«Sondaggi negativi e prezzi alti spingono la fronda del Congresso contro Donald Trump»

Che cosa significa politicamente la decisione della Camera dei Rappresentanti sui dazi al Canada? E come si è arrivati a questo risultato? «Siamo di fronte, io credo, all’ennesimo segnale di un’incrinatura all’interno della rappresentanza repubblicana in Congresso - dice al CdT Marco Mariano, associato di Storia dell’America del Nord all’Università di Torino e curatore, con Giovanni Borgognone, del volume Storia culturale degli Stati Uniti. Dagli anni Settanta a oggi (Carocci, 2026) - I parlamentari repubblicani cominciano ad avere perplessità sulle politiche dell’amministrazione Trump, non soltanto quelle economiche. La prospettiva delle elezioni di metà mandato (midterm) è ormai abbastanza vicina, almeno per gli standard della politica statunitense». Perplessità, sottolinea Mariano, legate «a una duplice tendenza: la relativa impopolarità della politica dei dazi, che per un numero crescente di americani ha iniziato a presentare il conto in termini di aumento dei prezzi; e la più generale impopolarità del presidente Donald Trump, legata anche ad altri dossier».
La «presa di distanza» di «esponenti repubblicani la cui rielezione appare abbastanza incerta - dice ancora lo storico torinese - è alimentata pure dai sondaggi negativi sul cosiddetto President job approval. I dati parlano di un indice di approvazione inferiore al 40%, straordinariamente basso anche per gli standard di Trump». C’è da dire, tuttavia, che il calo di consenso della Casa Bianca alle elezioni di midterm «è una caratteristica abbastanza fisiologica del sistema politico statunitense - aggiunge Mariano - tutte le presidenze, tradizionalmente, hanno subìto battute d’arresto in tal senso, perché inevitabilmente le molte aspettative suscitate in campagna elettorale sono deluse in tutto o in parte».
Sulla questione dazi, poi, c’è un ulteriore fattore di incertezza: la Corte Suprema sta ritardando la decisione sul potere del presidente di scavalcare il Congresso in materia di imposizione delle tariffe doganali. «La decisione della Corte - ammette Mariano - è molto attesa e anche controversa, perché ha ricadute che vanno al di là del caso specifico. La Corte potrebbe sostanzialmente dare luce verde definitiva, o imporre uno stop significativo, a questa grande accelerazione delle competenze dell’Esecutivo e, in particolare, del presidente. Si parla di divisioni interne nel blocco dei sei giudici che dovrebbero essere allineati alla presidenza repubblicana. È difficile penetrare le segrete cose della Corte Suprema, si può soltanto immaginarle. Ed è chiaro a tutti che siamo di fronte a un passaggio, se non decisivo, molto importante rispetto alla dottrina che teorizza una preponderanza del presidente sull’Esecutivo, e dello stesso Esecutivo all’interno dell’equilibrio dei poteri. Non vorrei essere uno dei giudici conservatori della Corte Suprema in questo momento».
Le elezioni di midterm, insomma, cominciano a condizionare pesantemente la politica USA e le dinamiche parlamentari. «Se a novembre vincessero - conclude Mariano - i dem potranno certo intervenire sugli aspetti anche simbolicamente più divisivi e mobilitanti per il proprio elettorato. Qualcosa che stiamo già vedendo a proposito del finanziamento dell’ICE e del Dipartimento di sicurezza interna (Homeland Security), bloccato attraverso il cosiddetto Power of the purse, il controllo sulla spesa federale. Mettere i bastoni tra le ruote dell’agenda trumpiana sarà quindi possibile, meno facile, forse, la cancellazione dei provvedimenti più divisivi, a partire dalla strumentalizzazione di rami dell’Esecutivo trasformati in strumenti a servizio del presidente, dall’ICE all’FBI».
