Quegli anni di vita guadagnati in Ticino

In Ticino si vive sempre più a lungo. Gli ultimi dati dell’Ufficio cantonale di statistica lo confermano. Nel biennio 2024-2025 la speranza di vita alla nascita ha raggiunto gli 83 anni per gli uomini e sfiora gli 87 per le donne. Il Ticino continua inoltre a collocarsi leggermente sopra la media nazionale. Un vantaggio che, però, non va sovrainterpretato. «Il Ticino presenta da tempo un piccolo vantaggio rispetto alla media svizzera, ma parliamo comunque di una differenza contenuta, che non va enfatizzata», osserva Laurie Corna, professoressa e ricercatrice del Centro competenze anziani della SUPSI. «Al momento non abbiamo dati che permettano di attribuirlo con evidenza a caratteristiche specifiche del territorio o della popolazione ticinese. Possiamo formulare delle ipotesi, ma non abbiamo elementi sufficienti per stabilire un rapporto causale».
Comportamenti cambiati
Più significativo del confronto con il resto della Svizzera è allora quello con il passato. Nel 1981-1982 la speranza di vita alla nascita in Ticino era di poco più di 72 anni per gli uomini e sfiorava gli 80 per le donne. In poco più di quattro decenni l’incremento è stato quindi di quasi 11 anni per i primi e di oltre 7 per le seconde. Anche una volta raggiunti i 65 anni l’orizzonte si è allungato considerevolmente: dai circa 14 anni di vita residua per gli uomini e 18 per le donne di inizio anni Ottanta si è passati agli attuali 21 e 24.
«Quello osservato in Ticino si inserisce in un fenomeno più ampio, che riguarda la Svizzera e molti altri Paesi», precisa Corna. «Negli ultimi decenni è migliorata molto la nostra capacità, come società, di prevenire e gestire le malattie croniche non trasmissibili. Un ruolo importante lo ha avuto, per esempio, la forte riduzione della mortalità cardiovascolare, resa possibile sia da una migliore prevenzione e gestione dei fattori di rischio sia dai progressi nelle cure». Ma contano anche i cambiamenti nei comportamenti: «Pensiamo al calo del fumo, ma anche alla maggiore attenzione all’attività fisica e, più in generale, alla prevenzione».
In questa traiettoria di crescita si inserisce la parentesi della pandemia, che ha segnato una temporanea inversione di tendenza. Rispetto al biennio 2018-2019, nel 2019-2020 la speranza di vita alla nascita è diminuita di oltre un anno per gli uomini e di circa otto mesi per le donne. Negli anni successivi, però, i valori sono tornati a salire, superando quelli precedenti al COVID. «La pandemia rappresenta chiaramente un momento storico che ha inciso sulla speranza di vita e la flessione che osserviamo nei dati ne è una conseguenza», spiega Corna. «Guardando alla serie nel suo complesso, al momento non vediamo però un cambiamento della traiettoria di lungo periodo: dopo quella battuta d’arresto, la tendenza alla crescita è proseguita».
Il divario si restringe
La distanza tra uomini e donne si è progressivamente ridotta nel corso degli ultimi decenni, passando dagli oltre sette anni di inizio anni Ottanta agli attuali meno di quattro.
«La maggiore speranza di vita delle donne dipende da una combinazione di fattori», osserva Corna. «Entrano in gioco gli stili di vita, le condizioni lavorative e il rapporto con il sistema sanitario. Le donne, per esempio, tendono maggiormente a sottoporsi a controlli e test di prevenzione, mentre in passato pesava anche il fatto che gli uomini fossero più frequentemente impiegati in lavori pericolosi e usuranti. Nel tempo alcuni di questi fattori sono cambiati e anche i progressi nella prevenzione hanno contribuito a ridurre il divario». Quanto al futuro, Corna invita invece alla cautela: «I dati mostrano una tendenza all’avvicinamento tra uomini e donne, ma dire se questa convergenza continuerà anche nei prossimi decenni, e fino a che punto, richiederebbe previsioni che questi dati non ci permettono di fare».
Ma con quale salute?
Resta poi una domanda decisiva: gli anni guadagnati sono anche anni vissuti in buona salute? «A livello nazionale, i dati mostrano che l’aumento della speranza di vita e quello della speranza di vita in buona salute sono andati più o meno di pari passo», spiega Corna. «Considerando la popolazione nel suo complesso, quindi, non abbiamo evidenze che l’allungamento della vita si stia traducendo semplicemente in un aumento degli anni trascorsi in condizioni di salute non ottimali».
La media, tuttavia, racconta soltanto una parte della storia. «Questo quadro cambia quando distinguiamo la popolazione in base alle caratteristiche sociali», sottolinea Corna. «I gruppi più istruiti partono da una speranza di vita più elevata e hanno registrato guadagni maggiori, e questo fenomeno emerge in particolare tra gli uomini».
Una disparità che, prosegue la ricercatrice della SUPSI, riguarda anche le condizioni in cui vengono vissuti gli anni guadagnati. «Tra le persone con un livello di istruzione più basso non soltanto la speranza di vita è inferiore, ma aumenta anche il divario rispetto ai gruppi più istruiti per quanto riguarda gli anni vissuti in buona salute».
«Vivere più a lungo significa lavorare più a lungo»
«Vivere più a lungo è una delle più significative conquiste della nostra epoca, ma significa anche provvedere per un tempo più lungo ai bisogni che tipicamente emergono nell’ultima parte della vita, anzitutto, ma non solo, quelli di cura e assistenza». A sottolinearlo è Mario Padula, direttore dell’Istituto di ricerche economiche dell’USI (IRE). Proprio alle implicazioni di una società sempre più longeva sarà dedicata anche la conferenza Confronti, promossa dall’Istituto e in programma il 1. dicembre.
Il punto, però, non riguarda soltanto il fatto che il periodo trascorso in pensione diventi più lungo. Con l’invecchiamento della popolazione cambia anche l’equilibrio tra chi lavora e chi non è più attivo. «Ci deve essere una componente produttiva significativa della popolazione», spiega Padula. Un rapporto che diventa particolarmente importante per la parte del sistema pensionistico che funziona a ripartizione, finanziata dai contributi di chi oggi lavora. Ma la questione è più ampia: «Se la quota di popolazione attiva si assottiglia, diventa più difficile mantenere livelli adeguati di crescita e produttività. Ci vogliono le persone che producono: l’operaio in fabbrica, il professionista, l’infermiere, il medico». E più si allunga la vita dopo il pensionamento, aggiunge, «maggiori saranno le risorse che si dovranno accumulare durante la vita attiva» per affrontare i bisogni degli anni successivi.
Una maggiore flessibilità
«Se si vive di più si deve lavorare di più: quella è la via maestra», afferma Padula. Ma questo non significa immaginare un unico percorso per tutti. «Siamo abituati a una transizione cento-zero: lavorare al cento per cento e poi non lavorare più. Si possono invece immaginare transizioni più morbide, diluendo questo passaggio», spiega.
Una maggiore flessibilità può riguardare anche il momento del pensionamento, perché «non è detto che tutti dobbiamo andare alla stessa età in pensione: facciamo lavori diversi. Qualcuno può lavorare più a lungo, mentre qualcun altro può fare meno». Il tutto deve però restare compatibile con gli equilibri finanziari. Come precisa Padula, «andare in pensione prima ha un costo, mentre posticipare l’uscita comporta un beneficio. Se tutti vanno in pensione alla stessa età, la flessibilità non c’è». Queste possibilità sono, nelle parole dell’economista, «strade accessorie, ma non sostitutive» rispetto alla necessità di prolungare complessivamente la vita attiva.
Longevità come risorsa
L’aumento della longevità, però, non va letto soltanto dal lato dei costi. «È anche un’opportunità», sottolinea Padula, perché i bisogni di cura e assistenza «devono essere soddisfatti, creando una domanda di lavoro nei settori chiamati a rispondere a queste esigenze». Ci sono inoltre «i rischi di longevità e sanitari che devono essere adeguatamente assicurati, così come quelli legati all’assistenza di lungo termine». Le ricadute si estendono poi ad altri ambiti, «banalmente, anche il turismo». Più in generale, conclude Padula, «ci sono tante attività legate a questa fase della vita che sono rilevanti e che non hanno soltanto una dimensione strettamente economica, ma una dimensione sociale più ampia».
