11 settembre 2001

Romanzi e saggi per raccontare l’«indicibile»

l compito di ricostruire il tragico attentato di New York è toccato soprattutto ai reportage - Il Premio Pulitzer Lawrence Wright dimostrò la tesi della «prevedibilità» dell’attacco suicida islamista alle Twin Towers
New York invasa dalle nubi di polvere seguite al crollo delle Torri gemelle. ©Richard Drew
Dario Campione
11.09.2026 06:00

Otto anni dopo il crollo delle Torri gemelle, il belga Kristiaan Versluys, americanista dell’Università di Gand - ateneo del quale tuttora dirige la politica educativa - scrisse un saggio in cui definiva «Unpossessable» il racconto letterario dell’11 settembre (Out of the Blue: September 11 and the Novel, Columbia University Press, 2009). «Unpossessable», ovvero: impossibile da possedere, da tenere.

Analizzando le opere di Don DeLillo, Jonathan Safran Foer, Art Spiegelman, Frédéric Beigbeder, Martin Amis, Ian McEwan e altri ancora, Versluys definì l’attentato un «limit event», un evento limite che «manda in frantumi le risorse simboliche della cultura e sconfigge i normali processi di produzione di senso». Qualcosa che ha fatto «collassare tutti i sistemi di significazione». Insomma, un fatto indicibile, che non può essere compiutamente raccontato. Una tesi paradossale, soprattutto se si guarda alla sterminata produzione libraria, filmica, documentaria, fumettistica relativa all’attacco al World Trade Center di 25 anni fa.

Una narrazione espropriata

Ovviamente, è impossibile riassumere in un articolo tutto ciò che è stato scritto, girato o disegnato sull’11 settembre. Tre mesi dopo la tragedia, Don DeLillo scrisse un lungo saggio pubblicato da Harper’s Magazine e intitolato In the Ruins of the Future: «Oggi, di nuovo, la narrazione del mondo appartiene ai terroristi», disse. Il racconto era stato «espropriato» agli scrittori dai dirottatori.

Il compito della letteratura sarebbe stato riprenderselo: opporre alla narrazione della catastrofe una «contro-narrazione fatta di dettagli minimi, di nomi, di oggetti», ciò che lo stesso DeLillo chiamò «bellezza umana nella morsa dell’acciaio contorto».

Il primo, grande, romanzo sull’11 settembre è stato Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer (Extremely Loud and Incredibly Close, Houghton Mifflin 2005, pubblicato nello stesso anno in italiano da Guanda). Oskar Schell, 9 anni, trova nell’armadio del padre - morto nelle Torri gemelle - una chiave dentro una busta con la parola «Black» e attraversa New York cercando la serratura.

Foer usa fotografie, pagine bianche, testi che si accavallano fino a diventare un blocco nero illeggibile, e un flip-book finale in cui l’uomo che cade risale verso la finestra: il desiderio infantile di far girare al contrario il film del disastro. Accanto alla storia di Oskar corre quella dei nonni, sopravvissuti al bombardamento di Dresda. Ed è questa la chiave decisiva del libro: l’11 settembre non è stato un evento unico, ma l’ultimo anello di una catena di massacri civili del Novecento.

L’uomo che cade di Don DeLillo (Falling Man, Scribner 2007, edito in Italia da Einaudi nel 2008) rimanda sin dal titolo alla celebre fotografia di Richard Drew e, insieme, al performance artist che nel romanzo si lancia - imbragato - da cornicioni e passerelle, riproponendo in pubblico la posa dell’uomo in caduta: l’immagine che l’America aveva rimosso dai giornali torna come atto artistico «insopportabile». Come ha scritto il New York Times, DeLillo spiega nulla. Costruisce una struttura circolare che riporta il lettore, alla fine, dentro l’aereo con Hammad, uno dei dirottatori: la scelta più discussa del libro, perché concede al carnefice un flusso di coscienza, una quota di comprensione emotiva. Ma tra le rovine dell’11 settembre «nulla può più essere normale».

Angoscia e inquietudine

Se i romanzi hanno scavato nell’intimo dei testimoni per coglierne l’angoscia e l’inquietudine, il compito di ricostruire i fatti è spettato al reportage. Le altissime torri. Come al-Qaeda giunse all’11 settembre di Lawrence Wright (The Looming Tower, Knopf 2006, uscito in Italia per Adelphi l’anno successivo) è il libro che più di altri ha segnato la storia letteraria dell’attentato di New York. Un testo imponente, Premio Pulitzer per la saggistica nel 2007: cinque anni di lavoro, oltre 500 interviste, e un impianto che segue quattro vite: Sayyid Qutb, l’ideologo egiziano folgorato e disgustato dall’America degli anni ’50; Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri, leader di al-Qaeda; e John O’Neill, il capo dell’antiterrorismo dell’FBI che inseguì al-Qaeda per anni, lasciò il Bureau e morì il primo giorno del suo nuovo lavoro di capo della sicurezza al World Trade Center.

Wright dimostra che l’11 settembre non giunse «dal nulla», ma da una catena di eventi documentabili - Qutb, l’Afghanistan, il Sudan, le ambasciate africane, la USS Cole - e da una serie di fallimenti burocratici: la guerra sorda tra CIA ed FBI, le informazioni non condivise. È la tesi opposta a quella dell’inconoscibilità di Kristiaan Versluys: in realtà, tutto era spiegabile, e in parte perfino prevedibile.

Una breve citazione merita Benvenuti nel deserto del reale del filosofo sloveno Slavoj Žižek (Welcome to the Desert of the Real, Verso 2002, ripubblicato in Italia da Meltemi nel 2022 in edizione aggiornata), il quale fece di una battuta di Matrix la sua tesi: l’Occidente - sostenne - aveva già visto mille volte le immagini del crollo nell’immaginario hollywoodiano della distruzione di Manhattan. L’11 settembre fu quindi la realizzazione di una fantasia già coltivata e costrinse gli USA a «entrare nel mondo, a diventare un Paese fra gli altri, vulnerabile come tutti».