Premiato l'attore Teco Celio

Al Festival di Locarno proiettato anche "Amnesia" di Barbet Schroeder - Questa sera riconoscimento a Walter Murch - GUARDA LE FOTO
Teco Celio (foto Crinari)
Red. Online
13.08.2015 02:35

LOCARNO - Volto popolare di cinema e televisione, in Svizzera, Francia e Italia, il 63.enne attore Teco Celio ha ricevuto ieri in Piazza Grande il Premio Cinema Ticino del valore di 30 mila franchi, istituito dal Consiglio di Stato nel 2009. La serata è continuata con la proiezione di Amnesia del regista di origini svizzere Barbet Schroeder, che abbiamo intervistato. Questa sera il Vision Award Nescens sarà assegnato al montatore e sound designer Walter Murch che ci ha raccontato il suo lavoro.

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Murch: "Molte delle sfide dei film sono invisibili"

Tre Oscar (uno per il sonoro di Apocalypse Now, due per Il paziente inglese, per il montaggio e per il sonoro), lo statunitense Walter Murch – che è stato anche regista di Return to Oz – riceverà questa sera in Piazza Grande il Vision Award Nescens e domani terrà una masterclass al Palavideo di Muralto (17.30). Ecco cosa ha raccontato il 72.enne artista di suoni e immagini, ai giornalisti nell'intervista di gruppo.

Come è entrato nel mondo dei film ed è diventato montatore?

«Sono cresciuto a New York. Mio padre era un un pittore e insegnante d'arte. A 12 anni mi sono innamorato dei registratori, e anche della musique concrete che ho studiato a Parigi. Ho cominciato a registrare suoni e a montarli. Non sapevo cosa fosse il montaggio, ma capivo che potevi tagliare il nastro, rimetterlo assieme in sequenze diverse, potevi girarlo e suonarlo al contrario. Sono andato a studiare storia dell'arte a Perugia, poi a Parigi alla Sorbona, nel 1963, all'apice della Nouvelle Vague. Non potevi avere vent'anni a Parigi e non essere infettato dal cinema. Così quando sono tornato negli USA ho cercato una Film School. Lì ho incontrato altri studenti come George Lucas e Francis Ford Coppola e ho cominciato a lavorare con loro professionalmente».

Fra i suoi lavori, di quale va più fiero?

«No, non penso in questo modo. Io sono sempre concentrato sul lavoro attuale, così non penso in termini di maggiore o minore fierezza. Molte delle sfide nel fare i film sono completamente invisibili per gli spettatori. E così sei fiero di quello».

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Mariella Delfanti ha intervistato Barbet Schroeder

Leggendo le note di regia, si ha l'impressione che molti riferimenti personali siano in gioco nel film, non solo che la riguardano, ma anche in relazione a Marthe Keller e a Bruno Ganz. Ce ne può parlare?

«Il film è molto liberamente ispirato alla vita di mia madre. E anche altri elementi della storia hanno un fondamento nella realtà. Il personaggio interpretato da Bruno, ad esempio, rispecchia una persona che ha fatto quello che ha fatto in guerra e la ha raccontato a qualcuno. Dunque il film è una specie di incrocio di storie che hanno certe elementi veri. E io ho sempre lavorato su personaggi che esistono, pur con la totale libertà di cambiare quello che voglio per delle ragioni di drammaturgia».

Come mai ha deciso di affrontare un tema ancora così aperto, come la riconciliazione della Germania con il suo passato?

«Non sono assolutamente d'accordo con la sua lettura: per me è semplicemente Martha che deve fare i conti con un passato che emergere quando inizia a parlare tedesco. Martha si trasforma quando incontra un giovane che viene dal suo Paese e si rende conto che in quarant'anni la Germania è cambiata e che per lei è venuto il momento di mettere in discussione la scelta che ha fatto, molto tempo prima».

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