Focus economia

Prezzi, riflettori sull’alimentare

Aumenti anche per i beni agricoli, tra i più colpiti insieme all’energia
© Chiara Zocchetti
Lino Terlizzi
13.09.2026 18:00

Non solo petrolio e gas. Gli aumenti dei prezzi stanno toccando vari versanti delle materie prime e tra questi anche quello cruciale dell’alimentare. Il Food Price Index, che la FAO (Food and Agriculture Organization, l’agenzia delle Nazioni Unite) pubblica mensilmente, in agosto ha toccato i massimi da quasi quattro anni. L’indice il mese scorso ha raggiunto i 133,3 punti e per ritrovare un livello più alto bisogna tornare al novembre del 2022. Nel gennaio di quest’anno questo termometro globale della FAO sull’alimentare era a 124,1 punti, nei mesi successivi ci sono stati rialzi sino ai 131 punti di aprile e maggio, poi lievi flessioni a 130 in giugno e luglio, prima dell’ulteriore aumento ad agosto. I rincari riguardano tutti i suoi rami, cioè cereali, oli vegetali, zucchero, latticini, carni.

Conflitti bellici e Niño

I motivi principali degli aumenti dei prezzi sono due: guerre ed eventi climatici estremi. Le forti tensioni geopolitiche, e in particolare i conflitti bellici, portano anche a interruzioni nei trasporti e nella logistica, con ovvie conseguenze negative nelle forniture e sui prezzi. Russia e Ucraina sono due tra i maggiori fornitori mondiali di grano e mais; l’invasione russa e la guerra che ne è seguita ha comportato attacchi militari tra le due parti anche nell’area del Mar Nero, che hanno reso più difficili, e in qualche momento anche impossibili, le esportazioni delle merci. La speranza è sempre che la guerra finisca e che, nel frattempo, almeno funzionino accordi per ripristinare la navigazione commerciale. La guerra di USA e Israele contro l’Iran, che ha comportato anche i blocchi dello Stretto di Hormuz, ha avuto un’influenza diretta sui pesanti rincari di petrolio e gas naturale e un’influenza indiretta, meno estesa ma comunque esistente, sui beni agroalimentari, dovuta agli aumenti dei prezzi di gasolio e fertilizzanti (ampiamente trasportati appunto attraverso Hormuz), che incrementano i costi di produzione.

Quanto al clima, eventi estremi, che molti esperti collegano attualmente al fenomeno di El Niño che riscalda le acque di una parte dell’Oceano Pacifico, hanno un peso non secondario sulle materie prime agroalimentari. Questa estate ci sono state temperature elevate e siccità soprattutto nell’emisfero settentrionale, mentre in Asia un monsone debole ha contribuito ai rincari dello zucchero e in Africa occidentale condizioni meteorologiche difficili hanno contribuito a spingere il prezzo del cacao. Ad esser oggetto di molta attenzione sono come sempre i cereali, che sono la base di grande parte dell’alimentazione e che hanno subito gli effetti sia dell’ondata di caldo sia come detto del conflitto bellico tra Russia e Ucraina. In Europa, Svizzera inclusa, è cresciuto inoltre l’allarme tra gli allevatori, perché la siccità ha danneggiato i pascoli, con le mucche che producono meno latte e le scorte di mangimi intaccate; anche questi elementi hanno riflessi sui prezzi di carni e latticini.

Secondo l’analisi del quotidiano economico italiano Il Sole 24 Ore, a tutto ciò si aggiungono poi sui mercati le posizioni rialziste di molti fondi di investimento, che hanno valutato come molto probabile il permanere per un certo periodo delle spinte agli aumenti dei prezzi e si sono messi quindi sul versante degli acquisti per quel che riguarda le materie prime agroalimentari. I fondi naturalmente investono per guadagnare e devono o dovranno quindi ad un certo punto vendere, ad un prezzo da loro identificato come conveniente. Ma intanto in questa fase il meccanismo degli acquisti è stato innescato e ciò pure contribuisce a spingere i prezzi. Accanto alle conseguenze delle tensioni geopolitiche e degli eventi climatici, in questa interpretazione c’è dunque anche da considerare il capitolo di una parte degli attori dei mercati finanziari.

Il trend dell’inflazione

Gli aumenti dei prezzi delle materie prime dell’energia, dell’alimentare, di altri settori, inevitabilmente tendono a scaricarsi, dove più dove meno, sulla produzione e sui consumi. Si conferma quindi la tendenza a un certo aumento dell’inflazione. Nello scenario pubblicato in luglio dal Fondo monetario internazionale si prevede per l’intero 2026 un’inflazione mondiale (prezzi al consumo) del 4,7%, contro il 4,1% del 2025. Ma le cifre potrebbero cambiare nei prossimi mesi. Potrebbe andar meglio o peggio, dipenderà appunto anche da guerre e clima. E bisognerà vedere anche cosa faranno le maggiori banche centrali per contrastare l’inflazione. La Banca centrale europea ha già iniziato ad alzare i tassi di interesse, la Federal Reserve americana sin qui non lo ha fatto ma secondo molti analisti finirà per farlo. In una fase come l’attuale, inevitabilmente molti riflettori restano accesi su prezzi e tassi.

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