La riforma

Polizie comunali, nessuna chiusura ma le criticità non mancano

Durante l’assemblea annuale dell’associazione delle Polizie comunali ticinesi sono emerse parecchie perplessità sul progetto Polizia ticinese varato dal Dipartimento delle istituzioni: nel mirino un testo troppo complicato, le fasce orarie e il finanziamento - Il presidente Orio Galli: «Nel nostro cantone la sicurezza funziona»
©Chiara Zocchetti
Giona Carcano
02.10.2025 23:45

Non una bocciatura su tutta la linea, ma va corretto (e di molto) il tiro. È la sintesi della posizione dell’Associazione delle Polizie comunali ticinesi (APCTi) sul progetto Polizia ticinese varato dal Dipartimento delle istituzioni e messo in consultazione fino al 15 ottobre. Un progetto che – perlomeno nelle intenzioni – dovrebbe permettere di aggirare l’ostacolo «insormontabile» trovato sul suo cammino da un altro progetto, quello della polizia unica. Questa sera a Losone, durante l’assemblea annuale, l’associazione ha ribadito quanto già espresso in sede di consultazione: lo studio contiene alcuni aspetti positivi, non è tutta da buttare. Ma alcuni elementi andrebbero rivisti in profondità.

Le assenze

Il presidente dell’associazione Orio Galli, nel suo intervento, ha subito fatto notare l’assenza di Norman Gobbi e Claudio Zali i quali, seppur invitati, hanno declinato l’invito a causa di impegni pregressi. «Peccato, sarebbe stata un’occasione preziosa per un confronto diretto», ha commentato. Al di là della mancata partecipazione dei consiglieri di Stato (Gobbi ha ideato la riforma mentre Zali l’ha ereditata dopo «l’arrocchino»), Galli è entrato immediatamente nel merito della questione. «Siamo per lo status quo oppure uno status quo con alcune modifiche», ha sottolineato il presidente al CdT. «È da 10 anni che le Polizie comunali hanno questo assetto, e guarda caso Lugano è diventata la città più sicura della Svizzera». Discorso simile per la statistica sulla criminalità in Ticino, fa notare ancora Galli: «Eravamo agli ultimi posti, nel frattempo abbiamo scalato la classifica. Sicuramente il merito va dato anche alla Polizia cantonale, ma presumo che parte del successo sia da ricondurre al lavoro di prossimità, e quindi alle Polizie comunali». In Ticino, ha spiegato Galli durante la serata, «la sicurezza funziona». Come dire: perché cambiare?

Il tema dei numeri

Gli aspetti più criticati al momento del varo del progetto erano la governance, la diversa ripartizione finanziaria e la suddivisione dei compiti fra Polizia cantonale e Polizia comunale. Un altro grosso punto di domanda che attanaglia le Polizie comunali è la proposta di disporre di un numero minimo di 13 agenti e un comandante, i quali dovrebbero garantire fino a 20 ore consecutive di servizio. Un aspetto, quest’ultimo, che se confermato darebbe quantomeno grossi problemi (se non la chiusura definitiva) ai corpi comunali di Stabio e Losone, che oggi dispongono di un numero chiaramente insufficiente rispetto a quanto richiesto dalla riforma. «La governance è un aspetto prettamente politico», ribadisce il presidente APCTi. «Le modifiche espresse qualche mese fa dai Comuni sono state prese in considerazione». Diverso il discorso «operativo»: le Polcom criticano infatti «le fasce orarie imposte dalla Polizia cantonale, che bloccano il lavoro di prossimità delle Comunali». «Abbiamo preso come esempio il Luganese, la regione più strutturata. Lì ci sono fasce orarie che vengono coperte con sistemi di pattuglie miste, capaci di coprire due territori». Un sistema, secondo Galli, efficiente ed efficace. «Le fasce orarie obbligatorie proposte dal progetto (al mattino presto, ndr) costano molto e servono a poco. In 7 mesi abbiamo avuto tre interventi in quella fascia oraria». Un altra criticità riguarda il testo del progetto, «troppo macchinoso, tecnico e poco comprensibile: non precisa cosa oggi non va». Ma anche dal lato del finanziamento non ci siamo. «Non c’è alcun dato oggettivo sui costi», osserva ancora Galli, che vorrebbe maggiore trasparenza sulla ripartizione dei costi. In definitiva, l’associazione cerca un dialogo costruttivo, nell’interesse di tutti gli attori coinvolti. «Lo ribadiamo: non è un no secco al progetto ma servono modifiche puntuali. E chiediamo anche di tenere in considerazione uno status quo che, lo ripeto, ha dimostrato tutta la sua bontà». Per il presidente, «la vera innovazione non è cambiare a tutti i costi. La vera innovazione è migliorare ciò che funziona, senza buttare via quello che dà risultati da anni. È semplice, ma spesso la semplicità fa più paura delle riforme complicate».