Territorio

Scheda R6, un margine c’è

L’Associazione dei Comuni Ticinesi ha chiesto un confronto politico e tecnico con l’Esecutivo cantonale, alla luce dei recenti avvicendamenti al DT e delle indicazioni emerse dalla risposta del Consiglio federale a un’interpellanza – Berna ha ribadito la necessità di tenere conto delle diverse realtà territoriali, comprese quelle periferiche e di montagna
©Gabriele Putzu
Francesco Pellegrinelli
23.10.2026 06:00

Fare luce sui margini di manovra a disposizione del Cantone nell’applicazione della scheda R6 del Piano direttore cantonale. È questo l’obiettivo della lettera che l’Associazione dei Comuni Ticinesi (ACT) ha inviato al Consiglio di Stato, chiedendo un confronto politico e tecnico sul tema. Una richiesta motivata non soltanto dagli avvicendamenti in seno al Dipartimento del territorio, ma anche dalle indicazioni emerse dalla risposta del Consiglio federale a un’interpellanza sull’applicazione della Legge federale sulla pianificazione del territorio (LPT) in Ticino.

La scheda R6 impone infatti ai Comuni di verificare che le proprie zone edificabili siano dimensionate in funzione del fabbisogno previsto per i successivi 15 anni. Quando le riserve risultano eccessive, occorre ricalibrare le potenzialità edificatorie attraverso la revisione dei piani regolatori.

Secondo l’ACT, le indicazioni emerse dalla risposta federale all’interpellanza meritano però un approfondimento con le autorità cantonali, soprattutto per chiarire quali margini esistano per un’applicazione della scheda R6 più proporzionata alle diverse realtà comunali.

«Il Consiglio federale ha chiarito che spetta al Cantone definire un metodo e una procedura adeguati per la delimitazione delle zone edificabili nei singoli Comuni e che, a tale riguardo, il Cantone dispone di un ampio margine di manovra, purché siano rispettate le disposizioni legali federali», commenta al Corriere del Ticino il presidente dell’ACT, Felice Dafond.

Il Consiglio federale ha inoltre riconosciuto la necessità di tenere conto delle differenze tra le tipologie di Comuni, comprese quelle turistiche e quelle caratterizzate da un forte calo demografico. Spetta quindi al Cantone tradurre questi principi in una prassi adeguata alle diverse realtà territoriali. Per l’ACT, la questione è capire se il margine riconosciuto da Berna possa tradursi in un’applicazione delle regole maggiormente calibrata sulle condizioni demografiche, economiche e territoriali dei Comuni.

Il nodo del 120%

Il punto più delicato riguarda il dimensionamento delle zone edificabili. La scheda R6 (elaborata dal Cantone) prevede una soglia del 120% rispetto al fabbisogno di riferimento: in termini semplificati, le riserve edificabili non dovrebbero superare del 20% la capacità necessaria a soddisfare le esigenze insediative previste per i prossimi 15 anni. Quando la soglia viene superata, scattano gli obblighi previsti dalla scheda per la salvaguardia della pianificazione e l’adeguamento delle potenzialità edificatorie.

A dicembre 2025, secondo i dati presentati in Gran Consiglio dall’allora direttore del Dipartimento del territorio, 32 Comuni risultavano sovradimensionati oltre il 120%, di cui 24 oltre il 150%. Numeri che danno la misura della portata del lavoro richiesto agli enti locali.

Nessun liberi tutti

L’apertura di un confronto sul margine cantonale non equivale, tuttavia, a una sospensione degli obblighi previsti dalla legge. La LPT impone di contenere le zone edificabili entro il fabbisogno prevedibile e di intervenire quando risultano sovradimensionate. La scheda R6 traduce questi principi in criteri, procedure e scadenze che i Comuni sono tenuti a rispettare.

La stessa risposta federale non prospetta una modifica delle regole né un periodo transitorio supplementare. Il Consiglio federale ritiene che il margine già riconosciuto ai Cantoni sia sufficiente e che le scadenze in vigore non richiedano ulteriori proroghe. Al tempo stesso, però, conferma che la definizione di una prassi chiara e proporzionata spetta in primo luogo alle autorità cantonali.

È dunque su questo terreno che l’ACT e la Federazione svizzera degli urbanisti sezione Ticino (FSU-TI) chiedono di riaprire il dialogo con il Consiglio di Stato. L’obiettivo è chiarire quali strumenti siano concretamente disponibili per conciliare gli obblighi della pianificazione territoriale con le esigenze delle diverse realtà comunali, senza mettere in discussione gli obiettivi della legge federale.

La richiesta è ora quella di un incontro con l’Esecutivo cantonale. Sul tavolo vi sono le criticità già segnalate dai Comuni, le conseguenze del dimensionamento dei piani regolatori e la possibilità di definire un percorso di lavoro condiviso tra Cantone, enti locali e professionisti della pianificazione. «Forte della sua precedente esperienza da sindaco, ci aspettiamo che il neo-direttore del DT, Piero Marchesi, sappia effettivamente ascoltare le richieste dei Comuni, così da intavolare una collaborazione costruttiva», conclude Dafond.