Afghanistan

«Quando uccidiamo gli stranieri siamo molto felici»

A tu per tu con due militanti di un gruppo affiliato all’ISIS dichiarato sconfitto lo scorso novembre - Uno di loro è passato dal ruolo di spia a quello di combattente e ci parla girandoci le spalle
Soldati governativi afghani pattugliano alcune zone nei pressi di Kabul. Negli scatti che seguono, altre immagini di vita quotidiana in Afghanistan. © Filippo Rossi
Filippo Rossi
22.02.2020 06:00

Le terre di nessuno sono luoghi di scambio e di incontro. Punti franchi. L’Afghanistan ne è pieno. Il suo territorio è frammentato e conteso fra molti attori: Governo, Talebani, Stato Islamico e criminali- signori della guerra. Zone contese fra tutti che non appartengono a nessuno dove ci si possono scambiare informazioni. Si organizza un incontro per il 31 dicembre, Capodanno gregoriano. In Afghanistan è un martedì qualunque. Siamo ospitati in una casa di un villaggio vicino a Jalalabad. L’uomo che ci accoglie mette a repentaglio la sua vita e quella della sua famiglia: è riuscito a convincere due membri dello Stato Islamico Khorasan (o ISK e Khorasan è uno dei nomi antichi del Paese) a farsi intervistare. L’ISK è l’affiliato all’ISIS ed è stato dichiarato sconfitto in novembre dalla Nato e dal Governo afghano. Ma è proprio vero?

La macchina costeggia un rigagnolo coperto da eucalipti. Anche se è dicembre, a Jalalabad non è così freddo. È soleggiato e il paesaggio è mozzafiato. Il veicolo si immette in una stradina attorniata da caseggiati per nascondersi dietro il cancello della casa dove avrà luogo l’incontro. Saliamo sul tetto e aspettiamo. Sopra di noi, oltre a un dirigibile bianco usato dai servizi di informazione per registrare ogni movimento, passano elicotteri Apache e aerei Pilatus svizzeri che tornano dal confine pachistano e dall’area del distretto di Achin, fino a poco tempo fa baluardo dell’ISK.

Ho cominciato a combattere a casa mia contro i kuffar, gli infedeli, che sono venuti qui portando idee false di democrazia ma uccidendo la gente in nome della loro falsità e religione. Ma se Allah ha creato il meglio del meglio, perché gli infedeli non accettano la religione islamica?

Il primo informatore

Qualcuno bussa alla porta. È il primo informatore. Il rumore dei passi si fa più vicino fino a quando, dalla rampa delle scale sbuca un ragazzo sui 25 anni. Occhi che uccidono: sono marroni, fuori dalle orbite e tradiscono rabbia, morte e tanta paura. Forse è più spaventato di noi. Prima di sedersi, estrae la pistola e se la rimette a posto solo per sedersi. Chiede che tutti i telefoni siano spenti e allontanati. È vestito tradizionalmente, con un turbante bianco e la barba incolta. Dice di chiamarsi Jaweed: «Sono entrato nel movimento un anno e mezzo fa, ma collaboravo come spia da più anni. Ero pronto da tempo a combattere il jihad in nome dell’Islam e per difenderlo. Ho studiato la legge islamica per 12 anni e so come metterla in pratica. Combattiamo per un Islam senza confini, internazionale. Io ho cominciato a combattere per questo qui, a casa mia, contro i kuffar, gli infedeli, che sono venuti qui portando idee false di democrazia ma uccidendo la gente in nome della loro falsità e religione. Ma se Allah ha creato il meglio del meglio, perché gli infedeli non accettano la religione islamica?». Jaweed parla pacatamente, voltandomi le spalle. Si siede protetto da un muro, così che l’enorme dirigibile bianco non lo possa scorgere.

Combattiamo il Governo perché non ci vede come afghani. Ma lo siamo anche noi. Sono loro che combattono per gli infedeli. Così li colpiamo dove possiamo, nelle loro basi, nei checkpoint.

«Controllavo i nemici»

«Ho iniziato la mia carriera come spia. Controllavo le persone che andavano contro il movimento. Ci sono due tipi di persone. I veri afghani amano l’Islam e quindi si aggregano automaticamente. Se si rifiutano non sono veri musulmani. Poi ci sono quelli che rappresentano un pericolo e vanno eliminati. Meritano una brutta morte». Dopo un anno il suo ruolo è cambiato. Ora combatte. «Non sono un gran combattente né un comandante ma il mio lavoro è il jihad. Mi sveglio la mattina e dopo Ishraq (la preghiera del mattino) studio il Corano, prima di andare dal comandante e mettermi ai suoi comandi. Tutti i giorni, anche il venerdì». È la guerra. E in guerra, la gente muore. «Combattiamo il Governo perché non ci vede come afghani. Ma lo siamo anche noi. Sono loro che combattono per gli infedeli. Così li colpiamo dove possiamo, nelle loro basi, nei checkpoint. Dobbiamo anche difenderci dai bombardamenti e dai droni degli infedeli. Ma quando uccidiamo uno straniero, siamo molti felici. Diventiamo Ghazi». Ghazi si diventa uccidendo un non musulmano, è un premio dato da Dio ai combattenti. «Non siamo invece felici di uccidere un musulmano dell’esercito afghano, perché non abbiamo potuto convincerlo a scegliere il lato giusto». Jaweed pare convinto della sua scelta. Lo fa per la religione, anche se ammette che non gli manca nulla nella vita. Ha figli e famiglia. «Troviamo tutto dove viviamo. Abbiamo cibo, armi e possiamo contare su aiuti finanziari da parte del movimento. Anche se negli ultimi mesi l’ISK ha subito forti perdite, essendo attaccato da Governo e Talebani allo stesso momento».

Il dubbio

Jaweed si dilegua, parte in fretta. Non mi da la mano. Il padrone di casa mi spiega che aveva paura che gli lasciassi un segno invisibile che lo avrebbe reso bersaglio di droni. Dopo qualche minuto giunge Jamal, il secondo intervistato. Mi dice le stesse cose. E a me resta il dubbio che lo Stato Islamico non sia per nulla morto, qui in Afghanistan. Sotto: una donna in burka in un mercato a Kabul (foto Rossi).

IL CONTROCANTO

Shahmahmood Miakhel è un uomo molto pacato. È l’immagine del burocrate afghano istruitosi negli Stati Uniti d’America. Negli ultimi mesi è stato molto sotto pressione. Sono stati tempi molto movimentati nella provincia di cui è governatore, Nangarhar. La provincia nord-orientale è sempre stata d’attualità, un luogo instabile e controllato a macchia di leopardo da Talebani, Governo, Stato Islamico, criminali. È anche un punto di passaggio, essendo territorio di passaggio di una delle arterie principali che collegano Kabul a Peshawar e il Pakistan. Secondo Miakhel, voce del Governo, le cose sono però cambiate da quando ha preso lui il comando della provincia e, nel novembre scorso, ha dichiarato personalmente lo Stato Islamico Khorasan (ISK) ormai annientato.

«Ora tocca ai Talebani»

«Ora possiamo spostarci nei 12 distretti della provincia anche di notte. Un risultato incredibile che fino a poco tempo fa era impensabile» – commenta– «Da qualche mese abbiamo sconfitto nettamente l’ISK, eradicanone la presenza. Ora non hanno più la forza di controllare un distretto intero come prima, oppure di attaccare. Sono stati neutralizzati. In seguito ci siamo concentrati nuovamente anche sui Talebani, liberando zone che da anni non erano sotto il controllo del Governo».

Gli insorti non possono più rimpossessarsi dei territori perché la gente non li appoggia più e li sfida. Ci rendiamo conto della loro vera forza. A volte abbiamo liberato distretti in mano ai talebani per anni, ma trovando una resistenza di 40, massimo 50 insorti

L’obiettivo della tranquillità

Miakhel è un uomo onesto con se stesso. Non nasconde la fierezza di essere stato il governatore che apparentemente avrebbe riportato quello che, secondo lui, è il desiderio più grande della popolazione: «avere una vita pacifica, tranquillità e stabilità».

«Prima, quando l’esercito governativo conquistava un territorio in mano ai talebani o all’ISK, non c’era una vero piano d’azione volto a portare servizi, ricostruire, sviluppare. Ora invece, è proprio quello che facciamo. E quindi gli insorti non possono più rimpossessarsi dei territori perché la gente non li appoggia più e li sfida. Ci rendiamo conto della loro vera forza. A volte abbiamo liberato distretti in mano ai talebani per anni, ma trovando una resistenza di 40, massimo 50 insorti».

«Il problema? La governance»

«Da dove provengo io aggiunge -, un distretto della provincia di Kunar, quando la popolazione si è ribellata all’establishment talebano si sono accorti che non erano affatto potenti e che solamente 12 persone destabilizzavano un’intera regione. È questo il problema: la governance del Paese. Se ci fosse una buona gestione, la popolazione appoggerebbe il Governo e non altri gruppi».

Progressi visibili

Secondo il Governatore quindi, i progressi fatti in una delle provincie più martoriate dal decennale conflitto afghano sono determinanti e visibili. Soprattutto dopo l’ultima avanzata contro l’ISK fra ottobre e novembre: «Almeno 240 miliziani si sono arresi. 400 famiglie estremiste pure. Altrettanti sono fuggiti dall’altro lato del confine o sono morti durante i bombardamenti. L’ISK non è più una minaccia». Ma sono migliaia le famiglie sfollate, appostate al bordo della strada fra Jalalabad e Turkham (confine pachistano) e fuggite dal giogo dei jihadisti. Loro non sembrano ancora voler tornare. Come ogni ufficiale governativo però, Miakhel vede il bicchiere mezzo pieno. Ma in Afghanistan, e in special modo a Nangarhar, non si può mai abbassare la guardia perché, come è dimostrato, l’ISK e i talebani sono sempre pronti a sferrare l’attacco per riconquistare i territori perduti.

L’INTERVISTA: PARLA GULBUDDIN HEKMATYAR

FINO AL 2017 ERA CONSIDERATO UN TERRORISTA

Incontriamo Gulbuddin Hekmatyar (nella foto sopra) nel suo quartier generale a sud di Kabul. Anche se ha perso le elezioni presidenziali resta un personaggio simbolo della storia del suo Paese, sempre in bilico tra terrorismo e voglia di pace. Gulbuddin Hekmatyar non ha quasi mai rilasciato interviste. Dal suo rientro a Kabul nel 2017, vive in un’area fortificata a sud della capitale afghana. Per entrare nella fortezza bisogna passare attraverso 3 porte blindate. Nevica. Nella fortezza l’ufficio del suo partito, Hizb-e-Islami, nato negli anni ’70 come resistenza all’occupazione sovietica, è imponente e totalmente tappezzato di fotografie del Masheer (il leader, come viene chiamato Hekmatyar). È affiancato da un’enorme moschea che nasconde dietro di sé una villetta senza intonaco. Qui vive una delle persone più famose e controverse dell’Afghanistan. Diplomato, mujahid, primo ministro, terrorista, politico e infine candidato alle elezioni presidenziali: ecco la sua carriera di oltre 40 anni. Alcuni suoi sostenitori dicono che passare 10 minuti con Hekmatyar, equivalga ad avere un Master. Mi chiedo se ancora debba studiare, visto che abbiamo parlato per più di un’ora.

Stavamo attendendo la firma dell’accordo lo scorso settembre quando, ingiustificatamente, l’America ha annullato tutto. Una cosa è però certa: gli americani devono andarsene

Un inglese perfetto

Hekmatyar mi riceve in una sala conferenze sgargiante. Quando entra, mi saluta cordialmente in un inglese perfetto, anche se preferisce fare l’intervista in pashto, sua lingua natale. Porta il suo turbante nero tradizionale. Ha la barba bianca. «Parleremo solo dell’accordo di pace fra Talebani e Stati Uniti, nient’altro» dice con tono deciso. Dicono che abbia poca pazienza. Meglio non metterlo alla prova.

«Stavamo attendendo la firma dell’accordo lo scorso settembre quando, ingiustificatamente, l’America ha annullato tutto. Una cosa è però certa: gli americani devono andarsene. È inaccettabile che siano ancora qui. Hanno perso molte vite umane e non hanno raggiunto nessuno dei loro obiettivi» L’accordo di pace fra USA e Talebani, che si dovrebbe firmare a Doha, in Qatar, prevede il ritiro delle truppe occidentali dal Paese, un punto che Hekmatyar appoggia insieme ai talebani e sul quale non transige. «Un accordo fra Talebani e Stati Uniti non risolverebbe sicuramente tutti i problemi dell’Afghanistan. Sarebbe un accordo fra di loro. Molte cause della guerra rimarrebbero ancora irrisolte. La vera pace arriverà solo dopo che gli afghani si saranno accordati su un governo eletto legittimamente».

Il vocabolo sbagliato

Quando Ghairat Baheer, uno dei bracci destri storici del Masheer, ora in veste di traduttore, sbaglia un vocabolo, il leader lo redarguisce e lo corregge. È un uomo che calcola ogni parola. Secondo Hekmatyar, le elezioni sono l’unica via pacifica per futuro del Paese. Impossibile quindi, evitare il discorso delle elezioni presidenziali, svoltesi il 28 settembre scorso e che, dopo un primo spoglio dei voti in gennaio, hanno visto vittorioso il presidente uscente Ashraf Ghani. Solo il 4% delle preferenze sono andate al capo di Hizb-e-Islami. Ma le elezioni sono state dichiarate una farsa dai talebani. «Questo argomento non fa parte dell’intervista» – mi dice sorridendo. Riesco comunque a scatenarlo: «Le elezioni si sono svolte senza l’accordo dei Talebani e non ce n’era bisogno, ma la cosa che fa scalpore è che gli americani, i quali assicuravano che l’accordo di pace sarebbe stato firmato prima delle elezioni, hanno manipolato tutto. Alla fine, anche se dicevano che la pace era la priorità, hanno sostenuto le elezioni presidenziali. È una cospirazione contro gli afghani».

La compagnia tedesca Dermalog, incaricata di controllare il voto, ci ha giocato contro. Hanno sicuramente ricevuto l’ordine di fermare Hizb-e-Islami a tutti i costi. Ci hanno rubato almeno un milione di voti

La denuncia di brogli

Hekmatyar denuncia anche brogli elettorali. «Quando abbiamo saputo che le elezioni si sarebbero tenute a prescindere dall’esito dei negoziati a Doha, ci siamo concentrati sulla campagna elettorale. Il nostro partito aveva di gran lunga il seguito maggiore. Ma la compagnia tedesca Dermalog, incaricata di controllare il voto, ci ha giocato contro. Hanno sicuramente ricevuto l’ordine di fermare Hizb-e-Islami a tutti i costi. Ci hanno rubato almeno un milione di voti». Che sia vero o meno, Hekmatyar ha incassato una sonora sconfitta e il suo piano di diventare presidente dell’Afghanistan è svanito. È stato l’obiettivo di tutta una vita, sin da quando era mujaheed negli anni ’80. Non ci è mai riuscito. E oggi, sono in molti nel Paese a non credergli o a vederlo come uno spietato assassino sin dai tempi della guerra civile negli anni ’90.

Hekmatyar non nasconde comunque le sue preoccupazioni riguardo l’accordo di pace: «Il nostro partito è per le elezioni politiche. Non abbiamo però ricevuto nessuna garanzia dai talebani riguardo a questo. Noi li appoggiamo sul fatto di un cambio costituzionale, che già abbiamo chiesto da anni, e sul ritiro militare degli occidentali. Vogliamo anche noi un governo islamico in Afghanistan, ma abbiamo posto delle critiche alla loro visione».

Quali valori?

Il cambio costituzionale verte sempre su un discorso solo: i valori acquisiti dall’esterno, soprattutto occidentali e molte volte rigettati da una grande fetta degli afghani. «Quali valori? Il caos? La corruzione? La morte?» – interrompe Hekmatyar – «non abbiamo una vera indipendenza, non c’è integrità. La libertà Trecento afghani muoiono ogni giorno e finora almeno 1 milione ha sacrificato la vita. Una barbarie mai vista prima nella storia. La causa maggiore sono i raid notturni delle forze occidentali e dell’esercito afghano. Entrano nelle case della gente distruggendole, picchiando, togliendo l’hijab alle donne, uccidendo i padri di fronte ai figli. È a questo che si riferisce?». E su questa risposta ci fermiamo anche noi.