Se la montagna diventa un'onda: «Le Alpi svizzere sono un cocktail esplosivo»

Un’onda alta più di venti metri si scarica a velocità impressionante e travolge qualsiasi cosa. Abitazioni, mercati, prefabbricati, persone, veicoli, ponti. È questa l’immagine più drammatica della catastrofe che mercoledì ha colpito una regione montuosa al confine tra Nepal e Tibet. Le possibili cause? In questi giorni si è parlato del crollo improvviso di un ghiacciaio, di una colata di fango, di una lava torrenziale o della rottura improvvisa di un lago glaciale. Al momento, tuttavia, è impossibile fornire risposte scientifiche certe. Lo sottolinea, in un’approfondita analisi pubblicata ieri, il Politecnico di Losanna (EPFL). «Le immagini disponibili permettono di formulare delle ipotesi, non ancora di stabilire con certezza l’origine dell’evento», sottolinea a questo proposito Christophe Ancey, professore al Laboratorio di idraulica ambientale ed esperto di rischi naturali. Per ricostruire la dinamica esatta di una simile catastrofe possono servire mesi di lavoro sul terreno da parte di geomorfologi e glaciologi. E il tutto in una regione remota, di difficile accesso e martoriata dal dramma.
I primi indizi
La forma dell’onda offre tuttavia un indizio importante, sottolinea lo studio. Una massa d’acqua alta oltre venti metri, fluida e rapidissima come quella che ha colpito il Nepal, è compatibile con la rottura improvvisa di una diga naturale. In montagna, ghiaccio, neve e roccia possono ostruire il corso di un fiume. L’ostruzione può formarsi lentamente, con l’accumulo progressivo di sedimenti, oppure all’improvviso, in seguito al crollo di un versante o alla caduta di una grande massa glaciale. In gergo si parla di un blocco naturale del corso d’acqua. Lo stesso principio lo si può ritrovare in Svizzera, in Vallese: nel 2025 la frana di Blatten bloccò il fiume Lonza e le autorità temevano un effetto esondazione sui paesi a valle. Fortunatamente, dopo alcuni giorni, l’acqua ha aperto un canale attraverso il deposito.
Secondo l’analisi dell’EPFL sulla tragedia in Nepal, dietro questa barriera l’acqua continua ad accumularsi. Prima o poi, però, la diga può cedere. La rottura libera in pochi istanti un volume enorme d’acqua, che trascina con sé ghiaia, massi, tronchi e ogni altro materiale incontrato lungo il percorso. È il fenomeno della piena improvvisa, paragonabile per dinamica alla rottura di una diga artificiale, ma innescata da un ostacolo naturale. La violenza dell’onda dipende dalla combinazione di più fattori: il volume d’acqua accumulato, la pendenza del terreno, la larghezza del corso d’acqua e la quantità di sedimenti disponibili. In un fenomeno di questo tipo, l’acqua rappresenta almeno il 90 percento della massa in movimento. Il resto è composto da detriti, materiale vegetale e sedimenti. Se l’onda raggiunge i venti metri di altezza, la portata può arrivare a circa 20.000 metri cubi al secondo: un ordine di grandezza paragonabile a quello del Rio delle Amazzoni, concentrato però nel letto di un torrente che normalmente porta pochi metri cubi d’acqua al secondo.
L’ipotesi da scartare
Un’altra ipotesi citata in questi giorni è quella della lava torrenziale, o colata detritica. Una possibilità che i ricercatori del Politecnico tendono a escludere. «Una lava torrenziale è un altro tipo di pericolo: un flusso composto almeno per l’80 percento da sedimenti e per il restante 20 percento da acqua. Non è quindi un’onda d’acqua carica di detriti, ma una massa molto più densa, simile a un enorme volume di cemento ancora liquido. Avanza più lentamente, ma può demolire ponti, sradicare alberi e seppellire interi tratti di valle», sottolinea l’analisi. In Svizzera si sono avute situazioni particolarmente distruttive a Chamoson, in Vallese, nel 2018 e nel 2019, e più recentemente nella valle di Bagnes. Il loro comportamento è diverso da quello osservato nelle immagini provenienti dall’area himalayana: nel caso della piena tra Nepal e Tibet, come riferisce l’analisi, l’ipotesi più coerente con gli elementi disponibili è quella di una grande quantità d’acqua improvvisamente liberata da un bacino o da uno sbarramento naturale, non di una colata di sedimenti.
Una rete di sorveglianza
Anche la Svizzera, in quanto Paese alpino, non è priva di rischi. Da decenni i versanti e i corsi d’acqua considerati più esposti vengono sorvegliati con sensori e sistemi di allarme. Chi percorre una strada di montagna può imbattersi in semafori collegati a dispositivi capaci di rilevare l’arrivo di una colata detritica o di una valanga.
La prevenzione passa anche dalle opere di protezione. Alcune strutture deviano o contengono i flussi; altre, come i bacini di ritenzione, funzionano da barriere filtranti: lasciano passare l’acqua, ma trattengono gran parte del materiale solido trasportato da una colata. Anche i ghiacciai e i laghi naturali, soprattutto quelli formatisi in seguito al ritiro glaciale, sono monitorati per individuare in anticipo condizioni che potrebbero favorire una rottura. Ma i rischi ci sono. «Il rapido riscaldamento climatico che stiamo vivendo attualmente dovrebbe portare a un aumento dell’intensità e della frequenza di tali eventi», ammonisce Ancey, autore dello studio. «Infatti, lo scioglimento dei massicci rocciosi d’alta quota, il degrado del permafrost e il ritiro dei ghiacciai forniscono enormi quantità di materiale. Allo stesso tempo, l’aria più calda aumenta l’intensità delle precipitazioni estreme. Ci troviamo quindi di fronte a una sorta di cocktail esplosivo». E questo perché, osserva ancora Ancey, «da un lato, c’è una maggiore quantità di materiale mobilizzabile e, dall’altro, un maggior numero di fenomeni meteorologici in grado di mettere in movimento queste masse di materiale».
Il moltiplicatore
Stabilire un rapporto diretto tra singola catastrofe e cambiamento climatico è però complesso, ancorché possibile grazie agli studi di attribuzione che permettono di calcolare la probabilità (bassa o alta) che un singolo evento sia legato al riscaldamento globale. Secondo lo studio dell’EPFL, la storia svizzera mostra che il XIX secolo – quando la temperatura media era circa tre gradi più bassa di oggi – fu comunque segnato da numerosi eventi naturali devastanti, come inondazioni dovute a prolungati periodi di pioggia e alla grande quantità di neve in quota.
Il clima, da solo, non spiega tutto. Il riscaldamento globale attuale, tuttavia, modifica le condizioni di partenza e può rendere più frequenti eventi intensi. «Ci si muove su due livelli», rileva al Corriere del Ticino Cristian Scapozza, professore di geomorfologia applicata alla SUPSI. «Il primo riguarda il rilascio tensionale dei versanti dopo l’ultima glaciazione, dunque agisce su una scala di millenni. Il secondo è invece maggiormente legato al cambiamento climatico e riguarda la degradazione del permafrost così come la fusione dei ghiacciai». Ed è questa combinazione di fattori a scatenare disastri di vasta portata. In Cantone Ticino, simili devastazioni non sono possibili. E questo, nota ancora l’esperto, perché semplicemente «non esistono quasi più ghiacciai di una certa estensione». Tuttavia, «notiamo una maggiore frequenza di piccoli eventi, come la caduta di sassi o piccoli crolli», aggiunge Scapozza. «Qui entra in gioco il cambiamento climatico: isoterma molto elevato durante gli eventi canicolari, terreni estremamente caldi e degradazione del permafrost».
In questo senso, nella notte su venerdì, in valle di Blenio sarebbe crollata una parte del fronte del ghiacciaio roccioso dello Stabbio di Largario. A segnalare l’evento a Scapozza è stato un pastore della zona. «Non abbiamo ancora informazioni, bisognerà recarsi sul posto». Ma il rumore del crollo, avvertito fino a Olivone, porta a pensare a uno scoscendimento significativo.
