Il processo

Pizzo Cengalo, l'Associazione dei Comuni svizzeri: «L'Assoluzione ha un effetto significativo»

Il Tribunale regionale di Maloja non ha avuto dubbi: tutti gli imputati, fra cui l’allora sindaca di Bregaglia Anna Giacometti, non sono stati ritenuti responsabili della morte di otto escursionisti nella frana del Pizzo Cengalo - Non mancano critiche al Cantone
©GIAN EHRENZELLER
Giona Carcano
04.09.2026 21:00

Tutti assolti. La corte del Tribunale regionale di Maloja non ha avuto dubbi: Anna Giacometti e altri quattro imputati non sono colpevoli di omicidio colposo plurimo per la frana del Pizzo Cengalo, che il 23 agosto 2017 provocò la morte di otto escursionisti – quattro tedeschi, due austriaci e due svizzeri. «Sono sollevata», ha detto ai giornalisti poco dopo la lettura della sentenza l’allora sindaca di Bregaglia. «Mi sono comportata correttamente». Il procedimento, durato nove anni, è stato definito «a tratti molto stressante» da Giacometti. «Non dimenticherò mai che nella frana sono morte otto persone».

I giudici grigionesi non hanno riscontrato prove che dimostrassero che, nelle settimane precedenti il disastro, vi fossero effettivamente chiari segnali di un evento di grave entità prevedibile. Sono quindi giunti alla conclusione che gli imputati non abbiano omesso per negligenza l’adozione di misure, in particolare la chiusura dei sentieri escursionistici nella zona a rischio.

Nelle 12 pagine dell’atto d’accusa, la Procura si era invece concentrata soprattutto sulle due settimane precedenti la frana. La decisione di non chiudere i sentieri era davvero un «rischio inaccettabile»? Secondo la Procura i cinque imputati avrebbero dovuto riconoscere le «numerose avvisaglie» che annunciavano la frana. Gli esperti avrebbero dovuto raccomandare ulteriori misure e il Comune attuarle. Fra queste, veniva citata la chiusura preventiva dei sentieri verso la Val Bondasca.

Nel processo, lo ricordiamo, sono stati chiamati a rispondere delle loro presunte negligenze due esperti dell’Ufficio foreste e pericoli naturali del Canton Grigioni, un geologo esterno e due rappresentanti del Comune di Bregaglia, tra cui appunto la consigliera nazionale Giacometti.

Non mancano le critiche

Se l’assoluzione di Giacometti e l’altro rappresentante del Comune di Bregaglia era piuttosto facile da prevedere, lo stesso non si può dire per gli imputati «tecnici» del Cantone. La corte ha stabilito che essi erano competenti per fornire valutazioni della situazione di pericolo e formulare raccomandazioni adeguate. Tuttavia, non è stato dimostrato che l’analisi dei rischi effettuata all’epoca fosse errata. I due avevano analizzato la situazione e l’avevano valutata sul posto. In ogni valutazione del pericolo, tuttavia, sussiste un rischio residuo. Pertanto, in base al principio «in dubio pro reo», sono stati assolti. Il Tribunale, pur assolvendo anche gli esperti, non ha lesinato critiche al Cantone. I giudici si sono infatti detti sorpresi dal fatto che per il Pizzo Cengalo, una montagna in cui si verificano regolarmente frane, non esistesse un piano di emergenza vincolante. «Il potenziale di pericolo sulla montagna era noto, il che solleva interrogativi riguardo all’organizzazione delle emergenze», ha sottolineato la corte di Maloja.

La corte ha assolto anche il geologo esterno, che il 10 agosto (13 giorni prima del disastro) aveva raccomandato al Cantone di chiudere la Val Bondasca. Secondo la sentenza, il fatto che non abbia ribadito tale raccomandazione in occasione di una seduta del 14 agosto non può essergli contestato, poiché l’Ufficio foreste e pericoli naturali aveva effettuato una valutazione dei rischi sul posto e lui si era basato su quella. In una dichiarazione scritta, l’avvocato dei famigliari delle vittime ha affermato che «in questo procedimento fin dall’inizio per i miei assistiti punire singole persone non è mai stata la priorità, né si è mai trattato di interessi finanziari». Piuttosto, il loro obiettivo è sempre stato quello di fare piena luce su come si sia potuta verificare questa tragedia. «Questa ricostruzione è stata effettuata». Ad ogni modo, non è ancora dato sapere se la sentenza verrà impugnata dai familiari delle vittime.

Il nodo della politica di milizia

Il processo per la frana del Pizzo Cengalo ha messo in luce anche le criticità della politica di milizia, uno dei pilastri dell’ordinamento politico svizzero. Ai rappresentanti dei Comuni, specie quelli più periferici, mancano infatti le tutele giuridiche per far fronte a eventi naturali di tale portata. Al Corriere del Ticino, la direttrice dell’Associazione dei Comuni svizzeri - Claudia Kratochvil - spiega che, pur non entrando nel merito della sentenza pronunciata oggi, «l’assoluzione ha un effetto significativo». Più in generale, secondo Kratochvil «i politici di milizia sono consapevoli delle proprie responsabilità e le affrontano quotidianamente. Sanno bene che il loro operato deve essere conforme alle disposizioni di legge e può essere sottoposto al controllo della giustizia – un aspetto che accomuna loro a molte altre categorie professionali che possono essere ritenute responsabili delle proprie azioni e senza le quali la nostra società non potrebbe funzionare». Consapevole del fatto che i responsabili locali sono solitamente in grado di valutare al meglio la situazione sul posto, l’Associazione dei Comuni svizzeri «continuerà a impegnarsi a favore di solide strutture federalistiche. Per l’associazione è chiaro che la legislazione debba essere concepita in modo tale che i rappresentanti delle autorità possano continuare ad adempiere alle proprie responsabilità e che l’operato delle autorità non venga di fatto reso impossibile nella pratica».