Calcio e politica

«Sì, l’immagine della FIFA esce terribilmente indebolita»

Analizziamo il Mondiale che si è appena concluso con Nicola Sbetti, docente di Storia dello sport all'Università di Bologna e grande conoscitore degli equilibri istituzionali
© AP Photo/Jacquelyn Martin
Paolo Galli
20.07.2026 06:00

«Presidente, non ha bisogno di complimenti, ma senza di lei questa Coppa del Mondo non avrebbe avuto un successo così incredibile. Questa non è solo la più grande Coppa del Mondo di tutti i tempi, ma è il più grande evento sociale e culturale che l’umanità abbia mai visto».

Nicola Sbetti, lei è docente di Storia dello sport all’Università di Bologna e da anni si interessa dei legami tra sport e politica. Ebbene, viste anche le parole - riportate qui sopra - di Infantino a Trump sabato, possiamo dire che è stato il Mondiale più politico di sempre? O lo diciamo a ogni edizione?
«Rispondo sì a entrambe le domande. Certo, prima di avventurarsi in una risposta così complessa bisognerebbe essere d’accordo sui criteri di cosa sia più o meno politico. Ma la mia convinzione è dettata dal fatto che più un evento sportivo è visibile, più è politicamente rilevante. E questi Mondiali sono stati ancor più globalmente mediatici dei precedenti, che già avevano segnato un ulteriore record su quelli del 2018».

Il momento più apertamente politico si è avuto con il «caso Balogun». Che cosa ci dice della FIFA di oggi?
«Il caso Balogun è stato, almeno in Europa, la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ma poi c’è stato anche lo striscione sulle Falkland, portato in campo da Lo Celso e Otamendi. Alla vigilia del Mondiale, Infantino aveva omaggiato Trump col premio “FIFA per la pace”. Poi c’è stato il visto negato all’arbitro Artan, l’interrogatorio di sette ore all’attaccante iracheno Hussein, l’incubo logistico imposto all’Iran e il visto negato dal Canada al ghanese Partey (che se sarà provato quello di cui è accusato non sarebbe dovuto nemmeno essere convocato, ma siccome FIFA e federazione ghanese non hanno avuto nulla da obiettare non si capisce perché negli USA possa giocare e in Canada no). Ognuna di queste vicende è inaccettabile e avrebbe dovuto comportare una ferma reazione da parte di chi ama il calcio».

La FIFA come ne esce?
«Terribilmente indebolita, perché per quanto si dimostri ancora forte con i deboli (federazione nepalese sospesa per ingerenze politiche e maglietta politica negata ad Haiti), non è riuscita o non ha voluto affermare il principio di apoliticità, un pilastro delle organizzazioni sportive internazionali, specie nei confronti degli Stati Uniti. Infantino li teme perché con il FIFA Gate hanno dimostrato di poter distruggere la FIFA, e ha steso loro un tappeto rosso derogando a tutti i principi della federazione che presiede creando precedenti che penalizzeranno la FIFA anche nei prossimi anni e ne favoriranno una sua politicizzazione».

Nella narrazione popolare, Infantino ormai viene descritto come una sorta di dittatore.
«L’immagine di Infantino, che continua ancora a godere di giornalisti accondiscendenti e della compiacenza delle FIFA legends, è ormai compromessa ma solo presso l’opinione pubblica e in particolare in quella dei Paesi europei. Ma sono i presidenti di Federazione a votare il presidente della FIFA, e in quel contesto dovrebbe ancora avere i numeri per venire rieletto, sebbene lui stesso appena arrivato al potere aveva limitato a tre i mandati del presidente».

Sepp Blatter, approfittando del «caso Balogun», ha detto: «Il calcio non deve mai diventare un terreno di gioco per il potere politico». È venuto facile pensare: da che pulpito! Perché oggi crediamo che sia peggio rispetto al passato? È davvero così?
«Blatter ha gravi responsabilità, ma su Infantino ha ragione. Nella sua FIFA, il dirigente di Visp era il primus di una ristretta oligarchia formata dal comitato esecutivo. Infantino appare piuttosto un monarca alla guida di una tecnocrazia. Quando però Trump ha rivendicato la telefonata a Infantino sul caso Balogun, il “re” è apparso “nudo”. L’andare a braccetto con i potenti della terra (prima Putin e Al Thani, poi Kagame e Trump) ha finito per indebolire l’autonomia e l’autorevolezza della FIFA. La FIFA di Blatter imponeva i propri voleri ai Paesi organizzatori, quella di Infantino ora li subisce».

È riemersa anche una frattura tra FIFA e UEFA, con la UEFA a fare la morale alla FIFA. Viene da chiedersi: ma c’è davvero un «buono» nel calcio mondiale?
«Il conflitto fra FIFA e UEFA è ormai sistemico, ma se davvero l’Europa del calcio vuole rompere il “sistema Infantino” non basterà presentare un candidato europeo. Il rischio di cadere nella retorica è altissimo, ma il buono nel calcio mondiale lo si può ancora trovare in quei calciatori che danno sempre il 100% in campo, nei tifosi che amano questo sport e che con i loro sacrifici economici permettono al sistema calcio questo gigantismo, ma soprattutto in quei giornalisti che non si appiattiscono alla narrazione dominante imposta dalla FIFA e continuano ad approcciarsi al pallone con uno sguardo critico».

Perché, nonostante tutto, continuiamo a cercare valori e ideali nello sport?
«Chiunque sogna, lavora e lotta per una società migliore, è giusto che pretenda che anche il calcio e lo sport lo siano. L’importante è tenere a mente che i valori dello sport non sono intrinsecamente positivi, ma possono essere positivi se chi pratica, amministra e guarda lo sport va in quella direzione».

Il 25% dei giocatori ha giocato per una nazionale diversa da quella di nascita: in un Mondiale di muri e visti negati, è un paradosso?
«Il mondo è sempre più globale e i calciatori professionisti sono migranti da più di un secolo. Se oggi il calcio ha raggiunto livelli così alti in così tanti Paesi è proprio grazie alle migrazioni. Non c’è dubbio che la retorica Maga fosse antitetica all’immaginario naturalmente prodotto dal mondiale. Non è forse un paradosso che Trump abbia infranto le sacre regole del calcio per un calciatore, Balogun, nato da cittadini britannici di origine nigeriana che casualmente si trovavano a New York al momento del parto?».

Ai prossimi Mondiali «diffusi», potremmo avere 64 squadre al via: quindi, più squadre, più politica? Che cosa possiamo aspettarci dal 2030 e dal 2034?
«Al momento la proposta del Mondiale a 64 squadre è soprattutto una mossa elettorale di Infantino per garantirsi i voti delle federazioni meno competitive. Se non cambierà il vertice della FIFA, il rischio per le prossime edizioni è di vedere sempre più una crescita dell’influenza statunitense ma anche di veder nuovamente statuti e regolamenti piegarsi alla volontà dei più potenti».

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