Pompieri volontari, la sfida del ricambio: «Servono 80-100 nuove leve ogni anno»

La Federazione Pompieri Ticino (FPT) ha lanciato una nuova campagna di reclutamento per reperire pompieri volontari. Un’attività, quella dei pompieri, che si fonda sul servizio di milizia e svolge un ruolo importante all’interno della comunità, ma che necessita di un ricambio generazionale nei corpi ticinesi. Ne abbiamo parlato con Nelson Ortelli, direttore del Segretariato FPT e coordinatore della campagna.
Avete lanciato una nuova campagna per il reclutamento di pompieri volontari. Qual è oggi la situazione nei corpi ticinesi? Fate fatica a trovare nuove leve?
«Da circa cinque anni abbiamo unificato il reclutamento a livello cantonale. Prima ogni corpo procedeva per conto proprio: non significa che non si facesse nulla, ma oggi abbiamo scelto di mettere insieme le forze e di procedere in modo più coordinato. Abbiamo un messaggio unico per tutto il Cantone, organizziamo serate informative comuni e possiamo contare su maggiori risorse e mezzi. Il modello funziona: una decina di anni fa avevamo constatato una certa emorragia nel reclutamento e con questa formula siamo riusciti ad arrestarla. Oggi possiamo quindi affrontare il ricambio del personale in modo più strutturato e rispondere meglio al fabbisogno dei singoli corpi.»
Di quante nuove leve avete bisogno ogni anno?
«Il fabbisogno non è aumentato né diminuito in maniera significativa. Abbiamo soprattutto delle partenze naturali, dovute al raggiungimento dei limiti di età o ad altre ragioni personali. Ogni anno raccogliamo il fabbisogno dei singoli corpi urbani e di montagna e organizziamo la campagna di conseguenza. Quest’anno, per esempio, quattro corpi non vi hanno aderito perché il loro fabbisogno era già soddisfatto. Complessivamente parliamo di circa 80-100 nuove unità all’anno per compensare le partenze.»
Rispetto al passato riscontrate delle differenze nel reperire volontari?
«Nella nostra realtà per fortuna esiste ancora una forte volontà di aiutare il prossimo e di mettersi a disposizione della comunità. La società, però, è diventata più mobile. Oggi una persona può abitare in un Comune, lavorare in un altro e magari trascorrere parte del tempo libero altrove. Questa maggiore mobilità comporta delle sfide nel garantire l’effettivo per l’intervento, che non sono così facilmente risolvibili. Le persone ci sono, la sfida sta nel gestirle e averle a disposizione nell’arco della giornata. Parliamo di militi volontari, che devono conciliare questa attività con il lavoro e con i propri impegni personali.»
Quanto pesa il rapporto con i datori di lavoro? Ci sono aziende che facilitano l’attività dei pompieri volontari e altre che invece pongono ostacoli, per esempio quando devono assentarsi dal lavoro per un intervento o per la formazione?
«È un aspetto chiave, determinante. È il datore di lavoro che permette al milite di lasciare il posto di lavoro e recarsi in caserma per l’intervento. È importante che i datori di lavoro, sia pubblici che privati, comprendano l’importanza del valore aggiunto che la risorsa con formazione pompieristica rappresenta in azienda e acconsentano allo svolgimento di questa attività. Non direi che oggi esista un problema generalizzato di datori di lavoro che impediscono ai propri dipendenti di fare i pompieri volontari, ma è sicuramente un aspetto da non sottovalutare. Per poter svolgere il compito la persona interessata deve essere flessibile e disporre di tempo libero da dedicare alla causa. Infatti, oltre all’intervento ci sono anche le molte ore da dedicare alla formazione nelle serate o nei fine settimana.»
Come viene mobilitato un pompiere volontario quando scatta un allarme?
«Abbiamo un’organizzazione basata sui militi di picchetto. Quando viene segnalata un’emergenza, la CECAL (Centrale Comune di Allarme) mobilita le risorse. Il milite deve quindi essere reperibile e trovarsi sufficientemente vicino al proprio territorio operativo. Bisogna poter partire rapidamente.»
Il cambiamento climatico, con il possibile aumento degli eventi estremi, rende questa esigenza ancora più importante?
«È una situazione che monitoriamo. Non abbiamo una sfera magica su quello che succederà. È quindi importante osservare quello che accade ed essere flessibili, per adattarci nel minor tempo possibile. Oggi dobbiamo essere pronti non solo agli incendi, ma anche a frane, allagamenti e altri eventi, come abbiamo visto in questi giorni.»
È possibile che incendi come quelli scoppiati questa estate in Spagna o in Francia possano verificarsi anche in Ticino?
«Il Ticino ha una lunga esperienza e si confronta con gli incendi boschivi da decenni. Non siamo particolarmente preoccupati dalla possibilità di avere eventi di grandi dimensioni come quelli che abbiamo visto in Europa. Ci sono diversi fattori che giocano a nostro favore, come la densità degli insediamenti e la conformazione orografica del territorio. Quanto prima si riesce a intervenire su un evento, tanto maggiori sono le possibilità di avere successo. Spesso, alle nostre latitudini, l’incendio viene subito segnalato e i soccorsi vengono mobilitati rapidamente.
Il più grande incendio di vegetazione che si sia mai verificato in Svizzera è avvenuto in Ticino, nella Val Colla e Alta Capriasca, negli anni Settanta. Interessò circa 2’000 ettari. Per fare un confronto: in Francia quest’anno si sono viste superfici bruciate venti volte superiori. Qui le pianure sono molto più estese e le caratteristiche della vegetazione sono molto diverse.»
Di fronte a questi eventi, comunque, non sarebbe il caso di interrogarsi maggiormente sulla professionalizzazione del corpo dei pompieri?
«In Ticino esistono già due realtà professionali: Centro di soccorso cantonale di Lugano e il Centro d’intervento del San Gottardo. Ci sono poi pompieri permanenti presso i restanti Centri di soccorso cantonali che non dispongono di un diploma federale di professionista, ma sono alle dipendenze del Comune, lavorano in caserma e sono pronti a intervenire. E poi ci sono i pompieri volontari, che ricevono la stessa formazione dei permanenti necessaria per intervenire sul terreno.
La campagna cantonale a cui facciamo riferimento è mirata sui pompieri volontari. Per diventare pompiere professionista il reclutamento ed il percorso formativo seguono tutt’altre vie.»
Che messaggio volete lanciare a chi sta pensando di candidarsi?
«È un’attività in cui non ci si annoia. Se una persona ha interesse e volontà di mettersi a disposizione della comunità, ben venga. Il primo passo è partecipare alla serata informativa, iscrivendosi attraverso il sito (www.diventapompiere.ch). Si svolgerà martedì 1 settembre alle 20.00 presso le caserme dei corpi pompieri aderenti. È un momento nel quale si possono ricevere tutte le informazioni e fare domande con calma, apprezzare l’ambiente della caserma, i veicoli e le persone che già svolgono questa attività. Non c’è nessun vincolo: dopo la serata ognuno può decidere se iniziare questo percorso oppure no.»
E per chi decide di andare avanti?
«Si passa all’iscrizione e poi a una giornata di selezione che organizziamo una volta all’anno per tutto il Ticino. I candidati vengono testati in diverse discipline, in modo da poter fornire una valutazione e decidere in seguito sull’incorporazione.»
A chi si rivolge la campagna?
«La campagna si rivolge soprattutto alla fascia tra i 18 e i 40 anni, ma anche chi ha superato questa soglia d’età è il benvenuto. Si può prestare servizio come pompiere volontario fino ai 60 anni. Anche le donne sono le benvenute, una componente sempre più in crescita. È una ricchezza: avere punti di vista diversi fa bene ai corpi e all’organizzazione.»
