Processo

«Quella mossa sbagliata nella partita della vita»

Quattro anni e mezzo per truffa alla 52.enne che prospettava investimenti nel cinema – Voleva produrre un film su «La variante di Lüneburg», una storia di scacchi che si riflette nel suo caso giudiziario
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Giuliano Gasperi
08.06.2024 06:00

La vita come una partita a scacchi. Il bianco contro il nero, il bene contro il male. Una mossa che ne determina altre e cambia il corso degli eventi. Ha toccato corde profonde, la giudice Francesca Verda Chiocchetti, motivando la condanna di una cinquantaduenne italiana per truffa a quattro anni e mezzo e all’espulsione per dieci anni. Attiva nel mondo del cinema, la donna ha danneggiato una quarantina di persone, per un totale di sei milioni di franchi, spendendo per sé i soldi da loro investiti in produzioni e altri progetti. L’accusata faceva leva sulle sue conoscenze nel jet set e presentava le opportunità nel settore in modo professionale. In molti casi, però, anche tramite falsi documenti, mentiva sul fatto che detenesse una percentuale sui ricavi futuri. L’atto d’accusa della procuratrice pubblica Raffaella Rigamonti, che chiedeva sei anni e mezzo di carcere, non è tuttavia stato confermato in toto. Per alcuni episodi l’imputata è stata prosciolta perché la sua intenzione d’investire era reale; per altri è mancato l’inganno astuto; inoltre, la giudice ne ha riconosciuto il sincero pentimento e l’impegno a restituire il maltolto. La donna è stata assolta anche dall’accusa di aver utilizzato per scopi personali il denaro affidatole da alcune persone per l’acquisto di beni di lusso, come orologi.

Molto più di un libro

Ai suoi clienti, l’accusata, figlia di un noto autore, promuoveva investimenti in titoli piuttosto noti come Avatar II e Mangia prega ama, a cui se ne aggiungevano altri meno conosciuti. Lei era affezionata a un progetto in particolare: l’adattamento cinematografico, finora irrealizzato, de La variante di Lüneburg, romanzo di Paolo Maurensig che ruota attorno a una partita a scacchi, dalla posta in gioco altissima, disputata da un ebreo e un tedesco in un campo di concentramento. Ci credeva, in quella produzione: infatti è stata prosciolta da quasi tutte le accuse legate ad essa.

Comunicandole la condanna per le altre, la presidente della Corte ha intrecciato la storia del romanzo con quella dell’imputata. Vi proponiamo le sue parole integralmente, senza inutili interruzioni da parte nostra.

«Qual è la metafora che si trova in questo libro? L’esercito bianco che combatte l’esercito nero. Kasparov, uno dei più grandi maestri di sempre, definiva il gioco degli scacchi il più violento che esista. È l’eterna lotta tra il bene e il male. Gli opposti che si mescolano in una battaglia dove solo uno può sopravvivere. E questa dualità ha caratterizzato l’imputata. È stata caparbia? Vi è stata ostinazione cieca? Oppure è stata travolta, sebbene nella consapevolezza di sapere cosa stesse facendo e agire di conseguenza, da un fattore identitario, dalla difficoltà di lasciare quel mondo che la caratterizzava sin da piccola? Oppure le cose si mischiano? Dove inizia la fortuna e finisce la mala sorte? Ciò che può sembrare una fortuna (il ritardo nell’uscita di Avatar II), può portare alla mala sorte, nella misura in cui l’imputata ha potuto continuare nella sua attività illecita. A scapito dei danneggiati ulteriori, ma in definitiva anche di se stessa. Da un lato l’importanza di essere ammirata, stimata, di essere contorniata da persone che la amavano, dall’altro il fatto di non esitare a truffare amici e conoscenti. Sfavillante e, qui in aula, sommessa. Nel libro è scritto che bastò la delazione di uno solo, di un solo maledetto pedone, a perderci. E ci troviamo in un’altra metafora, che si attaglia anche questa all’imputata. Oggetto del libro La variante di Lüneburg è, in definitiva, la responsabilità delle scelte che ognuno fa. Queste scelte comportano delle conseguenze e ne escludono altre. Come negli scacchi, così nella vita. L’imputata ha affermato di aver compreso di aver sbagliato e lo ha fatto quando quel gioco frenetico si è arrestato. In carcere. Dove tutto si ferma. Quando si può pensare alla partita della vita, alle vittime di quella partita e ci si rende conto che, in quel gioco, in definitiva si è perso anche se stessi». 

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