Istruzione

Scuola e famiglia, un’alleanza costruttiva per il benessere dei ragazzi

L’esperienza ticinese mette in luce che il successo formativo non dipende solo dai programmi o dagli orari scolastici, ma dalla collaborazione tra docenti e genitori, dal sostegno educativo e dalla stabilità emotiva offerta agli studenti
©Chiara Zocchetti
Asia Della Bruna
07.10.2025 09:09

È mattina presto. Gli zaini poggiati sulle spalle, i ragazzi varcano il cancello della scuola media. Alcuni ancora assonnati, altri già immersi nelle chiacchiere con i compagni. Per loro la scuola è, prima di tutto, normalità, un contesto che rassicura, anche quando a casa il terreno è incerto o quando le ansie della crescita si fanno prepotenti.

In quell’aula non arrivano solo compiti e quaderni, ma entrano frammenti di vita familiare, conflitti, paure, aspettative. È qui che prende forma la sfida più delicata: come scuola e famiglia, mondi diversi ma inseparabili, possano lavorare insieme per accompagnare i ragazzi nella crescita.

Per Christophe Forni, vicedirettore della scuola media di Pregassona, il punto non può ridursi alla trasmissione di nozioni: «Il fulcro di tutto il nostro intervento si sviluppa attorno al tema educativo. Certo, il nostro mandato è trasmettere conoscenze disciplinari, ma usiamo questi canali per toccare temi più ampi, valori che permettano ai ragazzi di accedere in maniera equilibrata alla vita sociale».

Questa prospettiva si inserisce in una tradizione lunga. Già la scuola dell’infanzia ticinese, nel suo sviluppo storico, aveva posto al centro non solo l’istruzione, ma la crescita integrale del bambino. Dall’influenza di Montessori e Agazzi fino alle riforme degli anni ’60-’80, l’obiettivo è stato quello di bilanciare dimensioni cognitive e socio-affettive, coinvolgendo in modo attivo la famiglia nel progetto educativo. Come mette in evidenza l’analisi di Altomare e Beltrani, pubblicata sul Swiss Journal of Educational Research, questa impostazione socio-costruttivista — oggi data quasi per scontata — è in realtà il risultato di scelte pedagogiche e politiche precise.

Lo stesso Forni ricorda che il dibattito politico tende a concentrarsi solo sulla forma — modelli organizzativi, orari, nuove materie — mentre il successo di un percorso formativo dipende soprattutto da una presa a carico condivisa degli allievi, dalla qualità della relazione scuola–famiglia–docenti e da condizioni di lavoro adeguate per gli insegnanti.

Su questa linea, il legame con i genitori diventa essenziale, nelle parole di Forni: «Se non riesci a coinvolgere la famiglia, ottieni pochissimo. Magari ti illudi di lavorare bene finché i ragazzi sono sotto la tua tutela, ma poi ti accorgi che sarebbe stato necessario condividere obiettivi fin dall’inizio».

Condividere obiettivi non è un dettaglio, significa offrire ai ragazzi un filo coerente che li sostenga dentro e fuori dalle mura scolastiche. Perché — ricorda Forni — «tu magari gli dici qualcosa nel contesto scolastico, arrivi a casa e se hai lavorato bene vieni sostenuto, no? Che poi, tra l'altro, ha sicuramente più valore».

Uno studio nazionale pubblicato su Frontiers in Education ha mostrato che la soddisfazione dei genitori non dipende solo dai risultati scolastici, ma in primo luogo dalla qualità del dialogo e dal sentirsi partner riconosciuti. La fiducia, il benessere emotivo del figlio a scuola e la possibilità di essere informati in modo chiaro sono i fattori che spiegano meglio il grado di soddisfazione genitoriale.

Il coinvolgimento non è un gesto formale ma un lavoro di rete, come sottolinea il vicedirettore della scuola media del luganese. «Nel ruolo di sostegno, accompagnare i ragazzi ha senso solo se l’intervento diventa davvero un lavoro di rete, condiviso con la famiglia. Quando emergono difficoltà nel percorso di crescita, pensare di affrontarle senza una visione di sistema e senza la collaborazione dei genitori porta raramente a risultati concreti»

Ma parrebbe che proprio nei momenti più delicati la relazione scuola–famiglia tenda a incrinarsi. Colombo e Tièche Christinat hanno osservato, in un’indagine nel Canton Vaud, come nei casi di rischio di dispersione scolastica la collaborazione diventi fragile, quasi «appesa a un filo». Quando mancano strumenti di partecipazione paritaria e fiducia reciproca, i ragazzi più vulnerabili finiscono per essere i primi a pagare le conseguenze.

Nonostante ciò, esistono anche esperienze di grande fiducia. Forni racconta: «In alcuni casi ti trovi molto spesso con delle persone che chiedono proprio, ti fanno capire che hanno bisogno e si rimettono completamente nelle tue mani. Che però non è un delegare, cioè è più un ‘ditemi come posso sostenere al meglio’».

La tendenza, anche in buona fede, è concentrare il dibattito sul rapporto tra scuola e famiglia. Ma non bisogna dimenticare il motivo per cui questa relazione esiste, la cura dei ragazzi.

Il terzo vertice del triangolo — lo studente — è quindi fondamentale. È in nome del ragazzo che ogni giorno occorre ridefinire le aspettative reciproche, trovare un equilibrio tra richieste e possibilità, tra regole e riconoscimento. Forni lo ricorda con chiarezza: «Dipende sempre dal bisogno della persona con cui stai lavorando. Ci sono allievi che hanno bisogno soprattutto di sostegno educativo, altri che invece chiedono di poter nutrire la loro sete di conoscenza».

Questo triangolo non è stabile, ma una dinamica che si ridefinisce di continuo. Già vent’anni fa, uno studio pubblicato dal Centro svizzero di ricerca in educazione parlava di un’interfaccia scuola–famiglia in costante ridefinizione, sottolineando come i cambiamenti sociali e istituzionali abbiano trasformato i confini di competenza e i ruoli reciproci

Anche Mery, docente di sostengo pedagogico, invita a non separare i piani. «Nell’accompagnamento dei ragazzi non può esserci solo l’aspetto scolastico, ma sempre quello educativo, che deve coinvolgere la dimensione sociale. La crescita passa dai contenuti, certo, ma anche dalle relazioni che danno senso a ciò che si impara».

«Scuola e famiglia sono due realtà diverse ma interconnesse, che si influenzano a vicenda», osserva la docente di sostegno. «Ciò che accade a casa entra in aula; ciò che avviene in classe ritorna a casa. È un flusso continuo che rende impossibile pensare i due mondi come compartimenti stagni». Per comprendere davvero il percorso degli studenti bisogna guardare all’insieme dei contesti che li formano.

La scuola, aggiunge, è anche un luogo che offre stabilità emotiva. «È un contesto rassicurante, di normalità, anche nelle situazioni di forte stress. Dopo un lutto o un trauma capita che i ragazzi cerchino rifugio a scuola, perché quel contesto sociale li riporta a un equilibrio, a una quotidianità che li fa sentire protetti»

Perché tra i banchi di scuola si intrecciano ogni giorno storie diverse: portate da casa, accolte in classe e restituite alla vita quotidiana, come parte di un percorso comune.

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