PMI svizzere ottimiste, «Fra dieci anni ci saremo ancora»

Malgrado un contesto economico globale segnato da turbolenze politico-commerciali, rincari diffusi e cronica carenza di personale, le piccole e medie imprese (PMI) svizzere guardano al futuro con sorprendente ottimismo. È quanto emerge da uno studio dell'assicuratore AXA, che fotografa un tessuto imprenditoriale resiliente, seppur in profonda trasformazione.
Secondo la ricerca, l'86% delle aziende ritiene che la propria attività esisterà ancora tra dieci anni, un dato che testimonia la fiducia nella stabilità della piazza elvetica, nonostante il 43% delle imprese giudichi incerta la situazione economica del proprio settore. «Malgrado l'instabilità globale e la trasformazione digitale, le PMI si sentono resilienti nel loro nucleo centrale», commenta Reinhard Schmid, responsabile clienti commerciali di AXA Svizzera, citato in un comunicato odierno.
Il principale fattore di pressione resta l'aumento dei costi, segnalato dal 65% delle ditte, ben davanti alla concorrenza (29%) e al calo della fedeltà della clientela (26%). Le società fortemente dipendenti dall'esportazione o dall'importazione di merci considerano inoltre preoccupanti le crescenti spinte concorrenziali provenienti dall'estero (33%), la dipendenza da altri paesi (28%) e i rischi di cambio (27%).
Interpellate su quali siano le trasformazioni più significative, la maggior parte delle PMI indica gli sviluppi nel campo dell'intelligenza artificiale (34%), come pure l'interconnessione e le infrastrutture digitali (34%). Malgrado i profondi cambiamenti, quasi due terzi (65%) ritengono sicuro il proprio attuale modello di affari, mentre il 29% ammette incertezze. «La preoccupazione per il modello operativo è maggiore laddove la dipendenza dalle catene di fornitura internazionali o dalle istanze decisionali sovranazionali diventa più tangibile», spiega Schmid.
Secondo le PMI intervistate, i rapporti di forza globali sono destinati a cambiare. Il 44% prevede che la piazza economica elvetica acquisirà maggiore importanza nei prossimi cinque anni e altrettanti pronosticano che lo stesso avverrà per la Cina. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, invece, solo il 19% scommette su una maggiore influenza, mentre quasi un terzo ritiene che il paese di Donald Trump perderà importanza. Il verdetto è ancora più marcato in termini di capacità di evolvere: la Svizzera viene ritenuta innovativa per il settore di appartenenza dal 63% delle PMI interpellate, mentre la Cina è considerata tale dal 45%; gli Stati Uniti, invece, subiscono un brusco calo attestandosi al 31%. Nell'ottica delle PMI elvetiche il ruolo di precursore svolto in passato dagli Usa sembra quindi ormai tramontato.
La carenza di manodopera resta a livelli elevati: il 41% delle imprese indica anche per il futuro nella penuria di forza lavoro la sfida primaria. Tra i vari settori si riscontra tuttavia un marcato divario: nel comparto manifatturiero la quota di PMI con problemi di reclutamento è salita dal 45 al 65% fra il 2022 e oggi, mentre nel ramo dei servizi è rimasta stabile. La ragione risiede nel fatto che nella produzione mancano semplicemente i candidati: la metà delle aziende riceve troppe poche candidature o addirittura nessuna. Nel comparto dei servizi, invece, a difettare sono soprattutto le qualifiche richieste. «Evidentemente il settore produttivo soffre non solo di un problema di forza lavoro specializzata, bensì di una carenza generale di manodopera», riassume Schmid.
I problemi di reclutamento sono tanto più degni di nota se si considera che il tasso di disoccupazione è salito dall’1,9% del 2023 al 3,1%. Nonostante l'aumento del numero di persone in cerca di lavoro, un terzo delle PMI continua però a ritenere il processo di reclutamento sempre più difficile, mentre quattro imprese su dieci non notano alcun cambiamento. Il mercato del lavoro svizzero delinea quindi, almeno nell'ottica delle PMI intervistate, un quadro contrassegnato da crescenti discrepanze: malgrado la crescita della disoccupazione la ricerca di personale idoneo rimane un compito arduo.
Interessante è osservare che oggi un diploma universitario non è più una garanzia di lavoro: il 63% delle PMI interpellate consiglierebbe a chi conclude la scuola dell'obbligo di optare più per un apprendistato al fine di assicurarsi opportunità di lavoro ottimali. Per oltre due terzi delle PMI il titolo accademico non è nemmeno un prerequisito per una posizione dirigenziale. Questa visione pragmatica è particolarmente accentuata nel settore manifatturiero, con il 79% dei consensi. «Considerato l'aumento delle persone con un titolo di studio, ci si chiede se in Svizzera si stia aprendo un divario tra le qualifiche delle persone in cerca di lavoro e la domanda proveniente dalle aziende», conclude Michael Hermann - direttore di Sotomo, istituto di ricerca che ha condotto l'indagine - a sua volta citato nella nota.