L'intervista

«Singoli, famiglie, online e offline: un equilibrio è possibile»

Pierre Kahn è psicologo e psicoterapeuta, co-fondatore della STIRPS – Con lui siamo partiti dalla questione smartphone per discutere della famiglia ticinese oggi
© AP/Darryl Webb
Paolo Galli
20.09.2025 06:00

La questione dei cellulari nelle mani dei minori va più in là di «semplici» divieti a scuola o in casa. E racconta di una società che fatica a rimanere organica e a valorizzare le opportunità legate al sistema famiglia. Approfittando del 35. della Società ticinese di ricerca e psicoterapia sistemica, affrontiamo questa tematica con il dottor Pierre Kahn, co-fondatore della stessa.

La STiRPS compie 35 anni: quali erano le principali sfide relazionali al momento della sua fondazione, e quali ritiene siano quelle più significative oggi?
«La famiglia è un sistema relazionale complesso e questo dato di fatto non è certo cambiato rispetto a 35 anni fa. L’approccio sistemico-relazionale, al contrario per esempio di quello psicodinamico per il quale è soprattutto fondamentale l’intrapsichico del singolo e il lavoro su di esso, mette in evidenza l’importanza delle interconnessioni tra i vari membri del sistema familiare e di quanto ogni cambiamento, scambio relazionale o comunicazione del singolo, abbia un impatto diretto e inevitabile su tutti gli altri componenti. Per cui se un membro del sistema presenta dei sintomi, non solo il professionista dovrà lavorare con questo membro momentaneamente in difficoltà, ma lavorando anche con gli altri familiari, favorirà la ripresa del benessere dell’intero sistema familiare. Detto ciò, sicuramente la famiglia è cambiata in questi 35 anni. Molti di questi cambiamenti sono però soprattutto una diretta conseguenza dei cambiamenti avvenuti al di fuori del contesto familiare e cioè nella società. Penso soprattutto agli aspetti finanziari e lavorativi, che oggi obbligano molte famiglie ad avere entrambi i genitori impiegati nel circuito economico per rispondere al fabbisogno familiare. Nello stesso tempo questi papà e mamme al lavoro dovrebbero appoggiarsi ai propri genitori portandoli ad occuparsi dei nipoti. Però oggi, sempre più spesso, questi nonni sono più longevi e a loro volta sono meno disponibili perché anch’essi lavorano più a lungo».

Se guardiamo poi all’interno del nucleo familiare stesso?
«Metterei in evidenza due aspetti che mi hanno colpito in questi anni: coppie matrimoniali o di fatto, sempre più fragili e precarie, con un aumento ancora più significativo di separazioni e divorzi rispetto al 1990, e di conseguenza il crearsi di varie forme di famiglie ricomposte, quando questi adulti decidono di rifarsi una vita sentimentale. In secondo luogo, vedo oggi per certi versi minori più fragili, soprattutto perché fanno emergere molto di più forti insicurezze».

Come è cambiata, secondo lei, la funzione della famiglia in Ticino in questi 35 anni, in particolare rispetto ai temi dell’adolescenza e del ruolo del minore nella famiglia?
«Direi che la funzione in sé dei genitori non sia cambiata - forse come detto precedentemente, c’è meno tempo per esercitarla -, sono invece molto cambiati i figli, rendendo più complesso il compito delle figure genitoriali. I ragazzi oggi, cercano troppo prematuramente (non avendo ancora costruito strumenti solidi per farlo) di emergere, di apparire, in poche parole di essere qualcuno agli occhi dell’altro. Quando ciò non si concretizza subito, cosa inevitabile per la maggior parte di essi, questi giovani soffrono e si deprimono. Il punto importante è che la maggior parte di loro lo fa in silenzio non comunicando alcunché di questo disagio alle loro figure di riferimento che sono i genitori. Questo può succedere vuoi perché questi ultimi sono troppo immersi nelle proprie problematiche adulte o troppo presi nel sbarcare il lunario, oppure succede perché nel periodo dell’infanzia di questi ragazzi, in famiglia non si sono create le connessioni relazionali o dei canali di comunicazione sufficientemente significativi, per permettere a questi ragazzi diventati più grandi, di esternare i propri malesseri».

Sugli smartphone vanno stabiliti i limiti all'uso, che sia a scuola o in famiglia, e poi è necessaria più consapevolezza

Da psicologo sistemico, come interpreta l’ingresso massiccio dello smartphone nella quotidianità degli adolescenti e delle famiglie? In che modo modifica le dinamiche relazionali?
«Lo smartphone diventa per il minore lo strumento per apparire e cercare di ricevere questo riconoscimento molto rapido da parte degli altri: postare, ottenere “like” a tutti i costi. Il giovane pensa così di valere, di essere qualcuno nella società attuale, dove bisogna emergere “non importa come”. Questo inevitabilmente modifica le dinamiche anche all’interno del sistema familiare: i genitori fanno fatica a trasmettere dei valori solidi e a lungo termine, con i quali i figli potrebbero costruire una vera e forte immagine di sé stessi. Se questi ragazzi invece utilizzano mezzi effimeri solo per essere notati e apprezzati momentaneamente da spettatori della rete, non costruiscono un vero e solido “sé”, ma solo uno pseudo-sé. Questi ragazzi, a volte a ragione, hanno l’impressione che i genitori non prendano abbastanza tempo per guardarli, ascoltarli veramente, ma altre volte invece sono loro che trovano e scelgono facili scorciatoie per emergere in modo superficiale ed effimero, solo perché un percorso legato a valori più solidi è più faticoso e implica più regolarità e sacrifici».

Ritiene che lo smartphone agisca come «agente di connessione» o piuttosto come elemento di disconnessione all’interno della famiglia?
«Guardi, i primi telefonini erano sicuramente un elemento di connessione, in quanto permettevano veramente solo di chiamare o venir chiamati: erano semplicemente telefoni senza filo. Da un punto di vista “terapeutico” sono stati molto utili per diversi miei ragazzi, quelli timidi e/o paurosi, in quanto con quello strumento si sono permessi di uscire fuori di casa un po’ più facilmente e così di migliorare pian piano sia i rapporti con i pari, sia la loro autostima. Lo smartphone di oggi è di un altro pianeta, permette di tutto sia nel bene, sia molto anche nel male. Senza un suo uso corretto, può essere anche devastante - vedi il ciber bullismo o il sexing -, ma soprattutto ha perso la sua funzione primaria. In famiglia, ma questo non riguarda solo i giovani, anzi, sembra più uno strumento di non connessione: ti immergi in esso, e non guardi più chi e che cosa sta attorno a te».

Quali segnali di disagio relazionale emergono oggi nei giovani in relazione all’uso del cellulare?
«Molteplici: isolamento, dipendenza, pigrizia nello sviluppo di altre competenze, perdita di tanto tempo inutilmente, minori capacità di stare fisicamente con l’altro. Stando meno nell’interazione faccia a faccia con l’altro, si perde lo sguardo e la sua decodificazione, il sentire le proprie emozioni e quelle che ti rimanda l’altra persona. Queste informazioni sono indispensabili nello scambio con il nostro prossimo, per capire come stiamo e in che tipo di direzione ci stiamo muovendo: senza, passiamo il tempo a decriptare il messaggino ricevuto, a stare male perché non è arrivato prima».

Come coinvolgere reti educative, scuole, gruppi di pari — oltre alla famiglia stessa — per gestire le difficoltà legate alle tecnologie? In altre parole: eliminando lo smartphone dalle scuole, resta il problema alle famiglie. Non sarebbe più corretto un approccio sistemico?
«Un approccio sistemico, in questo caso significa sicuramente coinvolgere tutti gli attori, famiglia e sistemi esterni per una collaborazione fattiva e coordinata. La delega singola a famiglia, scuola o altri enti esterni possono aiutare solo momentaneamente ad alleviare sensi di colpa o a scaricare responsabilità ma non favoriscono certo la ricerca di soluzioni a medio o lungo termine. Ogni sistema deve fare il suo, aiutato anche da quello che fa l’altro, in una funzionalità complementare. Dal mio punto di vista esistono due grossi problemi: uno è legato allo stabilire limiti all’uso dello smartphone, che sia a scuola o in famiglia: a partire da che età, per quanto tempo usarlo, per quale uso. L’altro è legato alla consapevolezza dell’uso che se ne fa. Quest’ultima dimensione è fondamentale a mio avviso: questi ragazzi sono ego-centrati, e non si rendono conto in molti casi dei danni che possono arrecare all’altro, scrivendo certe cose, denigrando il compagno, postando certi filmati o determinate foto».

In alcune scuole sono stati creati dibattiti con gli allievi, partendo da filmati che mettono in rilievo la sofferenza vissuta da loro pari.
«Trovo estremamente utile questo tipo d’iniziativa perché permette ai ragazzi di fermarsi, di osservare, quando loro di solito agiscono in modo quasi bulimico, e soprattutto di riflettere e di sentire il vissuto dell’altro e di mettersi finalmente al loro posto, cosa che molti ragazzi oggi non sono più capaci di fare».

Guardando al futuro, quale potrebbe essere il prossimo limite generazionale nel rapporto tra famiglia e tecnologie? Mi viene da pensare al ruolo dell’IA.
«Come per altri strumenti, diventa importante, in famiglia, che genitori e figli ne possano parlare riflettendo assieme a quando e come usare l’IA. Dobbiamo essere noi a gestire l’IA e non viceversa».

Personalmente, sono preoccupato non tanto dagli smartphone, bensì dalla cultura del tutto e subito (modello Netflix, o Amazon). Abbiamo subito quel che cerchiamo, che sia un vestito, un film, un videogioco, una comunicazione privata o di lavoro (mail, whatsapp, social). Che effetti potrà avere la cancellazione dell’attesa, e del desiderio, sulla nostra società?
«Condivido la sua preoccupazione, soprattutto per i giovani in questo momento storico. Concetti come il sacrificio, la perseveranza verso l’obiettivo, il non tutto subito, per molti di loro è come se non esistessero. Nel mio lavoro terapeutico devo spesso far capire loro quanto questi aspetti siano fondamentali per costruire un sapere, una personalità autentica e forte, delle modalità relazionali non effimere, in fondo capacità che possano rivelarsi durature e vincenti nel medio-lungo termine. Però la maggior parte di questi ragazzi sono intelligenti, capiscono, possono cambiare, se sono aiutati a riflettere sulle loro azioni e sulle conseguenze delle stesse».

Secondo lei, come si può mantenere oggi un sano equilibrio tra mondo online e mondo offline, individualità e sistema famiglia?
«Questo equilibrio è possibile a mio modo di vedere: bisogna che ogni singolo membro del sistema familiare abbia delle sue competenze diversificate. Sono le lacune del singolo o a volte del sistema che poi portano alle estremizzazioni in una sola dimensione senza poterle abbinare: vivere solo nel virtuale, essere solo ego centrati, voler “scappare” dalla famiglia piuttosto che emanciparsi pian piano se pensiamo ai ragazzi, oppure essere un sistema familiare chiuso e non connesso con l’esterno, se riflettiamo in termini sistemici. In poche parole, complementarità e non esclusione a priori».

Creata nel 1990, la Società ticinese di ricerca e psicoterapia sistemica organizza il 26 settembre a Muralto un simposio sul tema dei cambiamenti intercorsi negli ambiti legati alla famiglia in questi ultimi 35 anni. Parteciperanno i professionisti Pierre Kahn, Anna Mascellani, Valentina Albertini e Alessandra Gritti. Per informazioni e iscrizioni (ancora possibili): www.stirps.ch.
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