Quando un bastone di sambuco ti liberava dal malocchio

Dalla melassa di dente di leone per disintossicare il fegato e depurare il sangue, alla cipolla che – bollita nel latte con l'aggiunta di grappa – si trasforma in una tisana contro l'influenza. Dalle foglie di verza che leniscono le infiammazioni, ai semi di zucca per facilitare l'espulsione dei vermi intestinali. Così si curavano i nostri nonni e bisnonni. Non esistevano farmacie colme di pillole e gocce che promettono di sconfiggere ogni male. Ci si arrangiava come si poteva, ricorrendo alle proprietà dei vegetali, di cui si aveva grande conoscenza. Senza dimenticare l'importanza delle tradizioni magico-religiose nella prevenzione e nella cura delle malattie. Ne parliamo nel Primo Piano odierno con Giulia Poretti, biologa, che ha svolto la ricerca di dottorato su «Ricordi e sapere popolare sulle piante medicinali del Canton Ticino».
Qui, invece un ricettario del '600 per scacciare i demoni.
Prima che la medicina diventasse una scienza – o, meglio, prima che si distinguesse tra medicina ufficiale e medicina ufficiosa, ovvero non scientifica – i confini tra arte medica, credenze religiose e vere e proprie superstizioni erano labili. Non era affatto insolito che la persona a cui si chiedeva di curare la febbre o di suturare una ferita fosse la stessa a cui ci si rivolgeva per farsi liberare da un presunto maleficio o per rappacificare, con un filtro portentoso, dei vicini troppo litigiosi. Nei secoli passati succedeva anche in Ticino, come attesta uno straordinario «Codicetto sanitario» del 1624 reperito in Vallemaggia studiato nei decenni scorsi da Virgilio Gilardoni e riproposto nel giugno del 1999 da Raffaello Ceschi sul numero 125 della rivista «Archivio storico ticinese».
Il documento, già composto in piombo, spiega Ceschi nell'articolo, «introduce il frammento superstite di un codicetto seicentesco di "secreti", cioè di rimedi o pratiche adatti a riconquistare la salute, guarire le ferite, a conservare gli alimenti, a proteggersi da arti o influssi malvagi, eccetera». Chi l'ha scritto? Dove? Mistero: «La collocazione del codicetto, osserva sempre Ceschi, è purtroppo ignota e non sono finora state rinvenute, tra le carte lasciate da Virgilio Gilardoni, indicazioni che permettano di rintracciarne l'origine e la sede».
Per una mente del XXI secolo la lettura del documento è stupefacente. Eccone qualche estratto significativo, che proponiamo senza «tradurre» la lingua dell'epoca, per altro abbastanza comprensibile anche per il lettore di oggi, e senza uniformare l'uso di maiuscole e minuscole, mantenendo le discontinuità del testo originale.
Una delle ricette «per sanar maleficati», cioè persone che si ritengono vittime di malocchio, recita: «Recipe un bastone di sambugo, et gli leverai la primascorza raspando all'in su et la getterai via et poi piglierai la seconda scorza raspando all'in giu, et la tapellerai minuta quanto più potrai; et ne piglierai una bona branca et la farai bollire in doi boccali di vino bianco tanto che venga in un mezzo bocale, et lo leverai dal fuoco et subito vi metterai dentro tanto di lume di rocca quanto una mezza niciuola dentro di una pezzetta di bugada ben legata et ce la lascerai dentro un hora e mezza, et dil detto vino ne farai cinque parti, dandone all'infermo alla mattina à bere à digiuno una mattina si et una mattina no et col favor divino guarirà, avertendo però che tutte le sue cose siano prima benedette per mano di sacerdote et ciascuna mattina che l'infermo beverà detto vino si farà caminar un puoco». Per ottenere lo stesso risultato, l'anonimo estensore del codice suggerisce questa orazione: «Per amor di S. Anna et di S. Elisabetta prego Dio che caccia tutti questi demonji che son nel corpo di N. (nome) che possino andar tutti all'inferno insieme con quella strega o stregone che l'ha maleficiata et che possino adesso abbrugiar come se fossero nel fuoco eterno, sinché non haverano disfatti i malefitji fatti a questa creatura di Dio N. (nome) Si dirà 15 volte con le mani in testa all'infermo».
Invece, un'indicazione volta tra l'altro a procurare figli alle coppie che non riescono ad averne, ma sempre per colpa di maledizioni («per far stagnar i flussi della natura delle donne, per causa de malefitji; è anco bono per gli legati in matrimonio») suggerisce di prendere «guscie di noci, ruta, incenso solfo pisto, olive benedette, et il tutto benedetto et ne farai fumo sotto alla natura et tanto gioverà alli sposi che non possino haver figli, o copula carnale».
Igienicamente inquietante il rimedio «per mal delle gambe» che prescrive si prendere «lana sotto la coda delle pecore quanto più sporca si potrà trovare, et si farà scaldar al fuoco, et poi si metterà sopra il male ponendovi sopra una pezza turchina, et poi si ligarà bene la gamba, et in 4 overo 6 giorni guarirà».
Vista la stagione – nei giorni scorsi si è registrato il picco dell'influenza in Svizzera – non possiamo tacere la ricetta «per sanar ogni febre»: «Farai che l'infermo a digiuno reciti tre pater noster et tre avemarie in honore della santissima Trinità et poi gli darai da bere in aqua vino uno delli seguenti bolatini, cominciando dal primo bolatino la prima mattina, et così farai le altre due mattine, et caso chel patiente non possa dire detti Pater nostri, et Avemarie, gli potrà recitar un'altra persona devota che sia digiuna Christus natus est Christus mortus est Christus resurrexit». Provare per credere.
