vuole raggiungere un accordo», ma che gli Stati Uniti «non sono ancora soddisfatti» di ciò che stanno vedendo. «O questo (rimanere soddisfatti, insomma, ndr), oppure dovremo semplicemente portare a termine il lavoro», ha minacciato nuovamente Trump.

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