«Senza correttivi, la pianificazione è insufficiente»

Prio.swiss non fa sconti e chiede al Consiglio di Stato di rivedere alcuni aspetti centrali della nuova pianificazione ospedaliera cantonale prima dell’adozione definitiva dei mandati di prestazione. Pur riconoscendo alcuni passi avanti sul piano metodologico, l’associazione che riunisce tutti gli assicuratori malattia ritiene infatti che il progetto, posto in consultazione, lasci ancora irrisolti diversi nodi importanti legati al contenimento dei costi, alla trasparenza e alla riduzione della sovraofferta nel settore ospedaliero stazionario.
«La pianificazione ospedaliera è uno strumento fondamentale per garantire la qualità delle cure e contenere la crescita dei costi», premette al Corriere del Ticino il direttore aggiunto di prio.swiss, Marco Romano. «In Ticino, dove i costi sanitari sono i più elevati della Svizzera e crescono da anni più rapidamente della media nazionale, ci aspettiamo che il Cantone colga questa opportunità per adottare misure attese da tempo e non più procrastinabili».
Il primo punto riguarda il coordinamento intercantonale. Secondo prio.swiss, il Ticino continua a ragionare quasi esclusivamente entro i propri confini, quando invece, almeno per le prestazioni specialistiche con un numero di casi limitati, potrebbe guardare con maggiore decisione anche agli ospedali di altri cantoni. «Non stiamo parlando di medicina d’urgenza, ma di interventi complessi programmati con largo anticipo», sottolinea Romano. «Per questo chiediamo un cambio di mentalità: se esistono centri di eccellenza altrove in Svizzera, è preferibile affidare loro determinati mandati di prestazione piuttosto che mantenerli in Ticino con casistiche estremamente ridotte».
Ma è soprattutto sulla previsione del fabbisogno ospedaliero che si concentrano le critiche maggiori di prio.swiss. Secondo l’associazione di categoria, il calcolo del fabbisogno si basa su dati superati. Come si legge nella risposta alla consultazione, le analisi utilizzano infatti il 2019 come anno di riferimento, senza tenere pienamente conto del crescente travaso verso l’ambulatoriale.
«La scelta del 2019 comporta il rischio di sopravvalutare il futuro fabbisogno di cure stazionarie», afferma Romano. «Per questo chiediamo al Cantone un’analisi complementare basata su dati più aggiornati, che consideri maggiormente gli effetti dell’ambulatorizzazione e del nuovo sistema di finanziamento uniforme». In caso contrario, si rischia di adottare una pianificazione obsoleta in partenza, che prevede un fabbisogno di cure stazionarie eccessivo. «Occorrerebbe quindi aggiornare da subito i dati, come fanno altri Cantoni. In caso contrario si rimarrà in una situazione di sovraofferta, con i conseguenti rischi sui costi e dunque sui premi».
Non bastasse, il tasso di occupazione di alcune strutture, sottolinea Romano, è ben al di sotto della piena capacità. «Non si raggiunge in media nemmeno il 60% di capienza. Questo suggerisce che l’offerta di posti letto nel settore acuto in Ticino è superiore al fabbisogno reale, con conseguenti inefficienze e maggiori costi per il sistema».
Il punto dolente
Un altro tasto dolente (forse è il punto più duro di tutta la presa di posizione) riguarda la trasparenza nelle decisioni di attribuzione dei mandati di prestazione. Chi ottiene un mandato, e perché? Chi non lo ottiene, e per quale ragione? Secondo prio.swiss, le spiegazioni del Consiglio di Stato spesso sono insufficienti o contraddittorie. «Nel complesso, le informazioni ricevute sono talmente lacunose da non permettere di capire se l’offerta pianificata sia adeguata al fabbisogno futuro».
Gli esempi concreti non mancano. In cardiologia – si legge nel documento inviato al Consiglio di Stato – alla Clinica Moncucco di Lugano è stato assegnato un mandato provvisorio con soli due casi trattati, mentre la Clinica Santa Chiara di Locarno – che ne conta sette – non ha ricevuto alcun mandato. «Questo approccio non è coerente e le motivazioni non sono comprensibili», si legge nella presa di posizione.
Ancora più difficile da capire, secondo gli assicuratori, il caso della Clinica Sant’Anna, che ha ricevuto «diversi mandati provvisori nonostante numeri di casi esigui e quote di mercato ridotte». Per le prestazioni in oculistica, il mandato è stato assegnato per un unico caso su 61 totali nel Cantone, e senza che la struttura disponga dell’unità di terapia intensiva di livello 1 richiesta dai requisiti. «Vorremmo capire la logica di queste attribuzioni», aggiunge Romano.
Attribuzioni che, secondo prio.swiss, appaiono ancora più incomprensibili se si considera che la pianificazione introduce, per la prima volta, lo strumento della quota minima di mercato pari al 5% per le prestazioni specialistiche e pari al 10% per le prestazioni complesse.
«Lo strumento della quota minima di mercato è sicuramente un passo avanti, ma questo strumento rischia di produrre un effetto perverso: i fornitori sarebbero incentivati ad aumentare il numero di prestazioni solo per raggiungere la quota. Così, invece di ridurre l’offerta eccessiva, si rischia di generare ancora più attività».
Per evitare la corsa ad accaparrarsi il mandato definitivo, prio.swiss propone di alzare l’asticella al 10%, riducendo al contempo il numero dei mandati provvisori, ovvero quelli attribuiti alle sedi ospedaliere che al momento dell’attribuzione dei mandati di prestazione non soddisfano ancora i vari requisiti imposti dal Cantone.
«Purtroppo, constatiamo che molti Cantoni attribuiscono mandati provvisori che poi, con gli anni, diventano permanenti». In quest’ottica, prosegue Romano, occorre introdurre regole più nette: «Se dopo due anni non si raggiungesse la quota di mercato minima richiesta, si stabilisca – nero su bianco a priori – che il mandato sarà tolto».
L’alibi dei mandati provvisori
Insomma, l’attribuzione di mandati provvisori, secondo l’associazione, rischia di diventare un alibi per concedere a tutti qualcosa. «Auspichiamo, invece, che il Cantone applichi ora maggiore rigore», avverte Romano a beneficio della trasparenza e della qualità per i pazienti. Resta però difficile immaginare che un ospedale investa milioni per adeguare le proprie strutture nella prospettiva di ottenere un mandato che, in un secondo momento, potrebbe essergli negato. «Con questa presa di posizione vogliamo aiutare il Cantone ad assumere decisioni che potrebbero apparire impopolari, ma che sono necessarie a beneficio di chi paga i premi perché eliminano doppioni, concentrano i casi, aumentano la specializzazione e la qualità, riducendo i costi», conclude Romano. «Quando si scopre che, nel raggio di pochi chilometri, due strutture offrono la stessa specializzazione, è inevitabile interrogarsi se abbia davvero senso mantenere entrambe le offerte».
Il caso di Faido e Acquarossa
Un capitolo a parte meritano gli ospedali di Faido e Acquarossa, ai quali viene confermato il mandato di base — denominato «pacchetto di base di medicina interna generale» (BPM) — per garantire l’accesso alle cure nell’Alto Ticino. I numeri, però, sono eloquenti: «Faido tratta 223 casi all’anno, Acquarossa 366. Meno di un ricoverato al giorno ciascuno». Prio.swiss non ignora il contesto: la decisione di mantenere le due strutture aperte è il frutto di un’iniziativa popolare, che ha portato il Gran Consiglio a sancirlo per legge. «Le conseguenze economiche non possono essere nascoste. Tale decisione, legittimata democraticamente, va accettata», riconosce Romano. «Dall’altro lato, comporta il mantenimento di una sovraofferta di capacità ospedaliere dettata da motivi di politica regionale». Per questo motivo, aggiunge, «questi costi devono essere finanziati dal Cantone tramite prestazioni di interesse generale, non scaricati sui premi degli assicurati». Il documento suggerisce anche di riaprire il dibattito: «Non avrebbe più senso trasformare le due strutture in centri sanitari ambulatoriali, collegati all’hub di Bellinzona e supportati dal servizio di soccorso efficiente di cui già si dispone?».
