Il caso

Scintille, ritiri e un tavolino caduto: alta tensione in Gran Consiglio

Fiorenzo Dadò «cancella» all’ultimo secondo l’interpellanza che aveva dato il via al polverone legato all’incidente di Norman Gobbi in Leventina ma lancia pesanti accuse - Il consigliere di Stato: «Si commenta da sé» - Furioso Zali che, impossibilitato a rispondere, lascia l’aula
©Gabriele Putzu
Giona Carcano
24.02.2026 20:20

Un’interpellanza ritirata all’ultimo secondo. Un tavolo rovesciato (forse) inavvertitamente. Un consigliere di Stato che lascia furente l’aula del Parlamento. E risposte che, per ora, non sono potute arrivare.

Momenti di fortissima tensione che raccontano molto di quanto avvenuto oggi pomeriggio in Gran Consiglio e che hanno fatto da sfondo all’ultimo atto politico di una vicenda lunghissima, quella che ha visto il consigliere di Stato Norman Gobbi coinvolto in un incidente in Leventina nel novembre del 2023. Le conseguenze giudiziarie di quell’evento si erano concluse con il proscioglimento dall’accusa di favoreggiamento dei due agenti intervenuti quella notte. Una sentenza di proscioglimento nel frattempo cresciuta in giudicato, e che ha dunque permesso al Governo di rispondere all’interpellanza – dal titolo «Un misterioso incidente, è abuso di potere?» - che aveva dato il via all’intero caso.

Ebbene, ieri, in aula, l’autore di quell’interpellanza Fiorenzo Dadò ha voluto ripercorrere dal suo punto di vista le tappe e alcuni retroscena legati direttamente al caso. «Sono passati quasi due anni dall’inoltro dell’interpellanza», ha voluto far notare il presidente del Centro. «Nel mentre sono scorsi fiumi di parole, numerosi dibattiti, tante supposizioni, qualche timida ammissione, un processo, qualche certezza e una sentenza che non ha convinto nessuno; né molti addetti ai lavori e, fatto più preoccupante, i cittadini». Per Dadò, ciò che è stato rovinato in questi mesi è quindi il rapporto di fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

In seguito, l’interpellante ha ricordato l’origine dell’atto parlamentare. «Un incidente il cui protagonista (...) potrebbe aver guidato l’auto in uno stato psico-fisico non conforme alla legge». Inoltre, per il presidente del Centro, «a distanza di 26 mesi» dai fatti molti dubbi rimangono in sospeso. E questo, a mente di Dadò, per una ragione: le troppe «negligenze» che hanno fatto da corollario al caso.

Per l’interpellante, comunque, visto che la sentenza di proscioglimento dei due agenti è cresciuta in giudicato essa «va accettata» e la vicenda va considerata chiusa, «nonostante verrà iscritta nelle bizzarrie giuridiche di questo Cantone».

Il primo messaggio

Secondo il presidente del Centro, dunque, questa vicenda ha minato il già incrinato rapporto di fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Eppure, «dai vari scandali e scandaletti sembra che non si sia imparato niente», ha chiosato, per poi attaccare quello che ha definito «il metodo Gobbi».

In aula, Dadò ha quindi mostrato una foto inviatagli dallo stesso consigliere di Stato. «Quando nel Dipartimento si scoprì il traffico dei permessi e fu avviata un’inchiesta, in un dibattito televisivo ebbi l’ardire di paragonare il consigliere di Stato a capitan Schettino, dato le sue dichiarazioni da scaricabarile sul suo predecessore», ha ricordato, per poi aggiungere: «Con sorpresa, alla fine della trasmissione ricevetti un messaggio dal consigliere di Stato. Nessuna parola, nessun commento, ma la foto di un alto funzionario alle dipendenze del Dipartimento delle istituzioni (diretto da Gobbi, ndr), con la particolarità di essere anche presidente distrettuale della sezione di Riviera del mio partito. Lascio a voi le conclusioni sul tipo di messaggio che voleva mandare». Tornando alla vicenda oggetto dell’interpellanza, il presidente del Centro ha quindi rimarcato che «invece di fare le cose alla luce del sole si è nascosto», e «si è lasciato per esclusivo interesse personale o di corporazione che si diffondesse la voce di un sospetto atteggiamento di favore da parte della polizia verso un politico di primo piano». Un «atteggiamento» che secondo Dadò ha contribuito a danneggiare le istituzioni.

Il secondo messaggio

A uscirne male, per l’interpellante, è però anche «quel capitano di polizia che la mattina che ho inoltrato l’interpellanza ha avuto la geniale idea di scrivermi questo messaggio poi immediatamente cancellato». Ecco il contenuto del messaggio proiettato sullo schermo dell’aula: «Ho preso atto dell’atto parlamentare per l’incidente di N.G., che definirei da ‘asilo Mariuccia’ (...)».

«Se per i vertici della polizia – ha commentato Dadò in Parlamento – un incidente, l’uso di etilometri non calibrati e un possibile favoreggiamento sarebbero questioni da “asilo Mariuccia” da non verificare...».

Dadò ha in seguito sottolineato di aver scritto l’interpellanza «unicamente dopo che, come per altri casi, ho ricevuto delle informazioni riservate che attestavano in modo evidente che qualcosa non aveva funzionato». Poi, un altro piccolo colpo di scena. Dal pulpito, Dadò ha mostrato una busta sigillata. «Quanto contenuto racconta una cosa. Quello che abbiamo visto e sentito in questi mesi, racconta qualcosa di un po’ diverso». E allora, «che fare?», si è chiesto. «Per evitare che il danno fatto da questa storia alle istituzioni si prolunghi ulteriormente, ritiro l’interpellanza. E buonanotte al secchio».

La mossa leghista

A quel punto, il responsabile politico della Polizia Claudio Zali, risposte alla mano, ha fatto per prendere la parola ma è stato fermato. Il ritiro di un’interpellanza, infatti, annulla la stessa. Dopo un breve scambio per chiarire il nodo giuridico, il consigliere di Stato ha comunque preso la parola per fatto personale. «Non è stato un semplice ritiro di un’interpellanza, ma una dura requisitoria nei confronti di un membro dell’Esecutivo». E ancora: «Non vedo nulla di male nel rispondere a queste domande», anche perché «sono state mosse accuse di comportamenti di favore quando c’è stato un processo pubblico e una sentenza di proscioglimento, e inoltre nelle risposte si chiarisce numeri alla mano a quanto ammontava l’ebrietà del consigliere di Stato e se quindi era una fattispecie contravvenzionale o penale. Decidete voi se avere le risposte. Io deploro questo modo di procedere». In tutta risposta, il presidente del Parlamento Fabio Schnellmann ha ricordato a Zali che l’interpellanza è stata ritirata e che dunque «il tema termina qua». Zali ha quindi lasciato l’aula visibilmente furioso, tanto da far cadere (non è chiaro se intenzionalmente o meno) un tavolino. E le risposte? Non sono mai arrivate. Ma la Lega «affinché venga tutelata e garantita la trasparenza delle istituzioni a fronte del ritiro dell’interpellanza», ha inoltrato un’interrogazione riprendendo esattamente quanto aveva chiesto Dadò quasi due anni fa. Le risposte, dunque, verranno date. E verosimilmente a stretto giro di posta.

Da noi raggiunto per un commento, infine, Norman Gobbi ci ha detto che «l’intervento del deputato Dadò si commenta da sé. Spiace che il Consiglio di Stato non abbia potuto rispondere alle domande poste nell’interpellanza». Il punto finale (o quasi) a una brutta pagina della politica cantonale.