Stati Uniti

Quel tracollo della popolarità di Trump: «Mai così in basso»

Le preferenze espresse dagli americani nei confronti del loro presidente sono di nuovo in caduta libera e segnano una media del 35% – La percentuale di dissenso supera il 60% – A questo livello solo George W. Bush e Jimmy Carter
© Jacquelyn Martin
Red. Online
06.05.2026 09:09

Una notevole battuta d'arresto. Anzi, un vero e proprio tracollo. Le preferenze espresse dagli americani nei confronti del loro presidente Donald Trump sono di nuovo in caduta libera, con un tasso di approvazione che ha raggiunto i minimi storici, segnando una media del 35%. A pesare sui risultati, raccolti da alcuni recenti sondaggi, sono diversi fattori: timori relativi al costo della vita in primis ma anche quelli legati alla situazione di guerra contro l'Iran e all'imposizione dei dazi. Un picco di impopolarità mai raggiunto, secondo la CNN, persino peggiore del post rivolta a Capitol Hill del 6 gennaio 2021.

Un record negativo

Il dato del 35%, emerso dal sondaggio CNN Poll of Polls, avvicina Trump al record negativo stabilito da George W. Bush, «l'unico presidente americano dopo Jimmy Carter ad aver trascorso un periodo prolungato con un indice di gradimento pari o inferiore al 35%». E rischia anche di mettere a rischio il risultato dei Repubblicani in vista delle elezioni di midterm che si terranno tra soli sei mesi. Le percentuali di approvazione della popolazione americana dal marzo 2025 al marzo 2026 parlano chiaro. Sulle politiche legate all'immigrazione: si è passati dal 51% al 41%. Per le politiche economiche dal 44% al 31% (con il punto più basso registrato nella carriera di Trump). Mentre per gli affari esteri: dal 42% al 36%.

I dazi che scontentano

Alcune dinamiche, secondo l'analisi condotta dalla CNN, spiccano più di altre come possibili cause del tracollo dei consensi del presidente statunitense. A partire dalla sua entrata in carica, a fine gennaio 2025, dove il Tycoon ha raggiunto il suo più alto tasso di consensi, attorno al 50%. Ma «la luna di miele non è durata molto». Già il 7 febbraio «gli americani erano divisi sul rendimento di Trump» e questo ancora prima che i suoi indici di gradimento iniziassero a calare. Arriva poi il capitolo dei dazi imposti dal Tycoon, il 2 aprile 2025, con l'annuncio del «Liberation Day». Dazi che però hanno «di fatto significato una guerra commerciale con la stragrande maggioranza degli altri Paesi» e che hanno fatto scendere l'apprezzamento del presidente al 45%. Delle scelte politiche che la maggior parte dei cittadini USA «vede come un peggioramento della situazione economica interna». In agosto il presidente decide di inviare la Guardia Nazionale a Washington. Nonostante i sondaggi indichino «valutazioni relativamente positive per la sua gestione della criminalità», il tasso di gradimento si attesta al 42%.

Epstein e gli spari dell'ICE

A fine 2025 arriva un altro capitolo particolarmente dolente per l'amministrazione Trump: gli Epstein Files. Il 19 dicembre, quando è scaduto il termine per la divulgazione dei documenti, «sono ben pochi gli americani che si sentono soddisfatti per il numero di informazioni rilasciate» e in tanti a ritenere «inadeguata la gestione del caso da parte del Dipartimento di Giustizia». E questo nonostante le numerose promesse del Tycoon sulla volontà di chiarire l'operato del faccendiere pedofilo, morto suicida in carcere. Il consenso di Trump scende al 39%, al di sotto della soglia psicologica del 40%. Ma all'inizio di quest'anno ecco un altro duro colpo per gli indici di gradimento. Parliamo della dura ondata di repressione dell'immigrazione a Minneapolis operata dalle unità dell'ICE (lo speciale corpo di agenti della United States Immigration and Customs Enforcement). In particolare sono due episodi che scioccano profondamente l'opinione pubblica americana: l'uccisione di Renee Good e di Alex Pretti freddati dagli agenti federali. A Minneapolis si infiammano le proteste per chiedere di allontanare l'ICE dalla città e Trump è costretto a fare un passo indietro.

Le conseguenze della guerra in Iran

Passano poco meno di due mesi, il 28 febbraio, ed ecco deflagrare la guerra nel Golfo Persico che vedere opposti USA e Israele all'Iran. Una mossa che non aiuta l'apprezzamento del presidente (in calo al 37%) «Lo scetticismo degli americani nei confronti della guerra, già piuttosto diffuso, cresce ancora nel corso del primo mese di conflitto». Secondo un sondaggio il 61% degli americani «ritiene la guerra un errore». Per effetto del conflitto e del blocco dello Stretto di Hormuz, il costo della benzina lievita anche negli Stati Uniti, dove tocca i 4 dollari al gallone. La disapprovazione media nei confronti delle politiche estere di Trump arriva a superare il 60%. A pesare è anche la questione del costo della vita - il fattore di maggiore preoccupazione per i cittadini americani - già influenzato dall'imposizione dei dazi, ha ricevuto «il colpo di grazia» con gli effetti della guerra.

«Non è abbastanza lucido»

Ma non solo. La maggioranza dei cittadini americani (il 59%) ritiene che l'attuale presidente non sia abbastanza lucido per guidare il Paese e che non sia «mentalmente e fisicamente adatto a governare con efficacia gli Stati Uniti nel ruolo di Commander-in-chief»: è quanto emerge da un altro sondaggio, condotto tra il 24 e il 28 aprile, da Washington Post, ABC News e Ipsos, secondo cui il 59% degli intervistati ha detto senza mezzi termini che il tycoon non possiede la lucidità mentale necessaria per la carica. Più della metà degli interpellati, inoltre, ha dichiarato di «non ritenere il presidente un leader forte». Il 67% dei partecipanti al sondaggio ha inoltre affermato di non credere che Trump valuti con la dovuta attenzione le decisioni importanti.

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