Salario minimo, la Commissione ci riprova: «Non lasciamo nulla al caso»

La Commissione gestione e finanze prende tempo per sondare, «fino in fondo», la possibilità di trovare un compromesso sull’iniziativa socialista «per un salario minimo sociale». La decisione di un eventuale accordo, inizialmente attesa per la seduta di oggi, è infatti slittata, come conferma al Corriere del Ticino il presidente Fabrizio Sirica. «C’è la volontà unanime della Commissione e di tutti i partiti di proseguire il confronto, senza lasciare nulla al caso e senza escludere alcuna possibile via di compromesso».
Sul tavolo della Gestione – ricordiamo – c’è la proposta del PLR di elaborare un controprogetto «equilibrato e sostenibile», capace di «mettere tutti d’accordo», compresi i socialisti, evitando così il voto popolare. A dare un’accelerata al dossier era stato proprio il partito socialista che a fine gennaio aveva chiesto che l’iniziativa, consegnata nel 2023, venisse trattata con urgenza: «Alla ripresa dei lavori dopo le vacanze di carnevale, però, dovremo arrivare a una decisione: o si andrà avanti presentando contenuti concreti, oppure, in mancanza di un accordo di compromesso, si procederà con la firma dei due rapporti», aggiunge Sirica.
Un ultima possibilità
La decisione politica di concedersi un’ulteriore possibilità arriva dopo l’incontro di lunedì tra i partiti borghesi, l’economia e gli iniziativisti, volto a esplorare le rispettive posizioni di partenza. «Non c’è nessun impegno a trovare a tutti i costi un compromesso», precisa Sirica: «Piuttosto stiamo facendo il possibile per provare a vedere fin dove si può arrivare». Giocoforza, però, le parti dovranno fare alcune concessioni, superando alcuni paletti iniziali, in particolare sul valore del salario minimo, che oggi si colloca in una forchetta tra 20 e 20.50 franchi all’ora.
Gli iniziativisti si erano detti pronti valutare i 22 franchi all’ora, ossia 50 centesimi sotto il valore previsto nel rapporto firmato la scorsa settimana con i Verdi. Per il fronte progressista, al di sotto sotto di questa soglia era difficile andare. Oggi, è ancora così?
«In questa fase non voglio fissare paletti rigidi nelle trattative, ma per noi esistono due principi inderogabili», risponde Sirica. Il quale, togliendosi il cappello di presidente della Gestione, aggiunge: «Il primo è che il salario deve aumentare rispetto ai livelli attuali, che dal nostro punto di vista non sono dignitosi né conformi allo spirito della Costituzione. Il secondo punto è che i contratti collettivi di lavoro non devono essere utilizzati per fare dumping, cioè per pagare meno e penalizzare le persone. Se questi due principi potranno essere rispettati, in un modo o nell’altro, attraverso un accordo tra le parti, credo che sarebbe una vittoria per tutti».
Legge o costituzione?
Sull’altro fronte, invece, ci sono i partiti borghesi. Nei giorni precedenti hanno testato il polso dell’economia per capire la cosiddetta «soglia di dolore». Se da un lato si vuole infatti migliorare il potere di acquisto della popolazione, dall’altro non si vuole compromettere la sostenibilità delle imprese, aveva spiegato lo stesso presidente del PLR Alessandro Spaziali, promotore del compromesso. Su quale forchetta si stia lavorando, al momento, non è dato sapere. Le bocche rimangono cucite. Intanto, però, l’idea di portare al voto popolare unicamente la questione dei contratti collettivi di lavoro – ossia di eliminare l’eccezione prevista per i CCL (che possono oggi avere salari inferiori a quello minimo) – sembra tramontata: «L’intenzione di trovare un accordo sulla cifra e poi di permettere ai cittadini di votare sui contratti collettivi non fa la maggioranza e, quindi, si sta cercando di lavorare ad altro».
Insomma, se ci sarà un accordo, questo verosimilmente dovrà contenere tutti i termini della questione, evitando, appunto, il voto popolare attraverso un controprogetto che consenta il ritiro dell’iniziativa. In questo senso, si interverrebbe sull’attuale legge sul salario minimo senza cambiare la Costituzione. A questo punto, possiamo supporre che il prossimo salario minimo, in caso di compromesso, sarà espresso ancora una volta in una forchetta, tenuto conto che l’attuale Costituzione (che non verrebbe modificata) prevede un salario minimo per mansione e settore economico.
La maggioranza dei partiti sembra orientata su questa scelta. Quanto ai CCL, per facilitare un’intesa, l’idea potrebbe essere di mantenere la deroga per quelli esistenti e di toglierla invece per quelli futuri. Una soluzione che potrebbe accontentare sia l’economia sia il sindacato OCST che nelle discussioni precedenti avevano entrambi argomentato a favore del primato del partenariato sociale.
Un altro nodo da sciogliere riguarderà il sistema di ancoraggio del salario minimo alle prestazioni complementari come previsto nell’iniziativa socialista. Fortemente criticato dall’economia, che ritiene questo modello poco prevedibile e quindi rischioso, verrà tolto in un ipotetico compromesso? «È una delle piste di lavoro sul tavolo e sarebbe chiaramente un’importante concessione che farebbero i promotori», conclude Sirica.
Insomma, le prossime due settimane saranno decisive per capire se effettivamente i partiti convergeranno sul controprogetto con l’impegno politico di ritirare, in un secondo tempo, l’iniziativa. Centrale nel confronto, una volta di più, sarà il quantum: la soglia salariale e come questa debba essere calcolata.
