Medio Oriente

Qatar e Pakistan, mediazione a due per la pace tra Iran e Stati Uniti

Squadre di negoziatori sono sbarcate oggi a Teheran per tentare di chiudere un’intesa sulla base di un testo nuovo - L’allarme lanciato dal direttore esecutivo dell’IEA Fatih Birol: «Lo shock petrolifero attuale è più drammatico rispetto ai tre precedenti del 1973, 1979 e 2022»
L'Iran cerca una pace possibile con gli USA. ©ABEDIN TAHERKENAREH
Dario Campione
22.05.2026 22:30

Una squadra di negoziatori qatarioti è sbarcata oggi a Teheran per mediare un accordo che ponesse fine alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran.

La notizia è stata data nel pomeriggio dall’agenzia britannica Reuters che ha citato «una fonte a conoscenza della questione» e ha parlato di un tentativo compiuto «in coordinamento con Washington».

Qualche ora prima, il canale televisivo all news di proprietà statale saudita al Arabiya aveva invece riferito - citando una fonte diplomatica a Islamabad - come anche il capo dell’Esercito pakistano, il feldmaresciallo Asim Munir, stesse dirigendosi nella capitale iraniana accompagnato dal numero uno dell’intelligence, il generale Muhammad Asim Malik.

Il ruolo di Doha

Com’è noto, il Pakistan ha ospitato nei mesi scorsi i colloqui di pace indiretti tra Teheran e Washington.

Il Qatar, invece, ha lavorato come mediatore nella guerra di Gaza e in altre aree di tensione internazionale, ma si era finora astenuto dal ruolo di intercessione nel conflitto del Golfo Persico dopo essere stato attaccato con centinaia di missili e droni iraniani e aver subìto gravissimi danni a infrastrutture civili e industriali. Il bombardamento dell’impianto di produzione di gas naturale liquefatto (GNL) di Ras Laffan, ad esempio, ha ridotto del 17% la capacità di esportazione di GNL del Qatar. Non solo: prima della guerra, circa il 20% del commercio globale di GNL transitava dallo Stretto di Hormuz, principalmente proprio dal Qatar che, con la chiusura effettiva dello Stretto da parte dell’Iran, si è visto praticamente interrompere tutta la capacità di esportazione di GNL.

Va detto che il regime degli ayatollah ha individuato Doha come principale alleato non NATO degli Stati Uniti. Il Qatar ospita infatti la base aerea di al Udeid, la più grande installazione militare statunitense in Medio Oriente.

«Sebbene il Pakistan abbia agito come mediatore ufficiale fin dall’inizio dei combattimenti, il nuovo coinvolgimento del Qatar riflette il suo ruolo di lunga data come alleato degli Stati Uniti nella regione e canale di fiducia tra Washington e Teheran», ha commentato la Reuters.

Interlocutori privilegiati

Rispondendo alle domande dei giornalisti sulla squadra qatariota in Iran rivolte a margine della ministeriale della NATO in Svezia, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha ribadito che il Pakistan resta il principale interlocutore nei colloqui con l’Iran, avendo fatto peraltro un «lavoro ammirevole. Ovviamente - ha aggiunto - altri Paesi hanno interesse a mediare, soprattutto gli Stati del Golfo che sono nel mezzo di tutto questo. Confermo, tuttavia, che il Paese principale con cui abbiamo lavorato su tutto ciò è il Pakistan, e questo rimane così».

Rubio ha poi spiegato che insieme con gli altri ministri degli Esteri dell’Alleanza atlantica ha discusso la questione della riapertura dello Stretto di Hormuz e ha ribadito la necessità di un «Piano B» qualora non si raggiungesse un accordo tra Washington e Teheran. «Qualcuno dovrà fare qualcosa. Non è facile che Teheran riapra volontariamente lo Stretto. Dobbiamo cominciare a pensare a cosa faremo se, tra qualche settimana, l’Iran decidesse di tenerlo chiuso». In ogni caso, il segretario di Stato USA ha confermato quanto più volte detto dai funzionari iraniani, ovvero che si stanno facendo progressi nei negoziati, pur sottolineando che sarebbe sbagliato sia «esagerare sia sminuire la notizia - ha chiosato - C’è ancora del lavoro da fare».

Anche perché, ha spiegato ancora Rubio, «l’Iran sta tentando di creare un sistema di pedaggi che non è accettabile. Non è una cosa che può succedere. Se ciò dovesse accadere nello Stretto di Hormuz, succederebbe poi in altri cinque luoghi nel mondo. Abbiamo a che fare con un gruppo di persone molto difficile e, se non cambia, il presidente Donald Trump è stato chiaro, ci sono altre opzioni», ha concluso.

Cessate il fuoco instabile

La guerra, iniziata il 28 febbraio con un incessante bombardamento americano e israeliano su Teheran e su molti altri obiettivi iraniani, è attualmente congelata.

Un cessate il fuoco instabile è in vigore da un mese, ma il blocco dello Stretto - da una parte e dall’altra - rimane. Una situazione che sin qui ha complicato enormemente i negoziati. Nelle scorse ore, l’agenzia di stampa ufficiale iraniana Mizan ha dato la notizia che 35 navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz in coordinamento con la Marina delle Guardie Rivoluzionarie iraniane.

Senza specificare le nazionalità delle imbarcazioni, Mizan ha scritto che le petroliere, le grandi portacontainer e altre navi commerciali sono riuscite a superare lo Stretto «dopo aver ottenuto il permesso e in coordinamento e sotto la protezione della Marina delle Guardie Rivoluzionarie». E ha nuovamente affermato che l’Iran ha richiesto il diritto di riscuotere i pedaggi come condizione preliminare per la riapertura della via d’acqua vitale per le forniture petrolifere mondiali.

Forniture che cominciano a diventare una reale preoccupazione. I mercati del greggio entreranno in una «zona rossa» entro luglio o agosto, mentre le scorte diminuiranno prima della stagione estiva dei viaggi, a causa della carenza di esportazioni di petrolio fresco dal Medio Oriente, ha detto il direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) Fatih Birol.

«La soluzione più importante allo shock energetico causata dalla guerra iraniana è la riapertura completa e incondizionata dello Stretto di Hormuz. Mai l’ombra oscura e lunga della geopolitica è stata così dominante nel settore energetico - ha aggiunto Birol parlando in un evento pubblico a Londra - Lo shock petrolifero attuale è più drammatico rispetto ai tre precedenti, ovvero quelli del 1973, del 1979 e del 2022, quando la crisi fu causata dall’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia. Oggi, a causa della chiusura di Hormuz, mancano 14 milioni di barili di petrolio al giorno».