«Sì, in alcuni quartieri di Lugano c’è un senso di insicurezza»

«C’è nervosismo nel sottobosco di Lugano». Lo aveva detto chiaramente, a maggio, l’allora comandante della Polizia di Lugano, Roberto Torrente, in occasione della presentazione dell’ultimo rapporto di attività 2025. Lugano resta, nel complesso, una città sicura. Se però reati contro il patrimonio, furti con scasso e truffe agli anziani sono fenomeni ormai ben gestiti dalle forze dell’ordine, a destare preoccupazione – diceva – è l’aumento dei reati violenti, in particolare quelli commessi da giovani e spesso con l’impiego di armi bianche. Proprio il fenomeno dei giovani che escono di casa con un coltello in tasca aveva attirato l’attenzione dell’ex comandante: «Occorre agire in maniera radicale con la Magistratura», aveva avvertito. Parole che, alla luce dei due accoltellamenti avvenuti a distanza ravvicinata a Lugano, assumono oggi un peso ancora maggiore.
Presenza rafforzata
«Due episodi ravvicinati non bastano per parlare di escalation, ma sarebbe un grande errore minimizzarli, poiché influiscono inevitabilmente sulla percezione della sicurezza soggettiva delle persone», commenta dal canto suo Mauro Maggiulli, attualmente comandante ad interim della Polizia della Città di Lugano. «Il nostro compito è cercare risposte e, per farlo, è opportuno capire se dietro questi episodi di violenza vi siano dinamiche ricorrenti o legate a fenomeni particolari. Non da ultimo, serve sapere chi sono le persone coinvolte e perché si trovano sul nostro territorio».
Rispetto al passato, il coltello sembra essere sempre più presente, conferma Maggiulli, in Ticino come nel resto del Paese. «In generale, i casi di violenza accresciuta che coinvolgono giovani sono in aumento. In particolare, preoccupa la rapidità con cui, in alcuni contesti, si passa dallo scontro verbale alla violenza, anche grave».
Recentemente, alcuni Paesi hanno inasprito le regole sul porto dei coltelli, e questo, secondo il comandante, «non fa che comprovare che il fenomeno del coltello è presente e interessa più nazioni». Di fronte a questa recrudescenza, prosegue, anche il nostro sistema normativo e sanzionatorio dovrebbe essere adeguato: «Ritengo che una riflessione vada fatta. Se persone violente o problematiche sono già note alle autorità e alla Magistratura, bisogna poter intervenire prima. Se poi gli strumenti giuridici non sono sufficienti, allora questi vanno rafforzati».
Maggiulli non nasconde che alcuni quartieri di Lugano abbiano manifestato un senso di insicurezza, anche attraverso le rispettive commissioni di quartiere. «Non in maniera generalizzata, ma succede che, a seguito di episodi violenti, ci venga segnalato un maggiore senso di insicurezza». Certo, Lugano rimane una città sicura, ma anche la percezione di sicurezza è importante e «non va liquidata come una semplice impressione. I cittadini ci segnalano preoccupazione, ma soprattutto sentono il bisogno di capire se si tratta di episodi isolati».
Come può reagire, quindi, la Polizia? C’è una misura da attuare subito? «Non parlerei di un’unica misura. Sicuramente sarà opportuno sedersi al tavolo anche con la Polizia cantonale, fare il punto della situazione e analizzare nel dettaglio gli ultimi casi. Non da ultimo, gli elementi raccolti potranno farci capire se alcune situazioni potevano essere intercettate prima, come e da chi».
La Polizia di Lugano continuerà a mantenere una presenza rafforzata, soprattutto nelle zone «calde», conferma al CdT il comandante.
Agire su tre livelli
Sulla necessità di un intervento di concerto con la Magistratura, a suo tempo si era già espresso anche l’allora capodicastero Polizia Michele Bertini. Nell’ottobre 2017, dopo un accoltellamento avvenuto in centro città, Bertini sottolineò come la risposta non potesse limitarsi ai controlli e ai pattugliamenti, ma dovesse coinvolgere anche l’autorità giudiziaria.
«Se dieci anni fa erano episodi isolati, oggi constatiamo una certa ricorrenza», commenta, da noi contattato, Michele Bertini. «Questa è una deriva molto preoccupante, alla quale tutta la società deve dare una risposta». Insomma, le forze dell’ordine, da sole, non bastano: «La Polizia fa quello che può con gli strumenti a sua disposizione».
Il punto centrale del ragionamento di Bertini è dunque la necessità di rendere più efficace e tempestiva l’intera catena della risposta istituzionale. Secondo l’ex responsabile del Dicastero sicurezza, «una risposta giudiziaria percepita come insufficiente rischia di favorire la recidiva e, parallelamente, di alimentare una perdita di fiducia dei cittadini e degli stessi agenti di Polizia nelle istituzioni». La Polizia, insomma, è soltanto un anello della catena: per contrastare sul nascere le derive violente serve una risposta complessiva, nella quale anche la Magistratura svolga pienamente il proprio ruolo.
Per Bertini, il lavoro di Polizia si trova oggi stretto fra due ambiti sui quali si potrebbe fare di più. «Il primo è quello della prevenzione, perché spesso questi episodi sono fenomeni legati al mondo della droga o alle fragilità che ruotano attorno a questi ambienti. Dall’altra parte, dopo il lavoro della Polizia, serve una certa fermezza nel lavoro dell’apparato giudiziario». Pene più severe? «Questo è uno slogan. Serve una risposta articolata da parte della società. Prima e dopo il lavoro di Polizia».
