«Sì, sono pronto: e sull’iniziativa sui dipendenti si voti al più presto»

È pronto a diventare consigliere di Stato?
«Sì, sono pronto e affronto questa sfida con entusiasmo e responsabilità. Per la prima volta l’UDC entrerà in Consiglio di Stato e io porterò le idee per cui sono stato votato. È una scelta personale e professionale importante. Per farlo sto riorganizzando le mie aziende, le attività private e i mandati costruiti negli anni. Dopo pochi mesi tornerò davanti agli elettori e, se non fossi rieletto, dovrei ripartire da capo. È un rischio concreto che assumo perché ci credo».
Ma diciamolo, è stato un regalo, una manna caduta dal cielo.
«Un regalo no. È un’opportunità inattesa. La affronto perché credo nel progetto dell’UDC e della destra in senso lato e voglio portarne la voce in Governo».
Un’occasione nata dopo le dimissioni di Claudio Zali. Non proprio un amico politico. Quindi c’è una doppia soddisfazione nell’andare in Governo?
«No. Ho sempre distinto il confronto politico da quello personale. Con Claudio Zali abbiamo avuto evidenti divergenze sulle idee. Oggi la soddisfazione è portare in Governo una voce UDC chiara, vicina ai residenti, a chi lavora, alle PMI e a uno Stato più efficiente».
Avete spesso rimproverato Zali di essere stato eletto anche con i voti dell’UDC. Oggi la Lega potrebbe dirle: «In questi sei mesi ricordati che sei stato eletto anche con i voti della Lega». Giusto?
«Alla mia elezione hanno contribuito anche molti elettori leghisti e, più in generale, numerosi elettori del centrodestra. Sento quindi il dovere di rappresentare con rispetto anche quella sensibilità. Con il mio subentro la presenza del centrodestra in Consiglio di Stato sarà più forte e più riconoscibile, e credo che anche l’elettore leghista possa guardare con favore a questa evoluzione».
Cosa ha pensato quando ha letto delle dimissioni di Zali?
«L’ipotesi di entrare in Governo l’avevo già ponderata con attenzione quando ho deciso di candidarmi alle elezioni cantonali del prossimo aprile. Avevo quindi già riflettuto sulle responsabilità e sulle conseguenze personali di una scelta del genere. Di fronte alle dimissioni di Zali si è trattato, in sostanza, di confermare una disponibilità che avevo già maturato».
Ma era il caso di comunicare immediatamente l’accettazione a subentrare?
«Ho preferito essere chiaro: se l’UDC vuole assumersi maggiori responsabilità, devo essere il primo a mettermi in gioco senza dar adito a dubbi o incertezze».
In queste settimane ha già preso contatto con Palazzo?
«Sì. Voglio arrivare il più pronto possibile, con una squadra competente e obiettivi chiari: priorità ai residenti, il sostegno al lavoro e alle PMI, sicurezza, meno burocrazia e conti pubblici sani».
E i futuri colleghi li ha sentiti?
«Alcuni di loro mi hanno chiamato, con gli altri ci sarà modo di sentirci prossimamente».
Da 1 a 10 quanto ha percepito felicità in Norman Gobbi di trovarla in Governo?
«Su molti temi abbiamo evidenti affinità e con Norman ho anche un buon rapporto personale. Quando saremo d’accordo, lavoreremo insieme con convinzione, quando avremo posizioni diverse, ci confronteremo in modo aperto e costruttivo, mantenendo sempre al centro il benessere dei cittadini».
Tra le sue frasi forti che hanno fatto un po’ la storia di questa legislatura c’è «il Governo del Mulino Bianco». Adesso lì c’è anche lei. Quindi sarà un consigliere di Stato da Mulino Bianco?
«No. Sarò un consigliere di Stato rispettoso della collegialità ma fedele alle idee per cui sono stato eletto. Il compromesso serve per governare, non per cambiare identità e snaturarsi».
I suoi si attendono grandi cose dopo anni di promesse e politica profilata. Sente la pressione? Promettere è una cosa, realizzare un’altra…
«Le aspettative sono alte ed è giusto così. Un consigliere di Stato su cinque non può cambiare tutto da solo, ma può proporre temi e costruire maggioranze. Il mio proposito è che ci sia chi, davanti a una nuova legge si chieda se serve davvero, davanti a una nuova spesa si domandi chi la pagherà e, quando si parla di economia, si pensi a chi crea lavoro e ricchezza. E poi, finalmente, che si faccia qualcosa per favorire i ticinesi nel mercato del lavoro sfruttando il margine di manovra cantonale».
Cosa intende?
«L’UDC continuerà a fare politica con coerenza anche con un suo rappresentante in Governo, senza rinunciare alla sua vocazione di opposizione costruttiva come facciamo a Berna dove noi parlamentari UDC manteniamo pienamente il nostro ruolo politico, talvolta anche contro le posizioni dei Consiglieri federali del nostro partito».
Cosa non è negoziabile per lei?
«I miei principi, ossia: la responsabilità individuale, la libertà economica, la priorità ai residenti, il sostegno a chi lavora e produce, la sicurezza, le finanze sane, una socialità non assistenzialista, una scuola che mira all’eccellenza e uno Stato efficiente. Sul come raggiungere questi principi, naturalmente va intavolato un dialogo costruttivo».
Belle parole. Ma usciamo dal politichese. Qual è la differenza tra il compromesso e la rinuncia ai propri principi, secondo la sua “Bibbia politica”?
«Il compromesso va bene finché serve a portare a casa un risultato, ma se per vincere devo rinnegare ciò in cui credo, allora preferisco perdere a testa alta poiché le poltrone passano, i principi restano. Entrare in Governo richiede un cambiamento di ruolo, questo però non modifica chi sono, né quello per cui sono stato eletto».
C’è almeno una certezza oggi. In Governo ci sarà un membro che dirà sì all’iniziativa per la riduzione dei dipendenti pubblici. Giusto?
«Sono il primo firmatario dell’iniziativa e ne confermo il sostegno convinto. I dipendenti pubblici sono una risorsa importante e lavorano in gran parte con serietà e professionalità. È però evidente che l’organico cantonale sia sovradimensionato e vada progressivamente ridotto, senza licenziamenti, ma sfruttando le partenze naturali. Da imprenditore credo che digitalizzazione e intelligenza artificiale possano rendere l’Amministrazione più snella, efficiente e meno burocratica».
Bisogna votare prima delle elezioni?
«Sì. È giusto che i cittadini possano esprimersi su una questione importante per le finanze cantonali».
Facciamo un’ipotesi, una prova di collegialità: il Governo a maggioranza decide di non sostenere queste iniziative. Cosa fa Piero Marchesi in campagna?
«Rispetterò la collegialità, ma gli elettori sapranno sempre qual è la mia posizione. Essere istituzionali non significa diventare irriconoscibili».
In politica non ci sono mai certezze. Quindi chissà che Lega e UDC possano correre assieme?
«La Direttiva del partito ha assunto una decisione chiara e oggi la linea è quella di presentarci autonomamente alle elezioni cantonali. Allo stesso tempo, la politica richiede capacità di dialogo e attenzione all’evoluzione degli scenari: se nelle prossime settimane dovessero emergere condizioni nuove e politicamente interessanti per l’elettorato del centro destra, sarà naturale valutarle con serietà».
Tuttavia, sappiamo che sono in corso proprio in questi giorni trattative con i vertici dei due partiti.
«Sì, sono in corso delle discussioni, ma le eventuali collaborazioni ritengo vadano discusse nelle sedi opportune. Non sui media».
È reduce da qualche giorno di vacanza in Valle di Blenio. Anche da consigliere di Stato non dimenticherà le zone periferiche?
«Assolutamente no. Valli e regioni periferiche, al di là delle mie origini in parte bleniesi, sono parte della nostra identità e meritano la dovuta attenzione attraverso servizi, collegamenti e possibilità concrete di vivere e lavorare sul territorio».
Dalla sua Monteggio a Bellinzona la strada sarà lunga, il traffico intenso (anche per effetto dei frontalieri). Userà i mezzi pubblici per andare al lavoro?
«Da casa mia a Bellinzona servirà più di un’ora e un quarto sia all’andata, sia al ritorno e con il mezzo pubblico cambia poco. È una realtà che vivono molti ticinesi e che impone investimenti nelle infrastrutture viarie per migliorare la mobilità».
Passiamo al Legislativo. Secondo lei che cosa non va nel Parlamento cantonale?
«Per rispetto dei ruoli, non spetta a me dare giudizi al Gran Consiglio. Mi permetto però un auspicio: che i deputati continuino a difendere con passione e determinazione le proprie convinzioni, anche nel confronto più acceso, senza mai perdere il rispetto reciproco. La politica può dividere sulle idee, ma non dovrebbe dividere le persone. A Berna ho imparato che, terminato il dibattito, si può tornare a condividere con serenità anche momenti piacevoli».
Marchesi, una spesa pubblica da ridurre subito appena entrato in Consiglio di Stato?
«Gli sprechi in primis. Ma più in generale serve maggiore responsabilità nell’uso delle risorse pubbliche: ogni nuova spesa, struttura o regolamentazione deve produrre un beneficio concreto per cittadini e imprese. Uno Stato efficiente si misura dalla qualità dei servizi, non dalla sua dimensione. Ritengo utile coinvolgere anche i collaboratori dell’Amministrazione, che conoscono direttamente procedure e inefficienze e possono offrire indicazioni preziose per migliorare i processi, individuare gli sprechi e contenere la spesa pubblica».
Ma il Preventivo 2027 lo troverà già confezionato…
«Vero, ma se ci saranno spese evitabili o margini di efficienza, si potrà ancora agire. L’attenzione ai conti vale tutto l’anno».
E qual è la spesa pubblica che non taglierebbe mai?
«La sicurezza è ad esempio un compito essenziale ciò nonostante spendere di più non significa automaticamente ottenere risultati migliori a favore dei cittadini. Bisogna usare meglio le risorse e permettere, per esempio, agli agenti di polizia di stare più tra la gente e meno negli uffici a compilare formulari».
Si vede già al Dipartimento delle Istituzioni?
«Mi sto preparando con serietà alle diverse possibilità. Qualunque Dipartimento mi verrà affidato, darò il mio contributo con pragmatismo, attenzione ai costi, semplificazione delle procedure e sensibilità verso le esigenze di cittadini e imprese».
Quando vede la polizia per strada in queste settimane la osserva con altri occhi?
«La guardo con lo stesso rispetto. La crescita dello Stato non va confusa con un giudizio su chi vi lavora: i collaboratori svolgono i compiti a loro affidati. Spetta alla politica, e in primo luogo al Governo, definire mansioni, strutture e priorità, assumendosi la responsabilità della dimensione e dell’organizzazione dello Stato».
«L’UDC ha fatto un bel percorso: lascio a Chiesa»
Dieci anni fa ha assunto la presidenza del partito. Che cosa ricorda?
«Ero entusiasta e fermamente convinto che l’UDC avesse un grande potenziale e i risultati lo confermano. Siamo cresciuti nei voti passando da poco più del 5% alle Cantonali del 2015, a superare il 15% alle ultime Federali. Sono orgoglioso della squadra che lo ha reso possibile grazie a un lavoro serio e costante».
Diciamolo fuori dai denti: l’obiettivo, nella sua ottica, è che l’UDC diventi il faro della destra in Ticino?
«L’avanzata dell’UDC è stata possibile grazie alla fiducia degli elettori, che ringrazio sinceramente. Se continueremo a crescere, sarà perché saremo capaci di interpretare ancora meglio le loro aspettative e dare risposte concrete sui temi che contano».
Un po’ di Lega va bene, ma solo un pochino…
«Chi sceglie l’UDC ovviamente è il benvenuto. Da parte nostra crescere significa promuovere atti concreti a beneficio di lavoratori, famiglie, imprenditori, artigiani e chi chiede più attenzione ai residenti, meno burocrazia e più libertà economica. L’impegno da parte mia è focalizzato su questi temi».
Torniamo all’UDC. Dopo dieci anni, lascerà la presidenza. A chi?
«La conclusione della mia presidenza era già prevista. Ho chiesto a Marco Chiesa di mettersi a disposizione per guidare il partito ad interim durante la campagna e ha accettato con grande senso di responsabilità. Lo ringrazio molto. Marco ha esperienza, autorevolezza, energia e una straordinaria capacità di relazionarsi con l’elettorato».
Veniamo al capitolo Berna, una fase importante della sua carriera. Le spiace un po’ lasciare questa dimensione politica?
«Sì, certo. È stata un’esperienza fantastica che mi ha permesso di allenare la capacità di creare alleanze e discutere con altre forze politiche, per trovare soluzioni utili e percorribili. Un’esperienza molto interessante anche sotto il profilo umano e conoscitivo del nostro sistema politico svizzero, che porto con me in Ticino. La prova elettorale di aprile è un rischio che assumo perché credo di poter dare un contributo al mio Cantone».
Ticino e Berna faticano a dialogare. Nei casi recenti, come sulla perequazione, ha sostenuto le dinamiche federali. Ora sarà nel Governo che criticava. Insomma: cortocircuito?
«No, anzi, il fatto di conoscere Berna è un vantaggio. Dobbiamo difendere i nostri interessi scegliendo bene le battaglie, costruendo alleanze e dossier solidi, soprattutto su mercato del lavoro, pressione transfrontaliera e tutela dei residenti».
Piuttosto duro da consigliere di Stato in pectore, non crede?
«Direi chiaro, e continuerò a esserlo perché credo sia ciò che i cittadini si aspettano da me. Ma soprattutto guardo al Ticino con fiducia: abbiamo competenze, imprese e persone di grande valore. Il problema è che oggi troppi giovani lasciano il Ticino perché non trovano opportunità professionali e condizioni salariali sufficientemente attrattive. Dobbiamo quindi creare condizioni migliori per l’economia, affinché possa crescere, investire e offrire prospettive concrete. In questo quadro ritengo importante valorizzare maggiormente anche il turismo e l’enogastronomia, settori che contribuiscono all’identità e all’attrattività del nostro Cantone, ma che la politica tende spesso a trascurare. La sfida è dare ai nostri giovani buone ragioni per restare, lavorare e costruire qui il proprio futuro».
