Salario minimo, è il giorno del voto: le parti sociali stanno alla finestra

Salvo improbabili colpi di scena dell’ultimo minuto, questo pomeriggio il Gran Consiglio ticinese metterà il timbro finale alla discussione sul salario minimo, approvando una serie di correttivi – in primo luogo di natura salariale – a tutela del mercato del lavoro. Tra le modifiche legislative che il voto introdurrà spicca il passaggio dal primato del contratto collettivo a quello del salario minimo: un cambio di paradigma destinato a incidere (almeno in parte) sul ruolo delle parti sociali, le quali non potranno più sottoscrivere contratti collettivi con salari inferiori a una determinata soglia.
Così, la politica ha voluto correggere un sistema che, nel recente passato, aveva portato alla sottoscrizione di contratti collettivi con remunerazioni ampiamente al di sotto del salario minimo legale. Il compromesso elaborato dalla Commissione della gestione ha raccolto il consenso di tutte le forze politiche. Ciascuna, per ragioni diverse, ha scelto di convergere su una soluzione intermedia, evitando il rischio del voto popolare. Ma le parti sociali, loro, come valutano questo risultato finale? E quale messaggio intendono rivolgere, alla vigilia del voto, alla politica?
«Aspetti pericolosi»
«Come sindacato riteniamo che vi siano aspetti positivi in questo compromesso e altri aspetti invece che meritano di essere evidenziati come negativi o pericolosi», premette il segretario di UNIA, Giangiorgio Gargantini. Secondo il sindacato, l’aspetto positivo centrale è senza dubbio l’aumento del salario minimo: «Si tratta di un incremento importante che interesserà più di 20.000 lavoratori in Ticino». L’altro aspetto positivo riguarda l’eliminazione della clausola – ritenuta inaccettabile – del primato dei contratti collettivi di lavoro sul salario minimo.
Per quanto riguarda invece gli aspetti più critici, Gargantini cita in primissima battuta la «clausola di salvaguardia», ossia la possibilità data alle aziende di ottenere una deroga ulteriore al salario minimo legale, una volta trascorso il periodo transitorio di tre anni: «Il sindacato ha sempre sostenuto che, se non è possibile garantire salari svizzeri, allora non vi sono le condizioni per proseguire l’attività sul territorio». Secondo Gargantini, non vi sono infatti ragioni per cui un’azienda debba poter restare, senza limiti temporali, esonerata dall’obbligo di rispettare le leggi vigenti. «Il fatto che questa clausola possa essere reintrodotta è quindi un elemento che il sindacato non può accettare».
Clausola e bonus
Un secondo aspetto problematico legato a questa clausola concerne il funzionamento della commissione tripartita: «La legge prevede che la decisione venga presa a maggioranza di due terzi. Ciò significa che, anche qualora la parte sindacale fosse compatta nel rifiutare una richiesta di deroga, le altre due componenti – rappresentanti dei datori di lavoro e dello Stato – potrebbero comunque imporre la decisione». Questo meccanismo, secondo UNIA, è ritenuto poco rispettoso del principio di tripartitismo su cui si fonda la commissione.
L’ultimo aspetto ritenuto problematico riguarda la decisione di inserire i bonus nel conteggio del salario minimo. «Dalla lettura del rapporto emergono ancora diversi elementi poco chiari», commenta Gargantini. «Abbiamo un certo numero di preoccupazioni che forse il dibattito parlamentare potrà dipanare». UNIA non nasconde di avere sempre nutrito dubbi su questa possibilità. «Si tratta di un’operazione delicata e potenzialmente pericolosa», avverte Gargantini. «Rimane inoltre aperta la questione dei controlli, che appare particolarmente complessa». Il sindacato aveva infatti chiesto che eventuali bonus fossero accettati solo se universali, ossia concessi a tutti i dipendenti di un’azienda o di un determinato contratto. Tuttavia, sembra emergere che questo criterio non sia stato mantenuto e che possano essere considerati anche accordi individuali, «difficilmente verificabili».
Il sindacato sta quindi criticando la base socialista che ha dato via libera al compromesso? «Unia non critica le decisioni prese da questa o quella base, ma visto che c’è un accordo vogliamo che sia chiaro e applicabile in modo corretto, e che non complichi una posizione già tesa come quella salariale ticinese».
Soddisfatti a metà
«La parola “compromesso” descrive bene una soluzione che ci soddisfa solo parzialmente.
D’altronde, se l’iniziativa fosse stata sottoposta al voto senza mediazioni, avrebbe portato a livelli salariali ben più elevati rispetto a quelli previsti dall’accordo. D’altra parte, il compromesso ha permesso anche di evitare il temuto meccanismo di adeguamento dinamico al costo della vita, che avrebbe avuto conseguenze potenzialmente molto pesanti per l’economia», commenta dal canto suo il presidente della Camera di commercio, Andrea Gehri. «Non dobbiamo dimenticare» – prosegue – «che il nostro tessuto economico è composto anche da aziende a basso valore aggiunto che saranno fortemente penalizzate già con questo accordo. Di per sé, la modifica che verrà introdotta non sarà indolore per una fetta dell’economia cantonale e pertanto possiamo attenderci anche ridimensionamenti di attività e licenziamenti».
Per lo stesso motivo, tra gli aspetti ritenuti problematici, Gehri evoca anche la possibilità dell’adeguamento al rincaro: «Senza un salario minimo fisso queste aziende faranno sempre più fatica, a maggior ragione in un mercato su cui pesa enormemente la forza del franco». Ad ogni modo, prosegue, il rischio principale è che eventuali risparmi vengano realizzati, a parità di massa salariale, a scapito del personale residente, con un livellamento verso il basso. «Questa criticità esiste», avverte Gehri. «È plausibile che le aziende oggi in difficoltà concedano aumenti salariali ai residenti con maggiore prudenza».
Non mancano le critiche
Ad ogni modo, ripete Gehri, si tratta della soluzione meno dolorosa: «Su questo dossier abbiamo lavorato a stretto contatto con i partiti, anche con il partito socialista che si è dimostrato pragmatico e disposto a trovare un accordo che evitasse di spaccare in due la politica e la popolazione». Tuttavia, il presidente della Camera di commercio non nasconde che all’interno dell’economia vi siano anche posizioni molto critiche nei confronti del compromesso, accanto a chi, invece, si dice soddisfatto. Malgrado ciò, conclude Gehri, al Parlamento, in vista del dibattito, occorre inviare un messaggio chiaro: «La politica dovrebbe tenere maggiormente conto della struttura economica del territorio e concentrare i propri interventi sul sostegno a chi vive e lavora stabilmente nel Paese. Senza voler creare discriminazioni, è importante riconoscere che una parte di lavoratori, ossia i frontalieri, ha già beneficiato di aumenti indiretti legati al cambio valutario. Per questo motivo, le misure future dovrebbero dare priorità a chi risiede localmente e fatica maggiormente a trarre vantaggio dagli attuali meccanismi».
Il ruolo della tripartita
E che cosa risponde, invece, ai sindacati che criticano la «clausola di salvaguardia» che prevede deroghe rinnovabili se un’azienda non presenta le condizioni per adeguarsi al salario minimo? «È un salvagente importante il cui uso effettivo, però, verrà valutato di volta in volta dalla commissione tripartita, che dovrà decidere a maggioranza qualificata».
