Commercio

Quando il vento di protezionismo soffia anche dall’Unione europea

Nicola Tettamanti (Swissmechanic) torna sullo scontro tra la Corte Suprema americana e il presidente Donald Trump: «Questa situazione apre un nuovo periodo di grande incertezza che si aggiunge alle crescenti tensioni che il settore vive con Bruxelles»
© CdT / Gabriele Putzu
Francesco Pellegrinelli
23.02.2026 06:00

Lo scontro totale sui dazi tra il presidente USA e la Corte Suprema – culminato nel fine settimana con la firma di un decreto da parte di Donald Trump, poi rapidamente corretto con tariffe doganali al 15% – aggiunge un nuovo e preoccupante capitolo nei già tesi rapporti politici e commerciali tra Berna e Washington. Come se la prima fase, quella che ha portato i dazi dal 39% al 15%, non avesse già prodotto effetti negativi sull’export svizzero. Le parole del presidente di Swissmem, Martin Hirzel – il quale la scorsa settimana parlava di «svolta epocale» commentando il crollo delle esportazioni verso gli USA – sembrano lontane dopo l’ennesima vampata protezionistica della Casa Bianca. Lontane nel tempo, ma ancora drammaticamente attuali nei contenuti. Come evolveranno, ora, le relazioni commerciali con gli Stati Uniti? Un interrogativo che si inserisce in un contesto più ampio, segnato anche dalla crescente ventata protezionistica a marca europea.

«Da 27 mercati a uno solo»

Basterebbe ricordare l’esito del recente vertice europeo in Belgio, al castello di Alden Biesen, dove i leader dei 27 hanno messo sul tavolo una serie di opzioni su come migliorare la competitività del blocco. La nuova impostazione politica europea, condensata nel motto «da 27 mercati a uno solo», è chiara e potrebbe intimorire chi, come la Svizzera, ne verrebbe escluso.

«Per un Paese come la Svizzera, così fortemente integrato al mercato europeo, un’eventuale svolta protezionistica di Bruxelles spaventa tanto quanto le uscite di Trump», commenta al Corriere del Ticino Nicola Tettamanti, presidente di Swissmechanic. «America First», «Made in China» e ora anche «Compra europeo». Non proprio messaggi rassicuranti.

Lo sa bene il Ticino (ma non solo) che, a inizio anno, si è trovato a fare i conti con la nuova legge di bilancio italiana che dal primo gennaio introduce sgravi fiscali per le aziende italiane che acquistano macchinari nell’Unione europea. Al momento, la vertenza commerciale con Roma sembra sia rientrata: l’Italia è infatti intenzionata a modificare la normativa che avrebbe svantaggiato le aziende svizzere. Come riportato negli scorsi giorni da Il Sole 24 ore, il vice Ministro dell’Economia, Maurizio Leo, ha annunciato l’intenzione di revocare le restrizioni territoriali. Ciò significherebbe che, in futuro, anche le esportazioni svizzere di macchinari sarebbero soggette alle nuove regole di ammortamento italiane.

Cambio strutturale

«Il vero nodo riguarda il modello di globalizzazione che, dalla fine della Guerra fredda in poi, ha sostenuto per decenni la crescita europea e svizzera attraverso catene del valore integrate e mercati aperti», chiosa Tettamanti. «Se oggi questa apertura si riduce, per la Svizzera – tradizionalmente partner commerciale di tutti – si pone un problema di posizionamento». Riuscirà Berna a mantenere relazioni economiche trasversali o si troverà esposta alle tensioni tra i blocchi?

«Quanto accaduto con l’Italia è indicativo di una deriva protezionistica, riflesso della politica di Trump, che rischia di danneggiare l’economia svizzera», commenta ancora Tettamanti. Se l’emergenza con l’Italia è infatti rientrata, in realtà, in futuro il nostro Paese potrebbe trovarsi confrontato con situazioni analoghe, oggi più mai: «Non dobbiamo diventare il danno collaterale di politiche protezionistiche che riguardano altri Stati», aggiunge Tettamanti per il quale muoversi senza calpestare i piedi ai nostri partner economici diventerà sempre più difficile, come prova anche il recente caso dei missili Patriot: «Siamo sicuri che un eventuale accordo alternativo che escluda gli americani, a maggiore ragione dopo lo scontro interno, non produca effetti a cascata nei rapporti commerciali con la Svizzera?». L’interrogativo è lecito e mostra quanto sia fragile e intricata la tessitura dei legami politici e commerciali tra gli Stati: «Siamo arrivati a un punto per cui qualsiasi decisione politica può avere un impatto negativo a livello economico».

Per lo stesso motivo, sarà importante che la politica svizzera, a sua volta, sappia ottenere il giusto trattamento in base agli accordi commerciali stipulati. Insomma, che Bruxelles, per esempio, non tratti Berna alla stregua di un Paese terzo, come la Cina.

Volumi di vendita

In generale, prosegue Tettamanti, il settore deve fare i conti con un insieme di fattori che stanno penalizzando l’industria svizzera. «Il commercio internazionale vive una fase di rallentamento degli investimenti causata, in prima battuta, dallo shock dei dazi americani e dalle conseguenti tensioni con l’Europa». Tensioni che ora vivranno una seconda fase a causa dello scontro con la Corte Suprema e l’annunciata rivalsa trumpiana. «A ciò si aggiunge la sovracapacità produttiva cinese che ha raggiunto un avanzo commerciale di 1.200 miliardi di dollari», spiega il presidente di Swissmechanic. «Gli effetti sulla domanda sono evidenti, prosegue, e rischiano di perdurare a lungo. Guardando al futuro, vedo una stabilizzazione dei volumi di vendita su livelli inferiori a quelli antecedenti il Covid, con una maggiore pressione anche sulla capacità di diversificare i mercati di riferimento».

Al riguardo, le riserve di lavoro sono eloquenti: «Oggi si opera con una visibilità estremamente limitata. Sette aziende su dieci dichiarano di avere commesse garantite solo per il mese successivo, mentre appena tre riescono a intravedere un orizzonte superiore ai tre mesi». In un simile scenario, pianificare e investire diventa per le imprese un esercizio particolarmente complesso. Lo dicono anche i dati sull’export verso gli Stati Uniti, citati da Hirzel prima della sentenza che ha dichiarato illegali i dazi: tra ottobre e dicembre 2025 le esportazioni verso il mercato americano sono diminuite del 18%, dopo una flessione superiore al 14% già nel trimestre precedente. Su base annua, il calo si attesta all’8%, pari a circa 800 milioni di franchi in meno. «Pensavamo che il peggio fosse passato, ma la nuova vertenza interna americana apre un periodo di grandissima incertezza che rischia di danneggiare ulteriormente gli investimenti». Condizioni stabili e prevedibili sono infatti cruciali, soprattutto per le piccole e medie imprese che devono pianificare a lungo termine.

Valuta e impieghi

Guardano al mercato europeo, complice il franco forte, la situazione non è affatto migliore: «Secondo i nostri dati, circa il 40% delle aziende segnala attualmente difficoltà legate al cambio. Il franco forte resta il principale grattacapo per il nostro settore, anche in rapporto al dollaro, che continua a essere fortemente sottovalutato». Se questa situazione dovesse protrarsi, conclude Tettamanti, molte imprese rischierebbero di essere completamente estromesse dal mercato americano. Intanto, i segnali di rallentamento si riflettono anche sul numero degli impieghi persi. «Nel corso degli ultimi mesi, diversi nostri associati hanno dovuto rivedere il proprio organico. Altri, addirittura, sono stati costretti a delocalizzare», come il produttore di macchine da cucire Bernina, che la scorsa settimana ha deciso di trasferire l’ultimo sito di produzione svizzero in Thailandia.

Il franco forte che mette pressione sull'economia

Il calo del dollaro - Quest’anno il franco è cresciuto del 3%, dopo il guadagno del 14% dell’anno scorso, portandosi a 0,77 CHF per dollaro per la prima volta dal suo improvviso apprezzamento del 2015. L’aumento della valuta rifugio, causato dalla volatilità della geopolitica e dal calo del dollaro, sta aumentando la pressione su un’economia in cui le esportazioni di beni e servizi ammontano a oltre il 70% del PIL. Previsioni sull’euro - Anche nei confronti dell’euro le imprese svizzere rimangono pessimiste. Secondo uno studio periodico di UBS, pubblicato negli scorsi giorni, nel 2026 le imprese prevedono un ulteriore apprezzamento del franco rispetto alla moneta europea. Gli esperti della grande banca però hanno un’opinione contraria. Gli economisti dell’istituto stimano che l’euro salirà a 0,95, sostenuto dall’aspettativa di una ripresa accelerata dell’economia tedesca nel 2026, che darebbe dinamismo alla valuta comunitaria. La banca avverte però che se il rilancio tedesco non si dovesse materializzare e i numerosi rischi geopolitici ed economici attuali dovessero concretizzarsi il franco potrebbe apprezzarsi ulteriormente, portando il corso a 0,90 centesimi.