Soccorso umanitario

«Quei bambini nel Donbass hanno bisogno di noi»

Ennio Bordato, presidente della onlus italiana AASIB.ORG, illustra l’attività dell’associazione che interviene in Ucraina e nei territori più problematici, vicini e lontani, della Federazione russa
Ennio Bordato, presidente della Onlus Aiutateci a salvare i bambini-AASIB.ORGcon sede a Rovereto, in provincia di Trento.
Andrea Colandrea
10.08.2019 06:00

Se il dialogo sul futuro del Donbass tra il presidente ucraino Volodymir Zelensky (che lo ha sollecitato)_e il suo omologo russo Vladimir Putin è ancora soltanto nella fase delle enunciazioni, proseguono gli sforzi umanitari nella regione martoriata da cinque anni di guerra e in cui sono già rimaste uccise oltre 20 mila persone. Per meglio capire l’entità del problema dei soccorsi abbiamo interpellato Ennio Bordato, il presidente della Onlus AASIB.ORG con sede a Rovereto (Trento), una delle associazioni che concentrano i propri sforzi nell’aiuto ai bambini e alle loro famiglie, feriti nel conflitto tra esercito ucraino e secessionisti folorussi di Donetsk e di Lugansk.

Quando e perché è nata la vostra associazione AASIB.ORG?

«L’implosione dell’URSS alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, produsse drammi sociali ed umani incommensurabili. Frequentavo l’allora URSS dai primi anni ’80 per motivi di studio e culturali. Assistetti a quel crollo. Vidi un popolo ed un Paese allo stremo. Economico, fisico e spirituale. Gli anni ’90 furono un incubo. Tutto scomparve, crollarono non solo le certezze di settant’anni ma un intero sistema economico e sociale. E le “vittime”, principalmente furono i bambini. Non potevo rimanere distante da quel dramma epocale. L’occasione capitò per caso. Venni in contatto, fortuito, con il Gruppo di Volontariato Padre Aleksandr Men’ di Mosca. Una prima raccolta di fondi, un viaggio nella capitale, l’accoglienza della scomparsa vicepresidente del gruppo – che, sebbene fossi per lei uno sconosciuto, mi ospitò in casa sua per tre giorni. Si aprirono le porte della Clinica RDKB e del reparto di Oncoematologia che ricordo dipinte con una vernice bianca a più mani e nere di muffa. Dolore ed impotenza. Da questa visita nacque l’Associazione che, negli oltre diciannove anni di vita ha concluso una molteplicità di azioni che allora nessuno pensava possibili. Dalla RDKB l'Associazione, oltre alla continua presenza a Mosca, ha man mano allargato il proprio raggio di intervento sino al Caucaso. Per esempio a Beslan, dove abbiamo operato ed ancora siamo presenti. Dal 2004 al 2010 con una équipe di psicologhe dell'emergenza dell'Università di Padova in aiuto alla popolazione ed ai bambini vittime dell'inumana strage della Scuola numero 1 di quella città, al nord nella regione di Archangel'sk, a Volgograd fin sino alla lontana siberiana Buriatija. Ma l'impegno in tutti questi anni ha riguardato anche le tragedie dei bambini che vivono in paesi russofoni al di fuori della Federazione: Ossezia del Sud, dopo la guerra del 2008, Abchasia».

Avete scelto di aiutare i bambini e le famiglie vittime della guerra nel Donbass nel campo dei secessionisti filorussi. Significa che non intervenite nelle aree controllate dal Governo ucraino?

«No, aiutiamo tutti i bambini che sono nelle nostre possibilità. Nelle ultime settimane, ad esempio, oltre ai molti bimbi che vivono nelle Repubbliche autoproclamate di Donetsk e Lugansk, sono stati cinque i bambini che vivono in Ucraina aiutati. E le difficoltà economiche, di vita e sanitarie, mi creda, sono esattamente le stesse. Certo avendo vent’anni di esperienza e relazioni nella Federazione russa è stato più semplice trovare dei partner affidabili per la distribuzione di aiuti umanitari alla popolazione colpita dalla guerra. Noi non siamo come i politici che dividono i bambini, aiutiamo tutti quelli che possiamo aiutare con le nostre risorse di piccola associazione la cui attività di basa esclusivamente sul volontariato. Nessun dipendente, nessuna struttura. Per ogni euro ricevuto in donazione da sempre oltre 90 centesimi vanno ai bambini ed ai progetti comunitari. Segnalo che in vista dell’apertura dell’anno scolastico nel prossimo mese di settembre, con un contributo modesto, si può dare una mano essenziale per permettere ai bambini del Donbass di frequentare le scuole. La povertà, in quelle zone di guerra, è dilagante e molte famiglie non possono permettersi nulla oltre al minimo vitale (tutti i dettagli su come contribuire sono sul nostro sito)».

Chi vi sostiene oggi?

«Moltissimi donatori individuali e qualche azienda che ci conoscono, apprezzano ciò che facciamo e che vedono nei nostri risultati una qualità che forse non riscontrano nelle Associazioni più blasonate. Il nostri bilancio si attesta annualmente a meno di 100 mila euro, ma senza spese e senza struttura i bambini aiutati ed i progetti comunitari conclusi sono centinaia l’anno».

Chi sono oggi i vostri interlocutori istituzionali?

«Nella Federazione russa, associazioni di volontariato che hanno fatto la storia della solidarietà: il già citato Gruppo Padre Aleksandr Men’ e il Fondo “Doctor Liza” fondato dalla compianta dottoressa Elizaveta Glinka che, anche grazie al nostro aiuto, hanno scritto le pagine della storia delle beneficienza russa dopo l’URSS. La prima foresteria pediatrica, il primo reparto per le cure della malattie orfane e rare, la prima cittadella degli Orfani, questi alcuni dei progetti comunitari finanziati dalla nostra Associazione che hanno sviluppato le necessarie esperienze che ha portato un diverso approccio alle cure pediatriche in Russia. Mi si permetta di descrivere in questa maniera il nostro modus operandi: “noi doniamo la canna da pesca, non il pesce”. Ma non solo volontariato, i nostri partner sono anche i Ministeri della sanità delle regioni russe in cui operiamo o le direzioni delle cliniche pediatriche. Siamo sempre entrati bussando e chiedendo “permesso” evitando di portare il verbo e la verità. Questo, dopo quasi vent’anni, ci ha permesso non solo di sviluppare un aiuto impensabile all’inizio, ma anche di diventare partner affidabili e ascoltato dalle autorità della sanità russa e dai medici».

Quante persone siete riuscite ad aiutare?

«Dal 2001 siamo riusciti ad aiutare oltre diecimila bambini gravemente ammalati e sviluppare una quarantina di progetti comunitari. La storia della Russia dopo il 2001 è anche la nostra storia. Oltre ai reparti pediatrici più “duri”, non v’è stato avvenimento drammatico che non ci abbia visto partecipate al dolore delle mamme, delle famiglie della Russia intera, con gesti di concreta solidarietà. Beslan, Volgograd, San Pietroburgo il terrorismo che non h piegato la Russia ci ha visto aiutare i bambini vittime di quegli avvenimenti ancora drammaticamente presenti nella carne e nell’animo del popolo russo, ma anche Ossezia del Sud, Abchasija, Donbass dove ancora la gente soffre vittima dei “giochi” antirussi delle potenze occidentali»

Chi sono e chi devono essere i vostri potenziali collaboratori?

«I nostro soci sono una settantina sparsi in tutta Italia. Aiutano l’Associazione nei modi diversi, come meglio possono. Ci fanno conoscere e attraverso la conoscenza incrementano i donatori. Donano tempo o denaro ai casi via via più urgenti e ai progetti. Lavoriamo essenzialmente in rete e ciò moltiplica la platea delle persone raggiungibili e riduce a zero i costi. Il nostro Direttivo è composto di sei persone e tutte impegnate professionalmente. La vicepresidente poi, dico sempre, è la nostra garanzia: una bancaria che è sempre riuscita a portare nella nostra organizzazione no profit la cultura dei conti in ordine e dei bilanci trasparenti. Noi di questo ne facciamo un vanto. No profit ma con il rigore delle aziende migliori. Trasparenza da sempre è il nostro biglietto da visita, assieme alla Carta dei Princìpi cha abbiamo adottato».

Avete rapporti con altri organismi impegnati sul fronte umanitario in Svizzera in Ucraina?

«No in Svizzera, purtroppo, no anche se abbiamo contati con qualche cittadino svizzero che ci conosce e ci segue, in particolare modo sui social. In Ucraina, sul versante Donbass come già detto con qualche organizzazione di volontari. Nell’Ucraina di Kiev, al di là delle singole persone che ci chiedono aiuto, la situazione è ancora troppo confusa e complicata per poter dar corso a formalizzazioni con strutture ed organizzazioni locali».