«Seveso cinquant'anni dopo, storia di un disastro annunciato»

Giornalista d’inchiesta, scrittore e conduttore radiofonico, Daniele Biacchessi ha raccontato i retroscena della fuoriuscita di diossina dalla Icmesa - avvenuta il 10 luglio 1976 - in uno storico libro, La fabbrica dei profumi, pubblicato nel 1995 da Baldini & Castoldi e rieditato nel 2016 da Jaca Book. Il testo di Biacchessi è diventato anche una pièce teatrale, portata in scena assieme al sassofonista Michele Fusiello.
Che cosa accadde
il 10 luglio 1976 nell’impianto del reattore A-101 dell’Icmesa di Meda? Può
ricostruire per i nostri lettori i minuti in cui la nube di diossina si
sprigionò e si diresse verso Seveso?
«Il 10 luglio
1976 era un sabato. All’interno dell’Icmesa, una fabbrica chimica la cui sede
era tra la ferrovia del Gottardo e la superstrada Milano-Meda, non lontana da Seveso,
un fischio acuto, assordante, giunse dal reparto B alle 12,37. Una reazione
esotermica spinse la temperatura di un reattore tra i 350 e i 500 °C e ne
disintegrò la valvola di sicurezza. Gli operai addetti alla manutenzione degli
impianti fuggirono soffocati dal fumo acre. Uno di loro, Carlo Galante, entrò
nella zona del reattore cinque minuti dopo lo scoppio e aprì la valvola di
raffreddamento ad acqua. Un gesto di grande coraggio che impedì una strage. A
quel punto, però, una nuvola enorme già gravava sopra Seveso e una leggera
brezza la trascinava in tutto il Nord Italia. Tutti quella mattina la poterono
osservare ma pochi, pochissimi, sapevano cosa contenesse».
Che cosa si
produceva davvero a Meda e perché, già da anni prima del 1976, quella fabbrica
era malvista dalla popolazione?
«L’Icmesa era di
proprietà della svizzera Givaudan, a sua volta dipendente dalla Hoffmann La
Roche. Almeno ufficialmente, produceva il triclorofenolo, un composto chimico
per i settori cosmetici e dei disinfettanti ospedalieri. Con il calore
sprigionato dalla reazione isotermica, il triclorofenolo si trasformò nella
diossina più tossica tra le 75 conosciute nella chimica, la TCDD. Una sostanza
cancerogena in grado di danneggiare tessuti grassi, fegato, reni, sistema
cardiocircolatorio e nervoso centrale ma, soprattutto, di intervenire sul
corredo cromosomico degli individui e sui feti, e di influire sul patrimonio
immunitario. Qualche anno fa, Jorg Sambeth, direttore tecnico della Givaudan di
Ginevra, poco prima di morire rivelò: «L’Icmesa era chiamata Dreck Fabriek,
fabbrica sporca, ben prima della catastrofe. Non erano state fatte le opere di
sicurezza e di modernizzazione normalmente richieste, e il reattore per il
triclorofenolo era sprovvisto di un meccanismo di sicurezza che non facesse
salire la temperatura oltre i 170 °C. L’esplosione del reattore avvenne di
sabato, quando la fabbrica era ufficialmente chiusa, mentre si produceva una
variante del triclorofenolo che serviva per l’Agent Orange, un erbicida vietato
perché usato anche per scopi bellici».
Tra l’incidente e
la conferma ufficiale della presenza di diossina trascorsero molti giorni, e la
popolazione fu informata in ritardo. Chi sapeva? Perché si scelse il silenzio
in quelle prime settimane decisive?
«Poche ore dopo
l’incidente, l’operaio Galante telefonò a Clemente Barni, capo responsabile del
laboratorio chimico. “Fatevi la doccia e andatevene a casa”, disse Barni. E gli
operai eseguirono l’ordine senza discutere. Nulla sapevano di chimica. Barni chiamò
tuttavia i carabinieri di Meda, mentre gli abitanti della zona avvertivano i
primi malesseri e, intorno, i polmoni degli animali esplodevano. Alcuni giorni
dopo, 13 bambini furono ricoverati, il volto di due bimbe di Seveso, le sorelle
Senno, fu sfigurato dalla cloracne. Altre 44 persone vennero sottoposte a cure
mediche urgenti. Venerdì 16 luglio, sei giorni dopo, gli operai bloccarono la
fabbrica e chiesero di conoscere la verità sulla contaminazione. Soltanto a una
settimana di distanza, il 17 luglio, si capì che dall’impianto si era
sprigionata la 2.3.7.8. tetracloroparabenzodiossina, la TCDD».
Poi intervenne
anche la magistratura.
«Sì, il 21
luglio, mercoledì, il pretore di Desio emise il mandato provvisorio di arresto
a carico di Herwig von Zwel, responsabile tecnico dell’Icmesa e di Paolo
Paoletti, direttore di produzione. L’imputazione fu disastro colposo».
Perché ha
intitolato il suo libro La fabbrica dei profumi?
«La chiamavano
così gli abitanti della zona. Lo stabilimento dell’Icmesa fu costruito nel 1945
su nulla osta del Comando Alleato. Nel 1976, era un’azienda chimica controllata
dalla Givaudan, consociata come detto alla multinazionale Hoffmann La Roche. Avete presente il gioco
delle scatole cinesi? Ogni scatola ha una dimensione maggiore dell’altra,
contiene la più piccola e la protegge. Ognuna è dipendente e autonoma
dall’altra. Da lì è partita la mia inchiesta pubblicata nel 1995 e ristampata
nel 2016, e mai smentita. Allora non c’era Internet, l’intelligenza artificiale
era fantascienza. Si lavorava sui documenti cartacei, sulle testimonianze
orali, sul confronto e sulla verifica delle fonti. Ed emergevano i silenzi, le
omissioni, i depistaggi».
La cloracne sui
bambini, gli animali abbattuti, le case evacuate, la “Zona A” presidiata dai
soldati: qual è l’immagine o la testimonianza che, durante la sua inchiesta, ha
rappresentato meglio il dramma vissuto dalle persone?
«La foto che ho
scelto per la prima edizione del 1995. Ritrae quattro addetti alla bonifica
fuori dall’Icmesa, in tuta bianca, stivali, maschera per le contaminazioni
batteriologiche, qualcosa che in Italia non si era mai visto, o forse era stato
solo immaginato da qualche scrittore di fantascienza».
La vicenda degli
aborti e del dibattito sulle gravidanze a rischio fu uno dei nodi più laceranti
e politicamente roventi. Come legge, oggi, quel capitolo e il modo in cui
spostò l’attenzione dalle responsabilità dell’azienda?
«La diossina è
una sostanza che modifica i feti, ed era inevitabile che avvenisse uno scontro
politico. Bisogna ricordare che, prima del 1978, in Italia l’interruzione
volontaria di gravidanza era considerata reato dal Codice penale,ed era punita
con la reclusione da 2 a 5anni sia per l’esecutore dell’aborto sia per la donna
stessa. Soltanto nel 1978, due anni dopo Seveso, fu approvata la legge 194».
Dei cinque
dirigenti condannati in primo grado a Monza, in appello tre furono assolti e
per gli altri due le pene furono ridotte. A suo giudizio, la giustizia penale è
arrivata davvero in fondo?
«A distanza di 50
anni vi è stata una giustizia penale, ma solo parziale. La Corte di Cassazione
ha dato però ragione agli abitanti della zona che chiedevano di essere
risarciti per danni morali e fisici. In sede civile ci fu più battaglia grazie
allo straordinario lavoro di Gaetano Carro, lo storico fondatore del Comitato
5D di Seveso - Difesa Diritti Danneggiati Dalla Diossina. È morto a 86 anni,
nel 2016, alla vigilia del 40. anniversario del disastro. L’ultima sua
battaglia fu chiamare a un atto di responsabilità i sindaci del territorio
contaminato i quali, all’epoca, firmarono l’atto transattivo con la Givaudan,
la multinazionale proprietaria della fabbrica di Meda. Il tempo non gli è
bastato».
Dal disastro
dell’Icmesa nacquero la “Direttiva Seveso” della Comunità europea sui rischi
industriali e si svilupparono pure decenni di studi epidemiologici unici al
mondo. È questa, paradossalmente, l’eredità più importante del disastro?
«Cinquant’anni
dopo Seveso le cose stanno cambiando. Cittadini, sindacati, imprese: la loro
coscienza ambientale è maggiore. Ma spesso manca la volontà politica. Non sono
cioè chiari i meccanismi che rendono attuabili le leggi. Oggi si può e si deve
fare di più. Oggi ci sono leggi europee e italiane che obbligano aziende e
amministrazioni pubbliche a informare le persone sui rischi ambientali. Sono
direttive, regole. Valgono per tutti. Oggi un cittadino può chiedere al proprio
Comune di residenza le informazioni su uno stabilimento chimico ad alto rischio
ambientale insediato sul territorio: la produzione, le tipologie degli
impianti, le misure adottate per ridurre la possibilità di incidenti. Oggi un
lavoratore può conoscere nei dettagli le misure di sicurezza e di prevenzione,
i piani di emergenza interni ed esterni, le sostanze pericolose presenti nello
stabilimento, materie prime, prodotti, sottoprodotti, residui. Oggi, un’azienda
chimica ad alto rischio ambientale deve rispettare le regole».
A cinquant’anni
dai fatti, che cosa abbiamo davvero imparato e che cosa rischiamo di
dimenticare della lezione di Seveso?
«La storia si può
ripetere, magari in altre forme, in altri luoghi. Infatti, si sono ancora
registrati gravi incidenti in industrie chimiche, in gran parte causati da
scarsa manutenzione degli impianti, da una cultura che vede la sicurezza come
un mero costo, non un investimento d’impresa. Ma, dobbiamo ricordarci che la
seconda volta potrebbe trasformarsi in una farsa. La negazione di fatti
documentati produce solo menzogne, mai verità. E basterebbe nulla per far
cadere il muro di gomma. Ci vorrebbe solo il coraggio della politica e la
protesta legittima dei cittadini, delle associazioni».
