Poesia

«Sono una ferroviera della parola»

A colloquio con Prisca Agustoni, figlia di un capostazione e vincitrice del premio svizzero di letteratura
Prisca Agustoni vista da René Grossi. © CdT
Andrea Bertagni
Andrea Bertagni
26.03.2023 06:00

Figlia e nipote di due capistazione e sorella di un macchinista, Prisca Agustoni può essere definita una ferroviera della parola. Anche perché la poetessa appena insignita del premio svizzero 2023 di letteratura, da ragazza ha anche abitato coi genitori in una stazione, quella di Maroggia. E forse le locomotive le ha davvero nel sangue. Perché «quando compongo i miei versi, mi piace deragliare tra le lingue e i mondi», dice a La Domenica, facendo sua un’espressione, guarda caso, di nuovo ferroviaria.

Ferroviera sì, ma libera e autentica. Come autentica è la critica alle multinazionali dell’estrazione mineraria brasiliane, che in nome del profitto hanno prosciugato un fiume, che la poetessa racchiude nell’opera premiata, Verso la ruggine. Distruzioni e macerie non solo dannose e reali per l’ambiente ma anche per gli esseri umani che abitano questo pianeta e che giorno dopo giorno lo vedono riscaldarsi e sgretolarsi sempre di più.

«L’artista deve essere libero, ma non deve per forza occuparsi di diritti civili - annota però Agustoni - Può darsi certo che un artista viva una fase in cui sente di criticare la contemporaneità , ma se è obbligato a occuparsi di diritti civili in quanto artista perde a sua volta la propria libertà». Vero è che la poesia, essendo arte, «è una forma di espressione che porta a interrogarsi sulla realtà, ma anche sulla realtà dello stesso poeta, così come sulla presenza di Dio e sull’esistenza stessa di ognuno di noi».

Una vita ricca

Altrettanto certo è che Agustoni vive almeno due esistenze. Una in Brasile, dove vive con la famiglia e insegna letteratura comparata e italiana all’università di Juiz de Fora. Un’altra in Ticino, dove passa il tempo quando non insegna. Quasi una vita a metà. Ma comunque amata dall’autrice. Che fa avanti e indietro da vent’anni. Perché in realtà è una vita piena e arricchente. Che le permette di prendere il meglio da entrambi i Paesi. «Anche se io mi sento e mi sentirò sempre ticinese», ammette.

Certo in Brasile non è stato e non è sempre tutto rose e fiori. «Col tempo ho potuto rendermi conto delle ingiustizie esistenti, delle differenze tra gli strati sociali della popolazione, della criminalità, ma al tempo stesso vedo e apprezzo le bellezze del Paese, come la sua vivacità letteraria, ad esempio». Una vivacità che l’Europa invidierebbe. «Perché in Brasile la letteratura sta vivendo davvero un momento d’oro, ci sono molte correnti poetiche sperimentali, c’è un fermento incredibile, ci sono molti eventi letterari, c’è una scena vivace, ci sono molti giovani autori che collaborano e si confrontano con quelli meno giovani, ognuno ha trovato un suo spazio, l’interesse è davvero molto alto».

Si fa presto a dire bilingue

Poeta in due Nazioni. Questa è Agustoni, oggi. Perché l’autrice in Brasile è considerata quasi una veterana, mentre in Svizzera i riconoscimenti stanno arrivando a poco a poco, come testimonia il premio svizzero di letteratura. Una poeta brasiliana, eppure svizzera. Perché Agustoni scrive in portoghese, lingua che conosce bene come altre cinque, tra cui il francese, idioma anch’esso usato da Agustoni. Che dunque è una scrittrice trilingue.

Non un fatto usuale nel campo della letteratura che quasi sempre ricorre alle traduzioni. «Il francese è stata la mia prima lingua straniera - spiega - ho vissuto dieci anni a Ginevra ed è stato attraverso il francese che ho iniziato a leggere la letteratura straniera. È una lingua che sento molto mia, molto intima, anche se in realtà scrivo molto più spesso in italiano e portoghese. Altrettanto certo è che mi sento molto più libera quando non scrivo in italiano, perché mi sento meno in confronto con i maestri. Avverto insomma come una responsabilità maggiore, una cosa che non mi succede con gli altri idiomi con i quali mi sento molto più libera di sperimentare».

Come un pittore

Affidarsi a tre lingue non significa dunque scegliere quella che si adatta meglio alla poesia per metrica, sonorità o altro. No. È la lingua a essere al servizio del poeta non il contrario. Ecco perchè è accaduto che Agustoni abbia anche tradotto se stessa. «Non ho realizzato copie, tutt’altro», chiarisce subito, prima ricorrere a una metafora per spiegare meglio quello che intende. «Sono come un pittore che prima di arrivare a un dipinto realizza vari modelli preparatori, che hanno tutti delle tracce comuni, ma sono diversi tra loro».

Di più. «È come se sopra un dipinto applicassi una carta velina sulla quale ricalco il disegno originale che ricalcato assume però ancora un’altra forma, altri contorni e figure». Scrivere poesie per Agustoni è perciò un lavoro ragionato. «Per scrivere non esiste uno stato d’animo particolare. È piuttosto un percorso di ricerca che si manifesta con le parole. Non scrivo mai di getto e faccio un grande lavoro di revisione. Non mi piace la visione romantica della poesia perché in realtà dietro c’è molto lavoro e anche molta volontà. Vero è che bisogna comunque mettersi all’ascolto, è come porgere un orecchio, ma poi è come entrare in un atelier di un falegname, dove si inizia a fare un lavoro molto concreto e fisico, solo che al posto degli attrezzi si usano la matita e i libri».

Tendere l’orecchio, ma anche immergersi nella realtà che si vuole catturare. È anche questo un modo per il poeta di raccontare. Ecco perché Agustoni, quando abbraccia un progetto, si nutre dell’ambiente dal quale farà poi emergere i suoi versi. «Anche leggere un libro, una raccolta di poesie, guardare delle immagini possono servire». Perché come quando «si diventa genitori e si scopre quanto costano ad esempio i pannolini. Un prezzo che prima di essere mamma e papà ovviamente si ignora perché non si è interessati al tema».

Galeotto fu Montale

Essere all’ascolto, munirsi degli attrezzi del mestiere e calarsi nella realtà che si vuole raccontare. Sono questi gli ingredienti che Agustoni miscela sapientemente ogni volta che scrive in italiano, francese o portoghese. Tutto questo senza dimenticare di essere una ferroviera della parola e quindi di far deragliare tra loro lingue e mondi apparentemente lontani e diversi, ma tutti, a loro modo, nel cuore e nella mente dell’autrice.

Un’autrice oggi sulla cresta dell’onda, come dimostra l’importante premio che le è stato assegnato, «riceverlo mi ha stupito e fatto felice», che ben si ricorda quando tutto è iniziato, quando e perché ha iniziato a scrivere poesie. «Sono sempre stata una lettrice di poesie, ma qualcosa in me è cambiato quando al Liceo di Mendrisio il mio professore di italiano, Luigi Tadini, ci ha fatto leggere Eugenio Montale. Leggere Montale mi ha stravolta». E per fortuna, verrebbe da dire.